L’Etiopia alla ricerca di stabilità

di:
abiy ahmed ali

Abiy Ahmed Ali, primo ministro dell’Etiopia dal 2 aprile 2018

Il primo ministro Abiy Ahmed Ali è il primo Oromo, nella storia dell’Etiopia, ad accedere a una così alta carica di Governo, un’opportunità fin’ora negata all’etnia più numerosa e quindi grande opportunità per la costruzione di una coesione sociale inter-etnica di cui questo Paese, di oltre 100 milioni di abitanti, ha fortemente bisogno.

Non basta però essere il primo leader Oromo della storia per risolvere i problemi di coesione interna, occorre spegnere i focolai di tensione, costruire la dialettica democratica: UNOCHA riporta 1,7 milioni di sfollati interni per i conflitti fra gruppi Oromo e Somali, ma anche fra altre etnie della regione del Sud. Ben 25 anni di politica di divisione etnica pensata non per smorzare le differenze ma per accentuarle, ora sta dando i suoi amari frutti.

È solo grazie ad un tasso di crescita economica a 2 cifre che l’Etiopia riesce a produrre abbastanza ricchezza da creare opportunità di miglioramento della qualità della vita per una fascia crescente di popolazione ed evitare così la deflagrazione sociale del Paese.

Mentre sono occupato a scrivere questa riflessione mi giungono messaggi dai volontari CVM in Addis Abeba di un attentato: una granata lanciata in mezzo alla folla durante una manifestazione di supporto ad Abiy Ahmed a cui lui stesso era presente. Si contano 83 feriti di cui 6 molto gravi. Una chiara indicazione che la strada della riconciliazione nazionale sarà ancora lunga e in salita. Ma un segnale importante arriva dall’Eritrea che condanna l’attentato.

L’Etiopia è alla ricerca di stabilità politica all’interno, ma subisce pesantemente gli effetti dell’instabilità intorno ai suoi confini, nella più ampia regione del Corno d’Africa e nella vicina Penisola arabica. Da qui l’impegno per creare maggiore stabilità nella regione. È di questi giorni la notizia che l’Etiopia investirà nello sviluppo di 4 porti somali, in un tentativo di diversificare lo sbocco verso il mare che oggi avviene solamente tramite il porto di Gibuti, una porta che diventa sempre più stretta e costosa.

Certamente il gesto più clamoroso che il nuovo primo ministro ha fatto è stato quello di affermare la disponibilità dell’Etiopia ad accettare il risultato della Eritrea-Ethiopia Boundary Commission (EEBC), una commissione costituita dalle Nazioni Unite a seguito dell’accordo di pace firmato da Etiopia ed Eritrea ad Algeri nel 2000. Un accordo che segnava la fine dei combattimenti che erano costati la vita ad oltre 100mila persone dei due Paesi che si sono disputati, per 2 anni, il territorio intorno alla cittadina di Badme, situata sul confine fra Eritrea e la regione Etiope del Tigray. La Commissione ha deliberato la titolarità di quel territorio all’Eritrea, rifacendosi anche, fra l’altro, alla cartografia elaborata dagli italiani durante i 50 anni di occupazione dell’Eritrea. L’Etiopia però ha rifiutato di accettare quella conclusione, mantenendo uno stato di guerra non combattuta che ha prostrato l’antagonista.

Il primo ministro Abiy Ahmed ha dimostrato, a differenza del suo predecessore, di essere veramente in controllo del partito al Governo, al punto di poter assumere una decisione che sicuramente non piace ai Tigrini che lo affiancano nella compagine di governo. Si tratta di un passo assunto dopo aver effettuato la sostituzione del capo di stato maggiore e del capo dei servizi segreti, due nomine fondamentali per rafforzare la sua leadership. Questa iniziativa mira anche a ridurre il pericolo che l’Eritrea cementi ulteriormente la sua alleanza militare e politica con l’Egitto in una logica anti-etiope. Il Governo egiziano è infatti particolarmente preoccupato per le conseguenze della diga che l’Etiopia sta costruendo sul fiume Nilo e la potenziale riduzione dell’afflusso di acqua in Egitto con pesanti ricadute negative sull’agricoltura e sulla produzione energetica. La tensione diventa particolarmente importante quando l’Egitto stipula un accordo con l’Eritrea per la creazione di una base militare sul suo territorio, in grado di costituire una minaccia diretta e ravvicinata verso l’Etiopia.

Abiy Ahmed è andato oltre le formalità da statista e il 20 giugno, in occasione della giornata per la commemorazione dei martiri eritrei che hanno combattuto per la liberazione del Paese (appunto dall’Etiopia), ha tenuto in televisione un discorso in lingua tigrina esprimendo il suo rispetto per i martiri ed elogiando il popolo eritreo. La risposta del presidente eritreo è stata immediata e il giorno stesso ha annunciato l’invio ad Addis Abeba di una delegazione per familiarizzare con la nuova leadership etiope e iniziare il dialogo.

Per l’Eritrea si tratta di un regalo inaspettato che può cambiare il volto stesso del Paese. Dal 1999 l’Eritrea mantiene un esercito di oltre 300mila persone, come l’Etiopia, pur essendo un Paese di soli 4 milioni di abitanti contro i 100 milioni dell’Etiopia. La legge sul servizio militare, che costringe il 10% della popolazione Eritrea a un lunghissimo periodo di servizio di leva, è la maggiore causa della fuga di giovani da questo Paese che è oramai diventata una prigione a cielo aperto. La pace con il vicino, la riforma del servizio di leva e l’uscita dall’isolamento internazionale a cui è stata relegata in questi anni, potrebbe innescare un nuovo processo di sviluppo per un Paese ha delle grosse potenzialità e un popolo che dagli italiani ha appreso l’arte dell’arrangiarsi.

Infine c’è la questione del porto di Assab, un porto di fondamentale importanza per l’Etiopia fino al 1999, oggi praticamente inutilizzato dall’Eritrea perché non collegato con il resto del territorio eritreo, avviato a diventare una base militare egiziana, ma che potrebbe tornare ad essere un centro nevralgico della regione creando benefici notevoli per entrambi i Paesi. I cinesi, che già hanno finanziato e costruito la nuova ferrovia che collega il porto di Gibuti con Addis Abeba, non avrebbero particolari problemi a creare un ampliamento della linea per mettere il porto di Assab in collegamento ferroviario con l’altopiano. La pianificata estensione della linea verso Gambela e verso il Sud Sudan, ricco di petrolio (i cui leader in guerra si sono trovati proprio in questi giorni ad Addis Abeba), farebbe crescere in modo esponenziale il dividendo della pace per tutti i Paesi della regione.

Attilio Ascani è stato volontario in Etiopia e direttore della Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV). Attualmente è coordinatore delle attività in Italia per la Comunità Volontari per il Mondo (CVM). Il suo pezzo è apparso sul sito dell’Agenzia SIR lo scorso 29 giugno 2018.

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Un commento

  1. Yohannes Ethiopia Tocha 2 luglio 2018

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