“Land grabbing”: quando non siamo mai sazi

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Il fenomeno è noto da tempo, ma negli ultimi tempi si va allargando a dismisura aumentando ancora una volta il divario tra ricchi e poveri. Parliamo del “Land grabbing”, espressione inglese che indica l’accaparramento delle terre che priva i contadini dei terreni da coltivare, spesso solo per sopravvivere.

Un anno fa aveva preso avvio una campagna ecumenica dal titolo “Pianeta in svendita”, promossa dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese evangeliche in Svizzera, per sensibilizzare al problema, peraltro ben conosciuto, e denunciato a più riprese, da tanti missionari.

Ora è la volta delle organizzazioni non governative, delle associazioni, delle cooperative e degli ordini religiosi che sono parte della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) che, operando in alleanza con la CIDSE (Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité = le ONG cattoliche internazionali di sviluppo sostenibile), raccolgono le preoccupazioni di molte comunità locali, mentre cresce la voce delle conferenze episcopali latinoamericane, africane e asiatiche schierate a fianco delle popolazioni.

La nuova campagna FOCSIV (con partner la Coldiretti) – che ha preso il via il 27 aprile, a 16 anni di distanza dalla precedente “Abbiamo riso per una cosa seria” – è dedicata proprio al contrasto al Land grabbing. In un Rapporto di 100 pagine – I padroni della terra – presentato a Bari, un’analisi della situazione e delle sue dimensioni, le norme internazionali tese a contrastarlo, alcuni casi emblematici come l’Ecuador – dove un’impresa petrolifera sta fagocitando terre della foresta amazzonica – o il Myanmar (con nuovi insediamenti industriali e monoculture intensive a spese delle popolazioni locali), e infine i progetti di impegno delle organizzazioni non governative, come FOCSIV e CIDSE, per contrastare le operazioni di Land grabbing nell’ottica di un riconoscimento del ruolo di protagonisti che non può essere affidato che alle comunità contadine che abitano le terre. Il Rapporto – come si legge – «non intende in alcun modo entrare nel merito di un’analisi di costi e benefici di un fenomeno oltremodo complesso, piuttosto vuole prendere una chiara posizione a fianco delle comunità povere e vulnerabili che sono espropriate dei loro diritti».

Land grabbing

Nuovo sfruttamento dei poveri

Già nel 1945, in una Dichiarazione congiunta tra 28 leader cattolici, protestanti ed ebrei degli USA, si affermava: «La terra è una specie di bene tutto particolare. Il proprietario di un terreno non ha diritto assoluto di uso e di abuso, poiché il suo titolo di proprietà è carico di responsabilità sociali; il suo è infatti un diritto di gestione per la sua persona, per la famiglia e per la società, ma anche un patrimonio d’amore per i figli e per le generazioni future».

A ricordarlo è Luigi Bressan, vescovo emerito di Trento e rappresentante della CEI in FOCSIV, che richiama anche il sistema dei Giubilei della terra previsto nella Bibbia e la costituzione Gaudium et spes ai numeri 35 (“Norme dell’attività umana”) e 69 (“I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini”). Anni luce di distanza da quanto accade oggi.

Che il fenomeno stia subendo un’accelerazione era stato segnalato già dalla FAO in un Rapporto del 2011, ripreso nel 2015 dall’allora Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: «Può accadere che alcune popolazioni locali vengano estromesse – anche con modi molto aggressivi – dalle terre che occupano, perdendo il loro lavoro nel settore agricolo e ingrossando le aree di povertà delle periferie urbane».

«L’accaparramento di terre fertili rappresenta un problema antico scandalosamente attuale», si legge nel Rapporto FOCSIV, che fa riferimento ad un processo di vero e proprio saccheggio fondiario che, a partire dalla prima decade degli anni 2000, si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili da parte di Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari.

I dati che illustrano il fenomeno fanno riferimento al database di Land Matrix, il sistema più completo a livello internazionale per la raccolta di informazioni sui contratti di acquisizione o affitto della terra lanciato nel 2012, anche se la realtà è in tale continuo mutamento che risulta davvero difficile una fotografia perfettamente realistica.

Non mancano – è vero – gli aspetti positivi, da alcuni pure enfatizzati, come sottolinea Andrea Stocchiero: queste operazioni di investimento di capitali, di trasferimento di tecnologie e know how, di valorizzazione delle risorse locali vanno di pari passo con i nuovi capitali che entrano nei Paesi poveri favorendo l’occupazione e le esportazioni con aumento del reddito locale. Ma si tratta più spesso di benefici che vengono annullati dai danni che parlano senza mezzi termini di un nuovo sfruttamento dei poveri, andando ben oltre a quello che veniva definito neocolonialismo Nord-Sud.

