L’Europa, i confini, la religione

di: Marcello Neri

Quando mi è stato chiesto un titolo per questo intervento su «Scenari dei confini europei e religioni», la prima cosa che mi è venuta in mente è la parola trespassing (sconfinamento). Secondo il Webster Dictionary il verbo to trespass significa: 1) una violazione dell’ordine sociale o etico (sullo sfondo di questo significato risuona qualcosa di religioso, come se si trattasse di un’azione in un qualche modo peccaminosa); 2) un atto illegale commesso verso la persona, la proprietà o diritti di altri; e, più specificamente, un ingresso abusivo su fondo/proprietà altrui.

È in quest’ultimo senso, e in maniera metaforica, che vorrei cercare di comprendere la religione e i modi in cui essa funziona oggi rispetto agli scenari dei confini europei. Certo, la relazione particolare tra religione, fenomeni religiosi e scenari dei confini europei dipende in larga parte da come previamente si intende la relazione dell’Europa con i suoi molti confini (a livello politico, culturale, sociale, e così via).

Un concetto sempre meno definito

Se pensiamo a quest’ultimo aspetto, la prima cosa che si potrebbe notare è che con la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea il concetto stesso di confine è divenuto sempre più complesso, e talvolta persino indeterminato. Dove una volta era possibile tirare una chiara linea di separazione e stabilire con precisione un confine (con una distinzione chiara e univoca), abbiamo oggi a che fare oggi con situazioni e condizioni in cui una simile netta demarcazione non è più possibile.

Attualmente non siamo più così sicuri se un confine sia una divisione, o una semplice distinzione, oppure addirittura qualcosa di così poroso che è là solo per mettere in contatto e legare tra loro spazi, persone, linguaggi. Rispondere alla domanda «che cosa è un confine oggi in Europa?», non è poi così facile come potrebbe sembrare a prima vista. Per quanto concerne gli scenari dei confini europei, forse in questa stagione la religione sta sconfinando, entrando (abusivamente) in territori altrui, semplicemente perché noi continuiamo a pensare a dei confini dove e quando non c’è più alcun confine, nessun limite. Qualcosa che in passato era una proprietà esclusiva, è divenuto oggi una proprietà comune, condivisa da tutti senza eccezione. Solo che noi non siamo ancora completamente consapevoli di questo passaggio da una condizione a un’altra.

Le religioni trasformano i confini

In questo senso, possiamo pensare alla religione e alle disposizioni della fede come un fenomeno che sta mostrando una trasformazione profonda di ciò che chiamiamo Europa e i suoi confini. Qualcosa sta succedendo al panorama europeo, e la religione, travalicando i suoi confini, ci rivela una novità che non abbiamo ancora percepito in tutta la sua portata.

Starei attento a minimizzare con eccessiva disinvoltura questo ruolo rivelatore della religione nella nostra Europa contemporanea; e, quindi, a confinare il sapere delle teologie a un ambito separato rispetto alla vita comune dei cittadini europei. Perché, così facendo, correremmo il rischio di non comprendere qualcosa che riguarda tutti noi, e non solo alcuni che chiamiamo credenti. Se pensiamo la religione come qualcosa che entra abusivamente in uno spazio che non le appartiene, in una proprietà che non è la sua, dovremmo chiederci se questa nostra percezione è oggi effettivamente adeguata o meno. Non potrebbe essere che la religione come sconfinamento non sia affatto un’irruzione oltre i limiti che l’Europa le ha posto, ma al contrario la manifestazione di una nuova forma degli stessi panorami dei confini europei?

Solo per un momento, vorrei invitarvi a considerare che la religione potrebbe essere un elemento che rivela il fatto che i confini europei stanno cambiando, passando attraverso una metamorfosi che va creando non solo nuovi spazi, ma anche nuove condizioni del vivere. È probabile che all’interno dell’Europa confini e limiti si stiano sfaldando, e che la religione stia semplicemente passando attraverso l’apertura che si viene a creare in ragione di questa trasformazione dello spazio pubblico e politico europeo.

In questo senso, la religione ci può aiutare a capire meglio cosa stia succedendo non solo al nostro continente, ma anche alla gente che vive in esso – a ciascuno di noi come parte di un intero che va al di là delle nostre personalissime biografie. Quindi, un modo di guardare alla religione oggi potrebbe essere quello di vedere in essa una sorta di ambivalente sismografo che registra le trasformazioni degli scenari dei confini europei. In Europa i confini vanno assumendo un nuovo significato, stanno giocando un ruolo diverso rispetto al passato, e potrebbero disegnare un nuovo sentiero per la coesistenza umana. Un sentiero che è tanto indefinito e aperto a molti esiti possibili quanto lo sono gli scenari dei confini da cui questa via europea in un qualche modo deriva.

L’anomalia dello spazio comune europeo

Ora possiamo cambiare un po’ la nostra prospettiva, e prendere in considerazione un altro modo possibile di pensare la relazione tra gli scenari dei confini europei e la religione. Per essere brevi, diciamo che ora con confini intendiamo quei margini, quei limiti, oltre i quali c’è qualcosa d’altro rispetto all’Europa come Unione Europea. All’interno di questi confini l’Europa è uno spazio comune in cui la gente, il denaro, i beni, e così via, circolano liberamente senza troppi ostacoli formali. Si tratta, probabilmente, di uno dei risultati principali del Trattato di Schengen e dell’introduzione dell’Euro come moneta comune.

