La tentazione delle “vie di fatto”

di: Domenico Rosati

Questa campagna elettorale, cominciata all’insegna delle promesse iperboliche, si è andata progressivamente imbarbarendo fino a prefigurare l’incubo di circuiti incontrollabili.

Le peggiori ipotesi si sono materializzate in fatti che rivelano scosse telluriche nel profondo della società e scuotono la stessa resistenza delle istituzioni.

Non è rilevante che l’epicentro del sisma politico si sia manifestato in una remoto capoluogo di provincia, come Macerata, e non in un’area metropolitana presuntivamente più esposta.
Semmai deve far riflettere proprio la circostanza che l’epifania di certe pulsioni non controllate sia avvenuta al livello dei capillari della società, là dove si presume che la regola sia l’ordine e che non c’è (non ci sarebbe) spazio per il suo contrario.

Un meccanismo ricorrente

Vi sono segni che portano ad affermare che qualcosa si è rotto nell’equilibrio dei fattori che regolano il vivere civile; e ciò riduce l’area della sorpresa per lasciare campo ad una realtà ancora non analizzata, con la quale comunque si devono fare i conti.

In realtà, quanto è accaduto a Macerata e dintorni mette in chiaro il funzionamento di un meccanismo ricorrente che, in circostanze e con motivazioni molteplici, apre la via a comportamenti che convenzionalmente chiamiamo anomali, ma che continuamente ritornano nelle vicende delle società organizzate.

Nel circuito di Caino

È la stessa dinamica che opera nelle relazioni tra le persone e viene descritta come il passaggio alle “vie di fatto”, ossia il transito da un confronto verbale, anche eccitato e alterato (metti in osteria) al… mettere mano al coltello, o alla pistola o al mitra.

Non c’è bisogno di cambiare analisi per ogni episodio, che pure si presenta con caratteristiche particolari e non sovrapponibili. Il punto cruciale della ricerca è l’individuazione del punto in cui, precisamente, un individuo o un gruppo entrano nel… circuito di Caino.

Le motivazioni possono essere le più diverse, dalle più enfatiche alle più futili, ma in tutti i casi c’è qualcosa che si rompe in termini di legalità, di fedeltà alle istituzioni, di rispetto per l’altro e gli altri. Il pensiero, come atteggiamento razionale e riflessivo, viene sopraffatto dall’azione, che diventa autonoma e incontrollata quando si invera nella forma della violenza.

La “soluzione finale”

Ciò avviene, per dirla in modo comprensibile dai contemporanei, quando si accede alla prospettiva di attuare la “soluzione finale”, ossia l’annientamento anche fisico dell’avversario di turno, nel presupposto che in tal modo si ristabiliscono l’ordine e la quiete là dove il turbamento aveva imposto la sua legge.

Vale per i conflitti individuali e per le contese globali. La logica della guerra rientra in questo ambito così come, per fare un esempio a noi più vicino, la logica del terrorismo.

Il mito della lotta armata

Chi ha memoria del “68”, di cui molti stanno celebrando i fasti anniversari, non può dimenticare di aver udito, non solo nelle agitate assemblee studentesche dell’epoca, ma anche in altri abitualmente più composti consessi di lavoratori, frasi che affermavano l’ineluttabilità, data la situazione, del ricorso alla “lotta armata”.

Alla quale poi, fortunatamente, non tutti si applicarono (ché anzi ne presero le distanza al manifestarsi dei primi sintomi), ma che ebbe un fascino per i cultori di un “cambiamento” che si voleva completo e istantaneo come effetto di una “presa del potere” ritenuta salvifica.

Gli invasori della casa accanto

Non credo di sbagliare se affermo che, anche sul versante opposto, quello della destra neofascista, queste fossero le pulsioni di fondo, a partire dalla convinzione dell’irreformabilità di un sistema che si poteva redimere solo rovesciandolo.

Ecco, a Macerata e dintorni dev’essere accaduto qualcosa che ricalca la descrizione che precede. L’arrivo di gente straniera, diversa anche nel colore della pelle, e sempre più insistentemente descritto come “invasione”, ha sviluppato in un soggetto particolare, già nutrito – per così dire – a pane e mein kampf, la convinzione che altro non ci fosse da fare se non attuare una personale, privatissima, soluzione finale verso quegli invasori della casa accanto, identificati in modo semplice come una “razza” malefica da eliminare.

Il ruolo della propaganda

Quale connessione abbiano le amplificazioni politiche della propaganda sullo stato d’animo di un soggetto già in qualche modo predisposto; quanto influsso abbiano esercitato le conversazioni di bar o di palestra a proposito del peso del “disturbo” recato alla convivenza dalla massa dei “negri”; quanto, infine, può aver scatenato il raptus stragista l’avvenimento di un delitto orrendo consumato sul territorio con l’uccisione di una ragazza innocente: tutto questo e altri elementi rientrano nell’ambito degli accertamenti giudiziari attorno al “caso”.

Un malessere esteso

Quanto all’effetto che esso ha prodotto nel clima e nel contesto della campagna elettorale in corso, si può ritenere con certezza che ne è derivato un inasprimento delle posizioni contrapposte sul tema dell’immigrazione. E proprio non se ne sentiva il bisogno.

Ma soprattutto dev’essere motivo di allarme la constatazione dell’estensione del malessere popolare attorno ai temi dell’ingresso e dell’accoglienza degli stranieri.

«Chi non era razzista lo sta diventando»: parole del sindaco di Macerata sulle quali conviene meditare. Non per inseguire il razzismo nelle sue stolte operazioni di aggiornamento, ma per rappresentare la necessità e fattibilità di un’alternativa in cui l’accoglienza e l’integrazione siano parte costitutiva di una convivenza che esclude l’odio e cerca sempre la pienezza della condizione umana.

Pochi giorni per non sbagliare

La logica delle contrapposizioni appare indubbiamente la più praticabile, specie se si inasprisce il contrasto con il fascismo di ritorno che è disseminato in più d’una delle posizioni in campo e non solo in quelle dichiaratamente di destra.

Ma contrapporsi non basta se non si riesce a persuadere che, oltre il contrasto ideale e culturale, che va mantenuto e alimentato, è indispensabile individuare soluzioni che si accreditino con l’evidenza delle cose buone e diventino per ciò stesso persuasive.

Ci sono pochi giorni per fare qualcosa prima del 4 marzo. Soprattutto per non fare cose sbagliate. Ma, siccome il problema viene da lontano, occorre mettere in cantiere un’impresa di riabilitazione del costume e del metodo democratico come unico vaccino contro la tentazione della violenza risolutrice. Che oggi si ripropone dal profondo delle nostre comunità.

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