Nello specifico, vengono indicati i Paesi target e quelli investitori del Nord o emergenti (Stati Uniti, Malesia, Cina, Singapore, Brasile, Emirati Arabi, India, Regno Unito, Olanda, Liechtenstein, Paesi dove sono approdate più di 300 multinazionali nell’ultimo decennio).

Tra i primi, si registrano Stati in cui si verificano conflitti e vittime in nome della difesa terriera da parte di piccole comunità rurali e indigene. Il Global Witness, nel luglio 2017, ha denunciato almeno 24 omicidi in 24 Paesi (in testa Repubblica Democratica del Congo, Papua Nuova Guinea, Brasile, Sud Sudan, Indonesia, Mozambico, Congo Brazzaville, Federazione Russa, Ucraina, Liberia) e migliaia di persone espulse o incarcerate perché difendevano la terra e l’ambiente in cui vivere.

Le terre così avidamente cercate – 88 milioni di ettari nel mondo! – servono per introdurre perlopiù coltivazioni intensive di riso, olio di palma, canna da zucchero, mais, girasole e jatropha (un’euforbiacea da cui si ottengono bioplastiche, olii lubrificanti e biodiesel con coltivazioni sperimentali avviate anche in Calabria).

Nuova geografia e nuova geopolitica

Esiste (o resiste!) uno scenario geografico di matrice neocoloniale con Paesi di tradizione coloniale come Regno Unito e Olanda che, insieme al capitalismo statunitense, occupano terre e “trasferiscono” risorse nella direttrice Sud-Nord, ma con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 si è passati via via ad una nuova geografia e ad una nuova geopolitica del controllo delle risorse con Paesi emergenti che, da target, diventano investitori o, come il Brasile, lo sono contemporaneamente, dipende dalle zone. Paesi petroliferi ad alta ricchezza, come Emirati Arabi e Arabia Saudita, ma anche paradisi fiscali come Singapore e Isole Mauritius non sono da meno.

Gli esempi sono impensabili ai non addetti ai lavori. La Cina ha stipulato 137 contratti per una superficie di 2 milioni e 900 mila ettari in oltre 30 Paesi nel mondo. L’India ha contratti con oltre 20 Paesi al mondo perlopiù in America Latina e in Africa occidentale. Gli Emirati Arabi investono in Africa prevalentemente in Sud-Sudan, apparentemente «per fini di conservazione della natura e turistici».

Le Isole Mauritius contano 16 contratti, pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e nello Zimbabwe per la produzione di fibre e di biocarburante.

E pure l’Italia ha investito su 1 milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte in Paesi africani (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal) e in Romania; in generale, le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare nei biocombustibili.

Nel Testo si legge un commento della sociologa Saskia Sassen (2015), la quale parla di «un generale cambiamento sistemico che vede la formazione di un vasto mercato globale della terra» che favorisce le operazioni di accaparramento e «una mercificazione su larga scala della terra che, a sua volta, può portare ad una finanziarizzazione di quella merce».

Emerge con forza l’attualità e la profondità dei concetti espressi nella Laudato si’ da papa Francesco il quale, nel volo di ritorno dal viaggio apostolico in Polonia, il 31 luglio 2016, rispondeva ad una domanda su chi alimenta il terrorismo nel mondo: «Nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero ci sono gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando “hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro”».

Land grabbing

E ancora non basta

Ma il mondo moderno non sembra ancora sazio di consumo: se la terra è ormai considerata come una merce (un concetto ben diverso da quello di «casa comune» proposta da Bergoglio), nello scenario internazionale si affaccia un ulteriore accaparramento di un’altra risorsa naturale limitata, l’acqua.

A denunciarlo con forza – nella Postfazione – è Andrea Segrè, ordinario di politica agraria internazionale e comparata a Bologna e di economia circolare a Trento, dove è presidente della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige: «È il cosiddetto “Water grabbing”, per riprendere il titolo di un recente lavoro di E. Bompan e M. Iannelli del 2018: l’accaparramento di acqua – e le sue conseguenze in termini di conflitti, migrazioni, povertà, disuguaglianze, squilibri – conferma l’approccio predatorio in atto peraltro su un bene comune indispensabile alla vita» scrive il prof. Segrè, aggiungendo una proposta operativa su quanto possiamo fare noi: «Arginare il fenomeno dell’accaparramento delle risorse naturali – terra, acqua, aggiungerei energia – ci riguarda tutti: il cambiamento dipende soprattutto da noi stessi e dal nostro comportamento. Consumare-distruggere porta ad accaparrare-incettare. Cambiamo i verbi e dunque le nostre azioni. Fruire e curare devono guidarci ad un nuovo stile di vita: più rispettoso, più responsabile, più sostenibile. Sarebbe, questa, una rivoluzione culturale».

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