La polveriera mediorientale

di: Francesco Sisci e Francesco Strazzari

Il giorno di Pasqua di questo 2017 si aprirà su una situazione fosca e molto instabile, dove molti eventi potrebbero andare fuori controllo. D’altro canto, molte dinamiche sono tali che solo una soluzione politica, e non militare, può evitare ulteriori avvitamenti. In questo senso, il recente bombardamento contro la Siria di Assad è un momento topico, perché unisce le tensioni in Medio Oriente e quelle in Estremo Oriente, quindi è opportuno cominciare da qui.

bombardamento contro la Siria

L’ambasciatore Vladimir Safronkov, rappresentante della Russia presso l’ONU, esprime l’unico voto contrario alla bozza di risoluzione che chiede al governo siriano di collaborare alle indagini sul sospetto attacco chimico del 12 aprile nella provincia di Idlib (Foto: Spencer Platt/Getty Images)

Un gesto risoluto

Il bombardamento contro la Siria è stato un grande successo per il presidente americano Donald Trump, molto importante visto che, nei suoi primi tre mesi alla Casa Bianca, non era riuscito ad avere risultati netti. Per esempio, il decreto contro l’espulsione degli islamici è stato contestato dai giudici e da alcuni membri del suo partito, i repubblicani; la riforma dell’Obamacare (l’assistenza sanitaria) è stata bocciata per lo scarso sostegno dei repubblicani (che pure hanno la maggioranza al Congresso); la riforma fiscale ha ancora contorni imprecisi e rimane al centro di controversie di destra e di sinistra.

Il bombardamento contro la Siria, invece, è stato chiaro. Ha fermato le nuove ambizioni di Assad (alewita e sostenuto dall’Iran sciita e dalla Russia di Vladimir Putin), ha posto uno stop alla Russia (che forse era troppo galvanizzata di avere una sponda favorevole a Washington con Trump) e ha messo in mora la Cina (il bombardamento è avvenuto durante il vertice col presidente Xi Jinping, tanto da essere oscurato dai media). Trump con un’unica azione ha ottenuto tre risultati ed è risalito nei sondaggi interni che hanno apprezzato la sua prontezza di reazione.

Un complotto?

Non mancano ipotesi complottistiche sollevate in America e altrove. Il bombardamento sarebbe stato organizzato per allontanare i tanti sospetti di complicità tra Trump e Putin, e addirittura qualcuno pensa sia avvenuto con la complicità dei russi. Tali ipotesi cospiratorie trovano conforto nella fretta con cui gli USA sono intervenuti: senza aver accertato chi avesse operato e cosa fosse avvenuto in Siria.

Esperti militari dubitano che Assad abbia usato armi chimiche dopo che, nelle ore precedenti, aveva ottenuto dal segretario di stato americano Rex Tillerson alcune aperture di credito politico. Assad in passato ha agito senza scrupoli ma non stupidamente: perché avrebbe dovuto sprecare questo vantaggio? Inoltre, le armi chimiche avrebbero dovuto fare molti più morti e uccidere in pochi secondi i soccorritori che fossero arrivati senza adeguata protezione. Quindi, c’è chi pensa che si sia trattato piuttosto di un incidente avvenuto in una fabbrica di prodotti chimici.

Gli USA potrebbero aver scelto di intervenire per il vantaggio politico che veniva loro offerto ma anche per non aprirsi al rischio di sollevare un coperchio delicato sulle complicità di tante fazioni in lotta fra di loro e contro Assad in Siria e, nello stesso tempo, sostenere la Turchia (alleato Nato) complice forse di alcune di queste fazioni.

Una situazione nuova

La decisione potrebbe essere stata alla fine saggia. La guerra in Siria è estremamente sporca, con tanti gruppi – e non solo il Daesh – interessati a continuare il conflitto e a fomentare discordie tra i tanti attori nella regione. Quindi, Trump, prima di diventare ostaggio politico di uno dei tanti gruppi sul terreno, ha deciso per un taglio netto.

