Le parole di un presidente

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La caporedattrice del quotidiano cattolico La Croix, Isabelle de Gaulmyn, reagisce alle parole utilizzate di recente dal presidente Emmanuel Macron a proposito delle sue intenzioni verso le persone non vaccinate. Riprendiamo il suo editoriale dal sito de La Croix (6 gennaio 2022).

macron

Tutti i genitori, con i loro figli, hanno dovuto ricorrere a stratagemmi, parafrasi e anche sanzioni per evitare che certe parole venissero utilizzate nella conversazione quotidiana. Si chiama educazione. A volte è necessario ritornare ai fondamentali.

Se i genitori mettono questo impegno non lo fanno per ritrovarsi con un presidente della Repubblica che le usa senza problemi. La «parolaccia» è ancora proibita, perché va ben oltre l’educazione alla cortesia. Si tratta di imparare la vita in società, i suoi limiti, l’importanza del dialogo e il rispetto per gli altri. Ovvero, tutto quanto non si può fare a colpi di insulto…

Una dichiarazione ingenua? Sappiamo che Emmanuel Macron, con il suo «voglio davvero farli incazzare (…) fino alla fine», ha compiuto un gesto politico. Sta coltivando una strategia della «rottura» (una curiosa rottura!) e non c’è posto per i buoni sentimenti in una battaglia elettorale. Facciamo però notare, anzitutto, che Macron è tuttora presidente, e non ancora candidato. In secondo luogo, che riveste un ruolo pubblico che lo vincola. Infine, che conosce, meglio di chiunque altro, il potere delle parole.

Ci si accuserà di essere attaccati ai buoni sentimenti. Solo che in questo caso non si tratta di buoni sentimenti, ma piuttosto di una tradizione biblica che possiamo richiamare. «In principio era il Verbo», scrive l’evangelista Giovanni. I cristiani, sia cattolici che protestanti, hanno persino istituito un «ministero della parola».

Siccome sanno che è preziosa, i cristiani sono consapevoli che la parola deve ricevere una cura speciale. Come dice la lettera di Giacomo, al capitolo 3, «la lingua è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose». Con un’immagine, lo stesso testo paragona la lingua al timone che, sebbene piccolissimo, «dirige le navi là dove vuole il pilota» e mette in guardia contro una lingua che lasciata senza controllo «è un male ribelle, è piena di veleno mortale».

La fanatizzazione della parola così come la sua derisione sono delle patologie della nostra società che devono essere combattute. Nel caso di una carica presidenziale, la responsabilità è ancora maggiore. Prima di tutto, è la responsabilità del politico, il quale deve evitare che l’arena democratica si trasformi in un «punching-ball» permanente. Chiedere un dibattito sereno non significa un dibattito insipido, senza sale, ma semplicemente un dibattito in cui le parole abbiano un senso. La perdita di senso delle parole è una porta aperta alla violenza fisica.

In secondo luogo, la parola dipende dalla persona che la pronuncia. Una parola d’autorità deve, più di altre, astenersi da certi registri, compresi gli insulti e le grossolanità. È fin troppo facile, dal proprio piedistallo, adottare una postura dominante per sminuire l’altro con le parole. Infine, occorre anche saper dare spazio all’ascolto della parola dell’avversario. Non escluderla o delegittimarla. Nello specifico, è importante ricordare alla gente l’urgenza di farsi vaccinare. Sulla forma, è necessario evitare di umiliare persone che rimangono, in ogni caso, dei cittadini.

La filosofa Cynthia Fleury ha mostrato bene come il risentimento può diventare un lento veleno che uccide progressivamente la vita sociale, come è apparso evidente durante la crisi dei gilet gialli. Se si volesse mettere un centesimo in più nella cassetta del disonore per i francesi, non si dovrebbe fare altrimenti.

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