La religione del Presidente

di: Marcello Neri

trump in preghiera

La presidenza degli Stati Uniti si presta quasi naturalmente a una personalizzazione della carica e dell’ufficio da parte di chi la occupa. Dietro questa immagine costruita ad arte si celano forti giochi di interesse, prevalentemente finanziari e industriali, che possono essere portati discretamente avanti protetti da quell’immagine che occupa la scena della percezione pubblica.

Si tratta di uno scenario abituale dall’altra parte dell’Atlantico, anche quando la personalità del presidente in carica ha un tono minore, debole e poco brillante. Una sorta di aurea sacrale che avvolge il capo della nazione. In merito a questo, la presidenza Trump si colloca all’interno di una tradizione ben consolidata. Di fatto confermandola – almeno per quelli che la pensano come lui.

Un profilo originario

Il tratto debordante della sua personalità e, soprattutto, il suo modo di comunicare decisioni di rilievo istituzionale non fanno altro che mettere a nudo e rendere percepibile un meccanismo ben assestato legato alla figura del presidente statunitense (chiunque sia), democraticamente digeribile proprio perché non apertamente dichiarato.

Il processo di una pervasiva privatizzazione dello spazio pubblico statunitense e di implementazione in esso di interessi di parte non è iniziato certamente con lui. Anzi, è probabile che si tratti di qualcosa inscritto nella matrice stessa su cui si articola la vita democratica della nazione.

Tratto, questo, che Trump ha portato a un estremo di evidenza, e per questo di intollerabilità, a cui molti erano probabilmente impreparati – anche nelle fila del partito repubblicano. Ed è forse questo, più che questioni di ideologia politica, che può spiegare un certo senso di estraneità che scorre tra il presidente attuale e il partito che dovrebbe portarne avanti le politiche sul piano del potere legislativo.

Privatizzazione della religione

Fatto meno percepito, almeno qui da noi in Europa, è come Trump sta facendo funzionare questo meccanismo rispetto alla religione.

Da un lato dismettendo, di fatto, la costituzione di consigli governativi ad hoc in materia, composti in maniera sorvegliata dalle procedure congressuali e caratterizzati da un equilibrio rappresentativo delle varie confessioni religiose. Nell’insieme, con questo modo di procedere da parte delle precedenti amministrazioni, si intendeva garantire sia la trasparenza-pubblicità della funzione consultiva di questi gruppi all’interno delle politiche governative, sia lasciare spazi di libertà critica ai membri che ne facevano parte nei confronti di queste ultime.

Non è che con Trump la religione sia sparita dai corridoi parlamentari e dalle stanze della Casa Bianca. Anzi. Ma è cambiato profondamente il modo di gestione delle relazioni dell’amministrazione statunitense con le molteplici espressioni confessionali della nazione.

Questo non solo rispetto ai tempi di Obama, ma anche al secondo quadriennio della presidenza di Bush Jr. In un certo modo si potrebbe dire che Trump ha completamente privatizzato le relazioni governative con la religione; sottraendole di fatto a qualsiasi verifica-controllo da parte del potere legislativo e di quello giudiziario – fino al suo vertice nella Corte Suprema.

Un filo diretto senza intermediazione pubblica

La creazione di Trump è quella di una relazione immediata, senza vincoli se non quelli dei mutui e corrispondenti interessi, tra il potere esecutivo e un profilo ben preciso dell’espressione religiosa della nazione – ossia l’evangelicalismo, prevalentemente (ma non esclusivamente) bianco.

Non che altri presidenti non fossero in contatto personale con rappresentanti delle confessioni religiose del paese; ma si trattava, appunto, di rapporti coltivati dalla persona del presidente, potremmo dire dalla sua dimensione biografica, e non in rappresentanza della carica che occupava. In tal modo si manteneva una distinzione, almeno formale, rispetto alle pratiche e politiche dell’amministrazione in carica.

Il superamento di questa distinzione è quanto sta avvenendo oggi con Trump, con la costituzione di fatto di un circolo elettivo di rappresentanti di una specifica corrente religiosa del paese, che funziona come organo permanente di consultazione e influenza delle politiche dell’esecutivo.

Cogliere l’occasione

L’ala evangelicale chiamata in causa ha percepito immediatamente il guadagno inscritto nella dismissione pubblica della religione, da un lato, e nella sua massima privatizzazione, dall’altra. Una sorta di kairos teologico-politico.

Ricondotta all’inevidenza pubblica e istituzionale, la religione (in questo caso l’evangelicalismo) approda a un rilievo esecutivo, quindi in materie che riguardano tutti i cittadini statunitensi, sostanzialmente inedito per quanto riguarda la sua forma paradossale di attuazione.

La religione completamente privatizzata di Trump è diventata soggetto effettuale e operativo della pratica pubblica del potere esecutivo statunitense. Una figura nuova certo, che però si radica nell’«eccezionalismo» di antica data che caratterizza l’esperimento democratico americano fin dai suoi principi.

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