Questa incursione dà oggi agli USA una forza nuova che prima non avevano e tale forza potrebbe essere usata per trovare una soluzione che deve essere assolutamente politica e non può essere militare. In Siria si combattono infatti direttamente e indirettamente, per elencare solo i maggiori protagonisti: Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita, USA, Israele. Più una folla di attori minori, che giocano di sponda fra i protagonisti mettendoli spesso l’uno contro l’altro e guadagnando così nuovi spazi di manovra. Il rischio, evidente con l’episodio delle “armi chimiche”, è che i sei paesi citati, in parte o in gruppo, diventino, consciamente o meno, ostaggio di uno o più signori della guerra il cui interesse è solo il conflitto da cui trarre denaro e potere.

La decisione di Trump crea oggi una situazione nuova. Si potrebbe provare a portare intorno a un tavolo tutti i vari attori della regione e pensare a una soluzione che tenga conto delle ambizioni e dei timori di ciascuno. Infatti, accanto agli alewiti di Assad, ci sono gli sciiti iraniani. Contro, ci sono le ambizioni di Ankara, che sembra perseguire una politica di sostegno agli arabi sunniti ma che mal tollera i curdi sunniti, posizionati tra Iraq e Siria, che potrebbero essere di esempio per il nazionalismo dei curdi di Turchia (circa il 20% della popolazione). Intanto, il fragile regno sunnita saudita teme il fascino che gli sciiti iraniani potrebbero esercitare per le minoranze presenti in Arabia e altrove.

In mezzo a queste e a molte altre frizioni, però, si è aperto uno spazio di dialogo di tutti questi attori con Israele, che ha smesso di essere isolato e magnete di ogni critica. Anzi, lo stato ebraico, apertamente o meno, è corteggiato da quasi tutti gli attori della regione e non. Inoltre, esso appare come un’isola di stabilità, di pace e di libertà in una zona che scarseggia di questi tre elementi.

Vista la confusione sul terreno, è chiaro che ogni tipo di tentativo di soluzione militare ha fallito e che, per molti anni, anziché arrivare ad una conclusione, lo spazio del conflitto si è allargato sempre di più. L’instabilità oggi minaccia persino quella che una volta era la pacifica Turchia. Neanche una soluzione politica potrà mai essere perfetta o facile, ma appare la migliore e, per una volta, forse più facile del ricorso alle armi.

Il ruolo della Cina

Un tempo la questione si sarebbe fermata qui. Oggi però la politica della nuova via della seta cinese, che proietta Pechino verso il Centro Asia e il Medio Oriente e la coincidenza del bombardamento durante l’incontro di fra Trump e Xi, porta direttamente o indirettamente anche la Cina nella questione. E viceversa: l’ombra del Medio Oriente si allunga verso l’Asia orientale.

Il bombardamento americano è un segnale chiaro di Washington a Pechino: gli USA sono pronti a intervenire unilateralmente contro Pyongyang, così come sono intervenuti contro Damasco. La Cina può collaborare o meno, Washington è pronta ad agire anche da sola. Si ripropone così una dinamica politica globale in cui tutti i pezzi sono interconnessi. È un po’ – è un esempio da prendere con grande prudenza – come quando la guerra fredda cominciò in Europa con la guerra molto calda in Corea nel 1950. Naturalmente non siamo oggi al punto da avere una guerra fredda contro la Cina. Ma la scelta di bombardare durante il vertice e, subito dopo (quasi a fugare ogni dubbio), annunciare il viaggio verso la Corea del Nord della flotta americana con la portaerei Vinson, dimostra l’intenzione americana di affrontare di petto non solo Pyongyang ma anche Pechino.

Qui i problemi sono più gravi, perché coinvolgono la seconda potenza economica, la prima per popolazione, e si incentrano in un’area in cui vive il 60% della popolazione mondiale, che è anche quella economicamente più dinamica. Qui i problemi potrebbero essere anche più complicati che in Medio Oriente. Questa regione ha smesso di essere fondamentale per le forniture di energia, dopo l’entrata in funzione del gas o del petrolio di roccia americano, e ha un problema antico, più volte manifestatosi lungo la storia, di fare collimare le varie ambizioni contrastanti.

Intorno alla Cina sono invece intrecciati problemi di breve, medio e lungo periodo.

