La parabola del buon imprenditore

di: Domenico Rosati

Papa Francesco ha parlato agli operai. Quelli dell’Ilva a Genova. Ed ha ricapitolato con loro i passaggi principali della sua dottrina. Che non si discosta dall’insegnamento della chiesa in campo sociale, ma ne fornisce una lettura peculiare e… provocatoria.

Ho avuto la ventura di ascoltare dal vivo il dialogo di Francesco con quei lavoratori, con i clamori che ne marcavano i passaggi più significativi. E mi sono reso conto che, nel linguaggio di questo papa, c’è sempre un bersaglio profetico.

Francesco ha parlato agli operai

Papa Francesco durante la visita ai cantieri ILVA di Genova. 27.5.2017 (AP Photo/Antonio Calanni)

In presa diretta

Era così nella Evangelii gaudium ed era così nei discorsi ai movimenti popolari. A Genova c’era, in più, il fascino della presa diretta, dello stile delle risposte che travolgeva la formalità delle domande e mostrava quanto potente fosse una suggestione evangelica nel confronto con la condizione umana del tempo presente.

Mentre i sociologi certificano che la classe operaia ormai è scomparsa, il papa recupera la tradizione umanistica del movimento operaio rimettendo il lavoro al centro dello sviluppo economico e civile della società.

E lo fa, in Italia, citando proprio l’art. 1 della Costituzione che stabilisce una connessione profonda tra il lavoro e la democrazia: «se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia».

Un argomento caro ai padri costituenti ed in particolare a Fanfani, il quale sostenne che l’indicazione del lavoro come fondamento della repubblica significava escludere dal suo orizzonte i privilegi, le caste, le rendite.

Il mercato innominato

Qui il papa entra in rotta di collisione con le tesi di coloro che, nel perenne dibattito sui fondamenti dell’agire politico avrebbero preferito una repubblica “fondata sulla libertà” o meglio “sul mercato”. In tutto la sua ampia esposizione genovese non si trova mai la parola «mercato», da sola o accoppiata all’aggettivo «sociale».

Non sembra davvero un’apertura alle posizioni che, anche nel mondo cattolico, hanno sostenuto la possibilità che un mercato “buono” scacci o sconfigga o metta in minoranza il mercato “cattivo”.

L’imprenditore

C’è invece un passaggio del discorso papale, che potrebbe intitolarsi “La parabola del buon imprenditore” che connette la qualità dell’economia alla qualità soggettiva dell’imprenditore: «Quando l’economia è abitata da buoni imprenditori le imprese sono amiche della gente».

Altrettanto invece non avviene quando l’imprenditore si trasforma in speculatore, ché allora «tutto si rovina»: è un’economia senza volti, «perché dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone, e quindi non si vedono le persone da licenziare o tagliare».

Il tutto a valle di una condanna senza appello: «Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando gente non è un imprenditore, è un commerciante».

Tra Siri e Costa

È utile sottolineare che il papa ha svolto tali considerazioni sulla contrapposizione tra imprenditore e speculatore proprio a Genova, una diocesi nella quale, dai tempi del card. Siri, è fiorita una scuola di imprenditori cattolici (Ucid) che si è molto spesa sui temi dell’etica d’impresa senza peraltro raggiungere l’egemonia del mondo industriale italiano, neppure quando al vertice di Confindustria sedeva un cattolico come Angelo Costa. Durante la cui presidenza, era in uso l’invio di informative alla Santa Sede sulle… trasgressioni dei preti (delle Acli) che andavano a dir messa nelle fabbriche occupate dei lavoratori.

Mantenimento e protagonismo

Sostieni SettimanaNews.itL’altro passaggio rilevante dell’intervento papale a Genova riguarda l’alternativa tra mantenimento e protagonismo: «non rassegnarsi all’ideologia che immagina un mondo dove forse metà o due terzi dei lavoratori lavoreranno e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale».

Per il papa «deve essere chiaro che l’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti».

Alcuni commentatori hanno scritto che il papa rigettava la posizione di Grillo per il reddito di cittadinanza e sosteneva quella opposta. Che però non è oggi visibile nel panorama politico italiano ed europeo, dove è stata cancellata persino l’eventualità del conseguimento del pieno impiego, in base al criterio, alternativo, per cui la massima occupazione è quella che il mercato consente.

Sulle orme di La Pira

Per trovare accenti così puntuali ed efficaci sul tema del pieno impiego bisogna rifarsi al Giorgio La Pira de L’attesa della povera gente (1952), il saggio nel quale, all’indomani della guerra e delle grandi inchieste sulla miseria e sulla disoccupazione, si individuava la soluzione in «un governo con un solo obiettivo: il pieno impiego».

È del tutto pacifico che un simile discorso sia oggi assai più difficile. Il lavoro è cambiato e la cultura del lavoro si è evoluta. E siamo reduci da una lunga stagione di sregolatezza economica. Ma proprio per questo il richiamo di Francesco si propone come pertinente e provocatorio.

Non cercare la via… comoda del mantenimento di chi non lavora ma fare in modo che tutti possano lavorare. Sapendo che una simile sfida comporta una forzatura delle regole del mercato e un’assunzione di responsabilità da parte dello stato non solo come aggregatore e dispensatore di risorse ma anche come promotore di iniziative economiche in ambiti di comune utilità.

Meritocrazia e disuguaglianza

L’ultima notazione riguarda la durissima condanna della «meritocrazia», come portato della cultura competitiva in auge nelle aziende: «Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla disuguaglianza perché interpreta i talenti della persone non come un dono ma come un merito.

Nessuna concessione dalla versione buona del termine che si può ricavare dall’intendere il termine “meritocrazia” come il contrario di favoritismo, disparità, raccomandazione…». E con un corollario inquietante, vale a dire un «cambiamento della cultura della povertà», nel senso che «il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole: e, se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

***

Le note che precedono e le citazioni del discorso di Genova hanno il solo scopo di suscitare attenzione e suscitare voglia di conoscere il testo nella sua interezza.

Sarebbe anche utile che si potesse sviluppare un approfondimento delle posizioni e degli argomenti di papa Francesco sia in relazione al “sistema” del suo pensiero sia in rapporto al più ampio orizzonte della dottrina sociale cristiana.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi