La verità contro le “fake news”

di: Francesco Sisci

Il problema della “falsa informazione” che tormenta il pubblico dibattito dei nostri giorni e che è stato additato come causa di alcuni “disastri politici” – come il voto a favore del Brexit nel Regno Unito o l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti – non è decisamente una novità. Si tratta di un problema nato con la filosofia.

Un problema antico

Nel 360 a.C., Platone nel Sofista già si preoccupava di questo: il ragionamento sofistico, popolare ai suoi tempi, è un «apparire, sembrare, ma non essere». E continua definendo la sofistica come «l’imitazione dell’arte di contraddizione, parte simulatrice dell’opinione, del genere che crea apparenze che deriva dalla capacità di creare immagini, che è parte umana e non divina dell’arte del creare, la parte cioè che crea meraviglie nei discorsi». Platone trovò una sua soluzione nella ridefinizione dell’essere e del non-essere.

All’incirca nello stesso periodo, dall’altra parte del mondo, Confucio, preoccupato del crollo dell’antico ordine morale, sociale e politico, era alle prese con la medesima questione. I concetti, rappresentati nelle parole, avevano perso il significato che esprimevano in passato; il padre non era più padre, il figlio non si comportava più da figlio. La soluzione da lui proposta fu una «rettificazione dei nomi»: una correzione dei termini in modo che essi corrispondessero nuovamente alla realtà presente, rendendo così possibili la reciproca comprensione e l’agire.

In Grecia, la sfida scaturì dall’emergere di una nuova classe mercantile che stava distruggendo il vecchio ordine aristocratico, in una città un tempo incentrata sul culto degli antichi dèi e il predominio di Sparta sulle altre Polis.

In Cina fu l’ascesa di singoli stati distaccatisi dall’organizzazione dell’Impero Zhou, che creavano nuovi centri di potere in competizione gli uni con gli altri e l’ascesa del potere autocratico di un sovrano contro le prerogative della vecchia aristocrazia.

In entrambi i casi, sofismi e nomi non più corrispondenti alla realtà accompagnarono e incoraggiarono il crollo dell’ordine costituito. In entrambi i casi la soluzione fu, alla fine, la costituzione di un nuovo ordine imperiale.

In Grecia, la conquista macedone e la fondazione di regni ellenistici che si estendevano fino all’India posero fine ai battibecchi e alle lotte intestine delle città greche indipendenti, per mezzo di una nuova forma di conoscenza che si basava sull’organizzazione aristotelica del mondo.

In Cina, l’unificazione dell’Impero Qin, basato sulla massiccia sistematizzazione della conoscenza e della burocrazia, pose fine per secoli agli accesi dibattiti dell’epoca.

Una diversa rappresentazione della realtà

Oggi siamo forse in una situazione simile. Il problema vero non è costituito da termini non corrispondenti alla realtà o da sofisti che ingannano con le loro chiacchiere; queste cose sono in giro da secoli. La vera domanda è perché i media mainstream, che per lungo tempo sono stati il canale preferenziale della “verità” intesa come visione della realtà generalmente accettata, hanno perso di popolarità.

La risposta è semplice ed è la medesima dei tempi antichi: si usa una terminologia incorretta e si crede a discorsi sofistici perché i vecchi termini e i vecchi discorsi non rappresentano più la realtà per quello che è. I media mainstream erano contro il Brexit e contro Trump, e tuttavia questi hanno entrambi vinto, il che rende evidente il fallimento della credibilità dei media. Naturalmente c’è anche da considerare la loro perdita di monopolio sull’informazione. A parte gli strumenti tradizionali, come tv e giornali, oggi le piattaforme internet forniscono nuovi strumenti per la comunicazione. È un nuovo mondo.

Con la globalizzazione iniziata dopo la caduta dell’impero sovietico, miliardi di persone sono uscite dalla miseria, e queste, sommate a quelle del mondo sviluppato, si sono riversate nel regno di internet. I nuovi “non poveri” dei paesi in via di sviluppo costituiscono già la nuova classe media che sta mutando i modelli di consumo e produzione del pianeta. Questa massa di individui senza precedenti è risucchiata nel nuovo universo connesso di Internet, dove poche aziende, principalmente americane (Google, Facebook, Amazon e Apple) o cinesi (Alibaba e Tencent), dominano la scena e stanno generando una nuova rivoluzione industriale.

I dati, forniti spontaneamente dai compratori, creano nuovi beni di consumo che stanno rivoluzionando ogni cosa: automobili senza conducente, droni intelligenti che portano i prodotti acquistati online direttamente sulla porta di casa, stampe 3D che stanno trasferendo le fabbriche negli uffici…

Non si tratta semplicemente di una questione di strumenti, ma di come la realtà viene presentata. I media mainstream discutono gli uni con gli altri dimenticando che ci sono nuovi media in cui nuove persone trovano voce tramite strumenti di comunicazione con barriere di accesso limitate o inesistenti. E queste nuove voci rappresentano una nuova realtà sfuggita ai radar di controllo culturale per circa 25 anni.

Nuove realtà emergenti

La fine della Guerra fredda non ha portato a un mondo unificato sotto il controllo di un’America vittoriosa e della sua ideologia del libero commercio. Ha portato a un mondo caotico dove le distinzioni tra destra e sinistra risalenti alla Rivoluzione francese non valgono più.

In Italia il primo segnale di questo cambiamento è stata la salita al potere di Silvio Berlusconi. A quel tempo, all’inizio degli anni 90, il fenomeno Berlusconi era considerato un’eccentrica eccezione. Ma ora, dopo i precedenti di Thaksin Shinawatra in Thailandia un decennio dopo, e oggi con l’elezione di Trump negli Stati Uniti, è evidente che Berlusconi fu il primo segnale di una nuova direzione politica a livello mondiale che nessuno inizialmente aveva preso sul serio. Il crollo dell’Urss – ora è chiaro – non ha portato all’espansione incontrollata del mondo occidentale, e il principale concorrente dell’America non è stata l’Europa con la sua ambizione di diventare un’entità politica unificata.

La nuova realtà a emergere è stata l’Asia, guidata dal nuovo dinamismo della Cina; e la diffusione della violenza estremista islamica, caratterizzata da atti terroristici che nascono con il radicalismo occidentale dell’800 e ’900. In entrambi i casi, l’Occidente ha diffuso le sue idee – l’imprenditorialità in Asia e il terrorismo nel mondo islamico – ma non ha compreso che questi sviluppi, una volta messi nelle mani di altri popoli, avrebbero potuto assumere forme diverse e si sarebbero potuti rivoltare contro l’Occidente stesso.

Ciò non è meramente un problema internazionale; tocca la vita della gente comune in ogni paese, specialmente gli Stati Uniti e l’Europa, che prima controllavano il mondo con le vecchie regole. Influenza la vita di tutti i giorni, ad esempio con il fenomeno dell’immigrazione o il terrorismo proveniente dal mondo musulmano, e con l’importazione di beni a basso costo e investimenti stranieri dalla Cina e dall’Asia.

Ridefinire i poteri in gioco

In questa situazione, come in passato, o nuovi poteri entrano in gioco a guidare un ordine nuovo, o l’ordine precedente deve trovare la forza di rinnovarsi profondamente. Un drastico superamento dell’ordine presente sarebbe più pericoloso e costoso in termini di guerre e distruzione rispetto a una riforma del vecchio ordine, e per questo forse un approccio conservativo causerebbe meno danno a tutti.

In quest’ottica, gli Stati Uniti dovrebbero ricostruire la loro posizione e i loro valori universali per poter riemergere come una superpotenza positiva che sostenga tutti e ridefinisca la visione globale. Non avrebbe senso uscire dal WTO (l’accordo sul commercio internazionale) e optare per un ammasso di accordi bilaterali ora, dopo aver incoraggiato il libero commercio in tutto il mondo ed esserne stato il principale promotore per due secoli.

Inoltre, gli Stati Uniti dovrebbero ridelineare le frontiere politiche del mondo per affrontare la nuova realtà. Per affrontare la crescita della Cina e dell’Asia, hanno bisogno di piccoli e grandi alleati, e l’alleato più naturale – e più grande – è l’Europa. L’America ha convenienza a sostenere la riunificazione dell’Europa, che non potrebbe fungere da contrappeso (l’Europa come unità politica è stata inventata dall’America), ma che è un sostegno necessario per gestire il resto del mondo in mutamento.

La Russia è troppo grande per poter far parte dell’Europa, ma necessita di un ruolo di ponte continentale tra l’Europa e l’America (dopo tutto confina con l’Alaska), e con la Cina, il più importante nuovo attore nel mondo di oggi.

La Cina in particolare forse dovrebbe essere l’oggetto di un grande accordo che assuma su di sé le preoccupazioni crescenti di molte nazioni asiatiche. La Cina deve essere considerata in questo mondo, e l’iniziativa della Nuova Via della Seta, One Belt One Road (Obor) potrebbe essere un modo.

L’America, come potenza asiatica, dovrebbe giocare un ruolo decisivo nell’Obor e aiutare gli altri paesi nella regione, come India, Giappone, Thailandia e Indonesia, ad avere uno spazio nella nuova geografia politica.

Qui non si tratta solo di economia o geografia politica, ma di diverse visioni del mondo, diverse filosofie che devono essere riconciliate. Ciò non rende facili le cose. È una prova che le vecchie “verità” non reggono più, e gli argini cedono, aprendo la via a facili sostituti grazie a teorie complottiste e “false informazioni”.

Il ruolo della Cina

Visto il ruolo importante della Cina in tutto questo, forse vale la pena approfondire.

Le sfide che deve affrontare il presidente cinese Xi Jinping sono senza precedenti. Il mondo intero guarda alla Cina con timore o ammirazione. Una simile situazione era già capitata a metà del diciannovesimo secolo, quando la Cina affrontò l’attacco delle potenze straniere, ma all’epoca era la potenza più ricca al mondo. La sua posizione è cambiata oggi, e sta forse sottovalutando la gravità della situazione.

L’America, oltre a rivedere la sua visione politica e l’ordine globale, necessita anche di pensare a un grande accordo con la Cina su tre livelli.

Nel breve periodo ci sono questioni come il deficit commerciale americano con la Cina, che sta presentando un conto salato in America in termini di posti di lavoro; questioni come la sicurezza informatica; l’accesso delle aziende americane al mercato cinese; la protezione della proprietà intellettuale, eccetera. Ma ci sono anche rischi provenienti dalla posizione della Cina rispetto alla questione nordcoreana, nelle Senkaku, contese col Giappone, o nel Mar Cinese Meridionale, o questioni più delicate come Taiwan o il futuro democratico di Hong Kong.

Nel medio termine, c’è il timore che l’economia cinese possa superare quella americana nel giro di pochi anni. Se ciò accadesse, potrebbe forzare l’America a una competizione strategica fino alla sua esclusione dall’Asia. Molti paesi vicini geograficamente alla Cina, che si sentono attaccati, minacciati o invasi da una Cina sempre più determinata e arrogante, si oppongono a questo scenario. Tutto questo è esasperato dal timore verso una nazione che è governata da un sistema non trasparente e non democratico, e che, al contempo, è anche la nazione più popolosa del mondo. Se la Cina ha un sistema oscuro e autoritario, questo potrebbe influenzare il resto del mondo.

Nel lungo termine c’è forse la fine di una fase durata quasi 500 anni in cui l’Europa, e la sua estensione sul continente americano, hanno dominato il mondo con le loro leggi e i loro modi di pensare. Lo sviluppo cinese, con la sua civiltà così antica e così diversa, sta trainando il resto dell’Asia con sé e sta oggettivamente minacciando di mutare il modo di pensare tipico dell’Occidente.

Cosa dovrebbe fare l’America

Questa ridefinizione dei valori e dei confini politici è difficile in America, dove l’opinione pubblica è estremamente divisa. Tuttavia è necessaria e urgente. Qui il trend dovrebbe anche includere nel dibattito alcune delle “false notizie” e chi le produce, che deve essere preso seriamente e non deriso. Inoltre, non si può dimenticare che, storicamente, eliminare i sofismi può certamente portare alla grande opera di Aristotele o Hanfei Zi, ma, al contempo, estirpa con essi anche la vitalità del dibattito che potrebbe invece generare grandi idee necessarie per lo sviluppo del mondo. Il problema non è eliminare le “false notizie”, ma aprire i vecchi media e le idee ai problemi che ne sono all’origine.

In America, mentre il dibattito riguardo gli affari internazionali è difficile, il senso della direzione che bisognerebbe prendere economicamente è più chiaro. Il paese ha bisogno di più progetti infrastrutturali e scuole migliori, certo, ma le sue industrie e l’innovazione stanno ancora guidando il mondo. Nuove tecnologie e sviluppi arrivano tutti dall’America.

La Cina in difficoltà

In Cina, lo “sfidante”, le cose sono molto diverse. La leadership politica e culturale è più chiara, con il suo chiaro mandato di crescita e di espansione, ma il modello economico traballa.

Dietro la vecchia questione della riforma delle Imprese di stato (Soe), c’è un problema più profondo: può l’economia essere rivoluzionata dai burocrati? Le riforme di Deng, iniziate nel 1979, scaturirono dall’accettazione delle teorie della scuola di Chicago dei tempi di Reagan: permettere la liberalizzazione, allentando il controllo sul mercato. Questo andava contro il principio sovietico fallimentare della pianificazione centralizzata. Le cose si fecero incerte dopo la repressione di Tienanmen nel 1989, quando la leadership perse la fiducia nel libero mercato, ma successivamente, dopo il tentato colpo di stato nell’Urss e il suo fallimento nell’agosto del 1991, l’economia venne nuovamente liberalizzata.

Tuttavia, dalla fine degli anni 90, il libero mercato è stato via via messo all’angolo e deviato dalle Soe. Il paese è ora alle prese con il problema di un eccesso di funzionari corrotti e capitalisti implicati con le Soe e la loro influenza corruttiva sulla struttura dello stato. Dunque il partito è tornato alla situazione del 13° congresso nel 1987: la separazione del governo dalle imprese, che ora significa drastica privatizzazione e smembramento delle Soe. Solo che 30 anni dopo, la Cina è già molto diversa.

La burocrazia non è più insicura e incerta, come era allora; le riforme non sono più abbracciate con entusiasmo e sostegno dall’America. Il presidente Xi si trova in una posizione singolarmente difficile. Mao all’inizio godeva del sostegno estero della Russia; o comunque poi la Cina era economicamente molto più piccola e isolata e al mondo non importava molto di cosa facesse.

Xi non ha aiuto estero e il Pil del paese non è né piccolo né isolato. Quello che la Cina fa oggi, in qualunque campo, ha dovunque un enorme impatto. In più, soffre di una ormai diffusa opposizione interna, perché la campagna anticorruzione di Xi ha radicalmente mutato i gruppi stratificati di interesse che avevano dominato il paese negli ultimi 30 anni. Le cose quindi non sono facili nemmeno per la Cina.

In questo oceano di incertezze, è facile essere tentati dalle scorciatoie. In occidente, le “false notizie” possono sembrare la soluzione, nel momento in cui le vecchie risposte non funzionano più e nuove reali risposte non sono disponibili. In Cina, dove il partito esercita uno stretto controllo, la risposta potrebbe essere semplicemente chiudere la bocca a tutti. Sono due facce della stessa medaglia, e sappiamo che questa è una medaglia brutta e pericolosa.


Il Sussidiario[Il testo è stato pubblicato su ilsussidiario.net in due puntate: Verità contro fake news? Cercasi nuovo ordine mondiale e Nuova Cina e vecchie verità, gli Usa (e l’Europa) alla prova]

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