Di breve periodo, ci sono questioni come il disavanzo commerciale degli USA verso la Cina, che sta sottraendo posti di lavoro in America, questioni come la cybersecurity, l’accesso delle aziende americane al mercato cinese, la protezione della proprietà intellettuale… Ci sono poi i rischi derivanti dalla posizione della Cina nei confronti della Corea del Nord o del Mar Cinese meridionale, o anche dalle vicende più delicate di Taiwan o il futuro democratico di Hong Kong.

Di medio periodo, c’è il timore che la Cina, fra pochi anni, possa superare le dimensioni dell’economia americana e, qualora questo avvenisse, potrebbe costringere gli USA a una competizione strategica fino ad essere espulsi dall’Asia. Contro questa eventualità si battono anche molti paesi vicini alla Cina, che si sentono minacciati o tiranneggiati da una Cina sempre più assertiva o arrogante. Tutto ciò è aggravato dal timore di un paese governato con un sistema non trasparente e diverso da quelli democratici, che sono la maggioranza nel mondo. Se la Cina è un sistema oscuro e autoritario, rischia di condizionare anche il resto del mondo.

Di lungo periodo, c’è poi forse il cambiamento rispetto a una fase durata circa 500 anni in cui l’Europa e la sua estensione nel continente americano hanno dominato il mondo con le sue regole e i suoi modi di pensare. Lo sviluppo cinese, con la sua civiltà molto antica e molto diversa da quella occidentale, sta trascinando con sé il resto dell’Asia e sta oggettivamente minacciando di cambiare il modo di pensare proveniente dall’occidente.

Occorre realismo

I tre livelli sono interconnessi, ma lo sono raramente a livello di dialogo politico. Inoltre, l’impatto politico diretto e crescente della Cina in ogni area del mondo, compreso il Medio Oriente, porta con sé questi tre livelli di timore e di allarme. Qui non c’è da ricercare torti o ragioni, ma capire come possa evolvere la situazione.

Il vero modo di affrontare questo garbuglio è di guardarlo negli occhi. Ciò vale per la Cina e per tutti gli altri.

Il rischio è che il garbuglio sia talmente complesso da spingere uno o più protagonisti della vicenda a cercare scorciatoie militari. È chiaro che tali scorciatoie non risolveranno il problema di lungo termine, perché una Cina umiliata e democratica domani potrebbe essere peggiore della dittatura assertiva di oggi. Una dittatura può frenare le spinte populiste dei vari demagoghi, una democrazia ha molti più problemi in tale senso. Ma la tentazione potrebbe essere semplicemente quella di dare un colpo a Pechino e spostare il problema di vent’anni, poi, fra vent’anni, si vedrà.

Qui non c’è da essere buonisti, ma semplicemente realisti e razionali. Una scorciatoia militare rischia di moltiplicare i problemi, non di risolverli. L’esempio della seconda guerra in Iraq ne è un esempio lampante. L’invasione del 2002 di Afghanistan e Iraq avrebbe dovuto portare pace e democrazia nel Centro Asia e in Medio Oriente. In realtà, 15 anni dopo, la situazione è molto peggiore di un tempo. La Cina e l’Asia sono assai più complicate e vaste di Afghanistan e Iraq.

D’altro canto, il fatto che Xi abbia accettato di stare al gioco delle ambiguità del bombardamento in Siria, abbia aperto a concessioni commerciali nei confronti degli USA e abbia avviato una nuova diplomazia verso i paesi vicini è forse il segnale forse una disponibilità a esplorare nuovi spazi. In questo senso un Trump rafforzato dal suo bombardamento potrebbe essere in grado di aprire uno spazio ampio di dialogo.

Qui, anche per l’arrivo della Pasqua, c’è spazio per un ruolo della Santa Sede. Roma ha poco interesse alle vicende di breve periodo, ma ha oggettivamente maggiore interesse nelle questioni di medio e lungo periodo. Solo risolvendo tali questioni medie e lunghe, le questioni di breve non diventano una miccia di conflitti più grandi. Ma le questioni di medio e lungo periodo sono difficilmente affrontate dalla diplomazia tradizionale fra gli stati, cosa che invece la Santa Sede potrebbe avere un interesse ad affrontare per la sua missione di pace nel mondo.

In questo senso, sia Trump che Xi che altri capi di stato asiatici potrebbero avere bisogno di coinvolgere Roma in Asia, oppure questa prospettiva potrebbe essere sentita a Roma come una missione.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi