Quando la politica interna si divora quella estera

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A differenza di quello che può sembrare dal titolo, questo non è un articolo dedicato alla politica estera. Ma, assolutamente, alla politica interna. O, più precisamente, a come il predominio della politica interna e dell’opinione pubblica nazionale ha ormai reso quasi del tutto irrilevante, o impossibile, una strategia razionale di politica estera da parte degli stati democratici occidentali. O, meglio ancora, a come stia rendendo quasi impossibile qualsiasi politica (interna o estera) intesa come strategia di lungo tempo.

politica interna

Laciana Lamorgese, ministro degli interni e Luigi Di Maio, ministro degli esteri.

C’erano le elezioni…

Andiamo con ordine. Partiamo dall’Afghanistan solo perché la drammaticità e l’evidenza di quanto successo col ritiro occidentale da questo travagliato paese è l’esempio perfetto per quanto vogliamo dire. Riavvolgiamo il nastro del tempo: un ritiro mal gestito e finito in tragedia, un governo locale che si sfalda come neve al sole, delegittimato come è –del resto – dagli accordi di Doha tra USA e Talebani, a cui non è stato nemmeno invitato.

Gli accordi di Doha, dunque, tante volte citati in questi giorni e forse non sufficientemente analizzati. Vediamoli nei fatti, in sintesi. Il presidente Trump (o meglio, un suo rappresentante speciale) firma a Doha, capitale del Qatar, il 29 febbraio 2020 un trattato tra gli USA e la fazione islamica dei Talebani, che prevede il totale ritiro delle forze americane entro aprile 2021 (termine poi rinviato da Biden all’11 settembre 2021) e il sostanziale «abbandono» al suo destino del governo afghano di Ashraf Ghani (quello che poi si è squagliato, in ogni senso, in poche settimane, inevitabilmente, appena sono venute meno le armi occidentali che lo difendevano).

Perché Trump firma – fatto di per sé già sconcertante – un accordo diplomatico tra lo Stato sovrano americano e una fazione islamica? E perché lo firma anche se così evidentemente favorevole ai Talebani? L’America è impazzita? La sua diplomazia e la sua intelligence sono ormai fatte tutte di incompetenti?

Certo, la qualità delle classi dirigenti americane non sarà più quella di una volta (come dappertutto…), ma questo tipo di spiegazioni non reggono. Se gli USA hanno firmato un accordo così poco meditato nei suoi possibili effetti strategici, ci devono essere altri buoni motivi, e di ordine razionale o strumentale. Motivi che, a nostro pare, si possono individuare.

Infatti, leggendo i resoconti giornalistici su Doha, scritti nei mesi scorsi, in tempi non sospetti, si trovano frasi chiarissime: «Il presidente Donald Trump ha fatto del ritiro americano dall’Afghanistan una priorità di politica estera, in vista delle elezioni del 3 novembre», scriveva Repubblica nel settembre 2020, commentando i primi difficili tentativi di attuare gli accordi, collegandoli direttamente alle presidenziali USA poi perse da Trump. E aggiungeva: «L’accordo tra Stati Uniti e Talebani ha stabilito un calendario per il ritiro delle forze militari, in cambio di garanzie di uno stop agli attentati terroristici».

E Giuliano Battiston scriveva, già a marzo 2021, per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ISPI, parlando della «fragilità di un accordo sbilanciato, modellato sulle esigenze politiche ed elettorali del presidente Donald Trump, alfiere dell’America First anche nel paese centroasiatico».

Ecco, dunque, il punto della nostra riflessione: è evidente – e lo si scriveva già mesi fa (nel disinteresse generale) – che tutto quanto stava avvenendo in Afghanistan, e si è compiuto oggi, aveva quasi esclusivamente un motore di politica interna. In particolare, due motori tutti “interni”: primo, l’esigenza di Trump di garantire il territorio USA da attacchi terroristici nei mesi precedenti le elezioni americane; secondo, l’esigenza di Trump di riconquistare punti di popolarità e voti, “dando in pasto” all’opinione pubblica americana la “missione compiuta” del ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan. Perché, come ormai sappiamo bene, l’opinione pubblica americana era ed è – da anni – drasticamente favorevole a non mandare più i suoi figli a morire nel paese asiatico (più di 2.000 morti e 20.000 feriti): i sondaggi tutt’ora indicano oltre il 70% di cittadini favorevoli al ritiro. Insomma, l’America First era popolare.

La paura di essere impopolari

Chiudiamo l’esempio afghano. Generalizziamo. L’intero destino di un popolo, l’intero assetto geopolitico di un’area strategica, vent’anni di perdite umane e di investimenti economici possono essere spazzati via in un soffio da esigenze di consenso elettorale, di recupero di popolarità in vista di un voto, o – se vogliamo essere più nobili – per tranquillizzare un’opinione pubblica interna sul rischio di attentati. Colpa del populismo, del trumpismo, si dirà. Certo, questi fenomeni politici accentuano la volatilità delle decisioni (anche di quelle strategiche) e la loro dipendenza dalle tendenze dall’opinione pubblica.

Ma, in realtà, nemmeno Biden – a sua volta in cerca di recupero di popolarità – ha mai pensato di contrapporsi alla decisione di Trump. L’ha ulteriormente dichiarata «conforme all’interesse americano», in una conferenza stampa. E quindi, non ha nemmeno accettato l’ulteriore rinvio che gli veniva chiesto da tante parti, in Europa come in Afghanistan, e dalle ONG impegnate nel paese. America First, intesa come opinione pubblica interna, anche in casa Biden.

Dunque, non è solo questione di Trump e di populismi. L’impressione è che nessun paese democratico sia oggi in grado di prendere decisioni magari giuste, ma drasticamente impopolari. O, peggio ancora, che l’agenda venga spesso costruita sui sondaggi.

Possiamo immaginarci una scena, certamente di fantasia: una riunione di staff nello Studio Ovale, dove si analizza il calo di popolarità, e dove si valutano delle opzioni, dei temi, delle issues, che possono far rialzare i sondaggi del Presidente (chiunque esso sia). La decisione fondamentale sulla linea politica è in mano agli esperti di comunicazione, di social, di marketing politico. Magari lo staff diplomatico o militare si affanna a contrastare la scelta dei comunicatori (ammesso che non la condivida). Ma tutto quello che può ottenere, magari, è di poter operare per ammortizzarne gli effetti, purché lontano dai riflettori dei media. Se per caso si accendono, occorrerà ripensarci.

È certamente una scena di fantasia, quella che abbiamo descritto, ma potrebbe non esserlo. Molto spesso, soprattutto i leader in difficoltà, accendono temi popolari per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altri insuccessi, o da questioni più spinose. È sempre successo nelle democrazie, e sempre succederà, senza dubbio. Almeno nell’ultimo secolo. Si potrebbe richiamare una fila infinita di leggi e leggine, di referendum, di politiche sociali interne, e anche di decisioni di politica estera, che negli ultimi 100 anni rispondono alla categoria del “lisciare il pelo all’opinione pubblica”, se non addirittura a quella dello “specchietto per le allodole”. La decisione politica, da fine, diventa strumentalità: strumento del vero fine, che è il consenso, cioè il mantenimento del potere, a sua volta condizione per poter ancora decidere. In un cerchio che sa sempre più di vuoto autoreferenziale.

Potremmo dire allora che è la democrazia stessa che, essendo basata sul voto e sul consenso, attira non solo verso le decisioni più giuste, ma anche verso le più popolari, specie quando le elezioni si avvicinano (e in Italia, ce ne sono ogni anno, riflettiamoci).

Il ruolo dei “social”

Tuttavia, il cambiamento avvenuto nelle opinioni pubbliche dei paesi democratici, negli ultimi 15 anni, con l’avvento dei social e della rivoluzione digitale, rende questi fenomeni strutturali delle democrazie in qualche modo nuovi, e sicuramente più intensi.

La reattività dei cittadini è assai superiore rispetto al passato, ricevendo notizie in tempo reale e in modo pervasivo coi social e gli smartphone. Soprattutto, l’informazione è fruita in modo profondamente individualizzato, facilitando l’identificazione profonda del singolo con le opinioni che si forma: insomma, ormai ci facciamo rapidamente un’idea su tutto e crediamo di poterci informare (quasi) su tutto, con un solo tocco sullo schermo, e ci convinciamo che quella opinione sia profondamente nostra, perché costruita individualmente con le ricerche google.

Infine, l’uso facilitato e costante dei sondaggi on line – e quei sondaggi permanenti che sono i like e gli insights sui social – rendono ormai rapidissimo il passaggio dalla rilevazione dell’opinione alla scelta politica. Un posizionamento su una scelta, che un tempo sarebbe nato dal fiuto allenato del politico per “l’aria che tira”, da settimane di ascolto in incontri, feste di partito e convegni tra la gente, oggi matura invece – nel chiuso delle segreterie personali – nel breve volgere di una riunione di staff comunicativo, dove si analizzano un po’ di dati sui social.

E qui entra in campo un altro fattore essenziale, che è appunto il fattore tempo. Che, come ci ricorderebbe papa Francesco, è assai più importante dello spazio. Occupare lo spazio dell’opinione pubblica in modo favorevole è divenuto l’imperativo degli staff comunicativi dei leader politici (staff sempre più influenti, va detto).

La rapidità dei social e dei sondaggi quotidiani brucia il tempo: il tempo della riflessione sulla decisione, il tempo dell’iniziare e far maturare i processi, il tempo persino del far maturare e modificare l’opinione pubblica stessa, quando si posiziona in modo insensato rispetto agli interessi del “bene comune”, che non può identificarsi sempre automaticamente con l’“opinione prevalente”.

Tutto ciò che è strategico, di lunga durata, di incerta resa nell’oggi dei media, viene divorato e annullato da queste nuove dinamiche dell’opinione pubblica, nei paesi democratici. Il tempo sta scomparendo dalla politica (il tempo lungo, si intende).

Insomma, è la qualità stessa dei meccanismi e dei processi della decisione politica che sta cambiando. Sono le nostre democrazie che sono alla prova di fronte alla ipereccitabilità delle opinioni pubbliche, alla loro costante trasformazione quotidiana in indici di consenso, alla scomparsa del tempo lungo dalla politica.

La tragedia del ritiro dall’Afghanistan ci insegna (anche) questo, si può e si deve analizzare anche così. In fondo, non è stato il dramma afghano proprio una questione di tempi, oltre che di motivazioni (strumentali) della decisione? E quanti altri casi (nella gestione della pandemia e della ripresa, ad esempio) avremmo potuto portare, in cui il consenso sposta “un po’ più in là” la decisione giusta?

L’impressione che può lasciarci in bocca l’Afghanistan è che, se non ci riapproprieremo di strumenti capaci di guidare l’opinione pubblica oltre che di inseguirla, tanti altri errori strategici e di lungo periodo potranno venire compiuti dalle nostre democrazie occidentali, mentre i regimi autocratici bussano sempre più sfacciatamente alla porta degli equilibri geopolitici mondiali, con la loro capacità di decidere in pochi, e quindi di guardare più lontano.

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