La grazia di Bossi

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grazia concessa a Bossi

La notizia della concessione della grazia di Mattarella a Bossi per il reato di vilipendio suggerisce commenti su vari fronti e apre la riflessione su un orizzonte molto più vasto della semplice violazione di un articolo del codice penale. Che è molto più datato di quanto non siano i costumi con cui le monarchie volevano tutelarne la sacralità e il prestigio.

D’altra parte, resta attuale il problema del limite da fissare oltre il quale non sia consentito abusare del linguaggio politico nel dibattito sulle questioni disputate, chiamando in causa le autorità dello Stato per fronteggiare e prevenire la degenerazione del costume politico.

Resta, infine, da valutare se e quanto il ricorso all’ingiuria e all’insulto nel linguaggio degli esponenti politici, diffuso dovunque e non solo in Italia – ed oggi più che mai radicato nella patria del presidente Trump – sia da considerare una variante fisiologica di una realtà che viene dai tempi di Cicerone e oltre oppure una relativa novità che si lega ad un rilassamento generale del modo di far politica, alle sue cause e alle sue spiegazioni.

Un “terùn”di troppo

Sull’episodio di Bossi c’è poco da aggiungere a quanto si è letto sui comunicati ufficiali. Per le sue parole, nel lontano 2011 si era risentito il presidente di allora, Giorgio Napolitano, che non aveva gradito l’epiteto di “terùn”– leggasi “terrone”– dedicatogli dal fondatore della Lega in occasione di una manifestazione nordista di quei tempi. Era l’applicazione di un articolo del codice penale sopravvissuto alla scelta repubblicana dell’Italia.

Bossi era stato condannato e aveva scontato le non elevate pene inflittegli, inclusa una destinazione ai lavori sociali a somiglianza di quanto era accaduto a suo tempo a Silvio Berlusconi.

I limiti della pena

Quanto alla pena limitata di cui si è trattato, si deve osservare che non era possibile una pena maggiore fino a rasentare quella un tempo prevista per la “lesa maestà”, ora non più praticabile visto che le maestà sono tutte abolite e visto che l’unica maestà esistente in regime democratico appartiene al popolo.

In tale nuovo regime una sanzione che colpisca le infrazioni dei cittadini nei confronti delle autorità costituite, dal Presidente in giù, può riguardare soltanto l’inosservanza di una delle modalità che l’ordinamento prescrive per definire i limiti e i modi di esercizio della sovranità da parte del popolo stesso.

E dunque opera in una cerchia meno ampia e penetrante di quanto era previsto un tempo, quando il detentore della sovranità era, appunto, il monarca, appartenente alla sfera di una superiorità attinente al divino e, come tale, detentore di un privilegio degno di una particolare devozione. Fino all’inginocchiarsi, da sudditi, davanti alla persona che rappresentava l’incarnazione della maestà sovrana.

Geografia e storia

grazia concessa a BossiUna volta affermatisi i regimi democratici, e con essi la parità dei cittadini davanti alla legge, non solo le pratiche devozionali verso la persona del sovrano ma anche le pene sugli atti di indisciplina verso i responsabili delegati della sovranità popolare hanno subìto una riduzione che scalava in rapporto alla misura della delega conferita e alla responsabilità esercitata.

In questo contesto il reato di vilipendio, pur restando il nome come un residuo della normativa precedente, continua a mantenere una sua efficacia pure se ridotta in proporzione dell’autorità esercitata. Si prenda ad esempio la figura del parlamentare, un tempo onorata (onorevoli colleghi!) negli appellativi e negli onori riservategli, oggi declassata ad un rango dichiaratamente impiegatizio che a molti non piace.

