La sindrome populista

di: Domenico Rosati

Specie dopo il successo di Trump e le sue tracotanti esternazioni, si parla e si scrive con sempre maggiore frequenza di populismo.

In Europa è in atto una competizione emulativa in vista di prove elettorali importanti in Olanda, in Francia, in Germania e qui da noi, in Italia. Altrove, come in Ungheria e altri paesi dell’Est, il populismo è da tempo insediato ai vertici dello stato.

Ma di cosa si sta parlando? I politologi non forniscono lumi quando, mutuando la terminologia dalla medicina, evocano il concetto di “sindrome”, che allude al concorso di più fattori nella genesi di un morbo. Quali fattori?

esperienze storiche del populismo

Un’esperienza plurale

Poco si conosce delle esperienze storiche del populismo. Che però è utile tener presenti per evitare definizioni troppo uniformi e quindi fuorvianti.

Altro è, infatti, il movimento populista russo di fine 800, che puntava a realizzare una sorta di socialismo rurale emancipando i contadini.

Altro è il caso dei governi populisti nell’America Latina, del Novecento, sul modello «peronista», che mescolano autoritarismo e modernizzazione.

Altro, infine, sono le manifestazioni di populismo che, sempre nel secolo scorso, funzionarono da apripista al fascismo e al nazismo.

Le regole della democrazia

Volendo insistere nella ricerca di un denominatore comune, si può convenire su una provvisoria definizione di populismo. Essa assume, esalta e idealizza il popolo in quanto depositario di valori totalmente positivi e fa del popolo stesso un modello economico e sociale. Ma anche questo approccio si rivela insufficiente se non si elude il confronto con l’esperienza democratica.

La quale, secondo la solenne enunciazione di Abramo Lincoln, si presenta come «il governo del popolo, dal popolo e per il popolo», una formula che potrebbe ingenerare confusione se non venisse specificato il concetto di governo come insieme di regole e istituzioni che realizzano l’esercizio della sovranità.

È quel che è scritto in modo esemplare nella Costituzione italiana all’art. 1: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Dove è il popolo stesso che, nel processo democratico, si autodisciplina e, in un certo senso, si vaccina contro le tentazioni e le degenerazioni autoritarie del potere.

Tra Berlusconi e Trump

Un episodio relativamente recente può aiutare ad apprezzare la differenza tra il generico potere popolare e la funzione delle istituzioni della democrazia rappresentativa.

Nel 1994, dopo la vittoria elettorale che lo aveva issato al potere, Silvio Berlusconi portò fino all’estremo l’esaltazione del significato dell’investitura popolare.

Dovunque proclamava che «la sovranità appartiene al popolo» dimenticando sempre di citare la seconda parte della proposizione costituzionale. Che gli venne opportunamente e importunamente ricordata in vari modi.

Ultimamente è stato Donald Trump a riproporre lo stesso copione, per giunta nella veste di titolare delle prerogative di capo di una repubblica presidenziale. Nel discorso di inaugurazione ha infatti sottolineato che, con la sua elezione, non si realizzava un avvicendamento di governi ma l’avvento del popolo alla guida della nazione al posto delle élites dominanti.

Anche lui ha peraltro dovuto scoprire che, fortunatamente, in democrazia funziona la bilancia dei poteri e che le Costituzioni servono appunto a circoscrivere e ad arginare certe pulsioni totalizzanti.

Si può constatare, dunque, che il processo democratico incorpora, per così dire, la spinta del leader che, per affermarsi, deve però mettere in preventivo la procedura parlamentare e il compromesso politico. A riprova del fatto che in democrazia il rispetto delle forme è condizione della qualità della sostanza.

Tra leader e portavoce

Inoltrandosi sulle manifestazioni del populismo, pur così varie nel tempo e nello spazio, si trova che una nota comune è rappresentata dalla presenza di un leader carismatico che si propone, da solo o con un’élite selezionata, come interprete dello spirito del popolo. In Italia c’è memoria del “magnetismo” di Mussolini nelle sue «adunate oceaniche».

Il concetto di «portavoce», utilizzato in Italia dal movimento di Grillo per designare i propri eletti, è una variazione sul tema dell’impianto verticistico. Che non viene alterato per il fatto che la presunta volontà del popolo viene espressa e comunicata non dalla voce del capo ma dall’anonimo algoritmo di un’azienda che la trasmette per via telematica…

Un po’ a sinistra e un po’ a destra

Altra caratteristica della proliferazione populista è la sua così detta trasversalità, che si manifesta nell’assunzione eclettica di spunti attribuibili, di volta in volta e indifferentemente, a motivazioni di destra o di sinistra.

Chiusura delle frontiere e respingimento degli «invasori» e, contemporaneamente, protezione degli “indigeni”: è l’icona più visibile di un calcolo politico che rifugge da ogni valutazione etica e anche da un plausibile ancoraggio storico-politico.

Non si considera infatti che, almeno in Europa, la vita sarebbe grama all’interno di entità territoriali sigillate e protette in un mondo che, seguendo le avventure del capitale, da tempo ha sfondato i confini in campo economico e sociale, anche se oggi sembra tentato di ritrarsi in dimensioni meno dispersive.

Tradizioni sotto scacco

Questa disinvoltura programmatica costituisce tuttavia un’insidia per le forze di più antica tradizione sociale, cristiana o socialista, le quali vedono contrastate le proprie credenziali nel campo delle rivendicazioni sociali e sono spinte sulla difensiva sul terreno della sicurezza essendo rimaste sole a difendere le ragioni dell’umanità compromesse dal ritorno della xenofobia e dal trionfo della paura.

Può essere consolante per i credenti la coerenza apostolica con cui papa Francesco continua a denunciare i guasti dell’economia dello scarto e a sostenere i doveri di un’accoglienza non soggetta a calcoli utilitari, ma è obbligatorio constatare che egli è pressoché solo a difendere questa posizione.

Affinità elettive…

A questo punto s’impone un accenno alle specificità dei singoli movimenti populisti che operano in Europa. Essi si sono festosamente incontrati a Coblenza proprio mentre Trump giurava a Washington.

«Con lui il tappo è saltato e il genio non entrerà più nella bottiglia» ha detto l’olandese Wilders. È stato «il trionfo del popolo contro le élites, della democrazia contro la burocrazia», gli ha fatto eco la francese Marine Le Pen.

Per quest’ultima, l’operazione si può riproporre in Europa. «Tutti i popoli europei – ha esclamato con accenti da… Marsigliese – sono sotto la tirannia di un’oligarchia finanziaria fatta di piccoli uomini».

Più provinciale, a giudicare dalle cronache, l’intervento dell’italiano Salvini, per il quale è «una follia» il fatto che in Italia vi siano 50 mila autoctoni senza acqua e senza gas e 176 mila non italiani (non turisti, ndr) ospitati in albergo.

…ed elettorali

Ma forse il contributo meno banale del leader leghista è nel riferimento alla nascita anche in Italia di «movimenti anti-sistema che sono strumenti creati ad arte dal sistema stesso per dividerci e per intercettare e ammansire il dissenso».

Accenno intrigante al Movimento 5Stelle, del quale si teme la concorrenza sul terreno della protesta xenofoba. In fondo, sia Salvini che Grillo parlano alla pancia degli elettori. E ciò determina una sorta di affinità elettiva che può prolungarsi sul terreno elettorale.

La massa passiva

Al termine della smisurata orgia di popolo consumata a tutte le latitudini dai leader dei movimenti populisti pare legittimo domandare (e domandarsi) che idea essi abbiano del popolo di cui tanto parlano.

Lo ritengono un’espressione collettiva e articolata di figure coscienti e pensanti o una massa passiva disposta a seguire i… comandi di pancia che ne intercettano gli umori oltre i bisogni?

I comportamenti – a partire dall’irrimediabile sicurezza con cui capi e gregari trasmettono il loro messaggio – certificano che sulla passività, o almeno sull’indifferenza, del popolo si fa affidamento per costruire un consenso elettorale che ribalti l’impianto pluralistico delle società democratiche e delle istituzioni sovranazionali così come sono state immaginate dopo il flagello della seconda guerra mondiale.

Una duplice ricerca

Se è così, la risposta, per chi intenda cercarla, diventa obbligata.

Lungo due direttrici. La prima: ripensare, adeguare e, se del caso, rimodellare le forme e le istituzioni della democrazia perché i canali di comunicazione tra rappresentanti e rappresentati siano liberati dalle occlusioni economiche e sociali che ostacolano la partecipazione dei cittadini e li inducono al disinteresse e all’apatia.

In Italia ciò significa recuperare pienamente i contenuti sociali della Costituzione in termini di programmi politici, superando la fase in cui è avvenuta un’enorme dissipazione di energie attorno alle questioni del… regolamento del condominio

La seconda direttrice: riattivare con tutti gli strumenti disponibili la capacità di pensare dei cittadini e delle formazioni sociali vecchie e nuove in cui si svolge la loro attività.

Ci saranno più dubbi in circolazione e anche più critiche; ma anche più ipotesi di soluzioni che si confronteranno e si specificheranno lungo il cammino democratico. Sarà un antidoto alle soluzioni semplificate e alle imposizioni che il populismo traveste da atti d’amore per il popolo.

Il principale dubbio, naturalmente, riguarda il se ci sarà qualcuno in grado di assumere tempestivamente e credibilmente tale missione. Ma non è una buona ragione per desistere dalla ricerca.

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