L’inflazione democratica

Da ciò, nell’opinione generale si è fatta discendere l’idea che una diminuzione generale di autorevolezza potesse rinvenirsi nelle autorità emananti da una dinamica democratica di origine elettorale o di matrice gerarchica. Sul punto si sofferma un’interessante analisi di un libro degli anni 50 dal titolo accattivate che mi fu regalato da un collega in occasione del mio matrimonio e del cui contenuto non mi sono mai avvalso. Si tratta di un’Enciclopedia delle ingiurie, opera di un Ugo Nanni per me non altrimenti noto, che reca come sottotitolo esplicativo “degli insulti, delle contumelie, delle insolenze”.

Il capitolo sulle “ingiurie in parlamento” è particolarmente interessante, anche se per la parte europea, che fino al 1945 era stata sotto le dittature, assai poco ricco di materiale. Abbondante è invece la documentazione per i paesi democratici e soprattutto per gli Stati Uniti d’America, dove si racconta di come i suoi leader avessero l’abitudine di insultarsi fin dai tempi della conquista dell’indipendenza. Si apprende così che su Washington piovevano le accuse di «fellonia» mentre sull’ideologo Jakson correva la definizione di «figlio di una iena e di un meticcio». Campagne elettorali furiose e una stabilità di governo pagata con una “libertà di parola” protratta assai oltre il voto.

Il parere di Croce

Quanto all’Italia, al tempo dell’uscita del libro, correvano i primi appunti sulla qualità del dibattito parlamentare. Di particolare rilievo le note di un giornalista allora famoso, Luigi Salvatorelli, per il quale «il mal costume italiano» trasforma «le composte polemiche oratorie in risse faziose di ordine patologico».

Benedetto Croce si mostra invece più comprensivo quando bolla questi “ipercritici” come «i pedanti dell’astratta regolarità» che non sono in grado di rendersi conto «che le ingiurie, le contumelie lanciate in sede politica sono quelle più intimamente fuse con la realtà quotidiana della vita pubblica e del divenire sociale».

E oggi? Sono tanti oggi a biasimare il malcostume verbale dei dibattiti parlamentari e di ciò che li circonda. Ma sarebbe opportuno che questi laudatores dei tempi passati facessero un bagno nei resoconti delle Camere, a partire da quelli tanto magnificati della Costituente.

In verità, tra quelli di ieri e quelli di oggi non c’è, quanto a vis polemica e frequentazione delle male parole, sostanziale differenza, essendo comune il fine degli oratori di ogni risma: quello di “mettere sotto” dialetticamente le parti avverse.

L’avvento del video

Semmai una differenza può essere riscontrata nell’avvento del valore del gesto e anche dell’attrazione del primo piano derivanti dall’ingesso del mezzo televisivo. Altro è ascoltare un discorso, altro è vederlo. E al primato dell’immagine segue la qualità, non sempre migliore, delle parole e dei gesti.

Diversa è la situazione per quel che riguarda i contenuti. Una volta, anche nei momenti più critici, ci si limitava all’invettiva (“Fino a quando, Catilina”) o alla mozione contraria.

Oggi si fa ricorso all’arma atomica. Il mai troppo citato Luigi Di Maio ebbe nel 2018 a sparare una minaccia di incriminazione per alto tradimento contro il presidente Mattarella perché questi non aveva accettato la nomina del ministro Savona agli Affari europei, ciò che era precisamente nell’ambito dei suoi poteri. E non da meno era stato l’on. Salvini rivolgendo la stessa minaccia al Presidente del Consiglio, prof. Conte, per una presunta manchevolezza che forse non era neppure sanzionabile.

Verrebbe voglia di notare che dove non si arriva con la qualità si arriva con la quantità. A costo di superare la misura del ridicolo.

***

Quando studiavo giornalismo, i nostri insegnanti ci portavano a seguire le sedute del Parlamento. E mi è rimasta impressa un’assemblea particolarmente agitata con l’on. Paietta, dirigente del Pci, che, al termine di un infuocato discorso, cominciò a scendere con passo bellicoso la scala dell’emiciclo. Presiedeva il mite Giovanni Leone, il quale lo fulminò con un motto: «Onorevole Paietta, stia seduto: sta più comodo». E finì così.

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