Se consideriamo la religione non come un insieme teorico di credenze monolitiche, assolutamente immutabili e intangibili alle umane evenienze, ma come stile di vita, come un modo di far fronte a questioni cruciali della vita ed esperienza umana, allora possiamo dire che all’interno di questo spazio comune europeo è presente e circola altrettanto liberamente anche la religione – quella che ogni persona credente si porta a spasso con se stessa (forse sarebbe meglio parlare qui di fenomeni religiosi più che di religione).

Se ci spostiamo dallo spazio in cui la religione è un vissuto della gente, il suo stile di vita, il modo di vestirsi, di mangiare, di amare e soffrire, al livello del quadro giuridico che regola la coesistenza umana, allora è possibile notare uno scarto considerevole tra queste due dimensioni – e non si tratta tanto dello scarto che sempre si dà fra le forme del vivere e le forme del diritto. Da un lato, la religione, come esperienza umana vissuta, appartiene allo spazio comune dell’Unione Europea. D’altro lato, ossia sul piano del quadro giuridico, la religione è questione lasciata interamente a ciascun stato-nazione. Quello che ne risulta è una tensione fra l’eterogeneità dello spazio in cui la religione circola oggi in Europa e l’omogeneità di sistemi giuridici nazionali che si rapportano a essa. Problema, questo, che si rideclina in varie modulazioni in molti altri ambiti del vissuto europeo; ma che emerge prepotentemente come un limite dell’attuale configurazione dell’Europa.

L’esito è che oggi non abbiamo un quadro comune di politiche europee in materia religiosa, con una speculare mancanza di luoghi di negoziazione della sua presenza negli ambiti eterogenei della nostra socialità; quello che abbiamo, invece, sono tutta una serie di pratiche giuridiche e di politiche che riguardano la religione e i fenomeni religiosi a livello di stati nazionali – ognuna delle quali si ferma ai confini di ciascun paese, nel momento stesso in cui la religione li travalica continuamente.

Ci troviamo, quindi, di fronte a fenomeni religiosi che sono sovra-nazionali, da un lato, e a sistemi giuridici che sono efficaci e validi solo a livello di stato-nazione. Sorge, però, immediatamente la domanda su quanto questi sistemi possano essere davvero efficaci, da un lato, e se essi siano in grado di favorire luoghi di negoziazione effettiva e pratica a livello europeo – stante il fatto che ciò con cui essi hanno a che fare (la religione, appunto) è oggi qualcosa che va oltre i confini di ogni stato-nazione europeo. Questi confini sono adeguati per trovare un modo costruttivo di dare forma a una figura unitaria che possa unire in sé una cittadinanza europea e un’appartenenza religiosa?

La religione nella terra di nessuno

Soprattutto oggi, in una stagione in cui la globalizzazione avanzata, una digitalizzazione pervasiva della vita e la diffusione dei processi di migrazione stanno generando un nuovo genere di religione e di fenomeni religiosi, che sembrano eludere ogni tentativo di confinarli all’interno di uno spazio territoriale specifico e determinato. Ampliare il sistema giuridico in materia di religione, muovendo dai confini degli stati-nazione per passare a un orizzonte davvero europeo, e istruire processi di negoziazione a livello dei vissuti effettivi della gente, dovrebbe essere un compito della politica. Ma in Europa la politica non sembra sentire più di tanto l’esigenza di travalicare i suoi confini nazionali (che tra l’altro subiscono attualmente un processo di regressione nazionalista).

Per questo motivo viviamo lo scarto tra religione come stile di vita della gente e il quadro giuridico della sua regolamentazione nello spazio condiviso da tutti in Europa come una specie di vuoto, di una terra di nessuno senza controllo e abbandonata a se stessa. Difficile in questa condizione dare forma a processi efficaci di negoziazione tra la relativa omogeneità di un portato storico costruito intorno all’idea di stato-nazione e l’effettiva eterogeneità che sempre di più caratterizza il vissuto del nostro continente.

In quest’ottica la religione sta attualmente tra quello che resta dei confini degli stati-nazione e i margini non ancora stabiliti di un’Europa veramente sovra-nazionale. Anche in questo secondo caso che abbiamo preso in considerazione la religione gioca un ruolo rivelatore e ci permette di vedere come il progetto europeo sia ancora un cantiere aperto, ben lontano dal potersi dire compiuto.

Ma, come spesso accade, la vita concreta e la coesistenza umana non possono attendere il movimento lento della politica, ed esse costringono altre istanze a mettersi in moto per dare delle risposte ai problemi aperti con cui abbiamo a che fare tutti i giorni. Non è possibile vivere a lungo in una terra di nessuno, nell’ambivalente sospensione di uno spazio interstiziale che si dilata sempre di più. Questo spiega anche perché si stanno producendo tutta una serie di regressioni verso il grembo illusorio di arcaiche sicurezze, magicamente pensate come soluzione della sospensione in cui tutti ci troviamo.Non si tratta che di panacee che generano mostri ben più temibili dell’insicurezza a cui ci sentiamo esposti e da cui cerchiamo di fuggire in molti modi. Senza norme, o con uno scarto considerevole tra le norme sussistenti e il vissuto reale della gente, ogni forma di coesistenza umana è messa in pericolo.

Per una nuova alleanza culturale

Si deve trovare una via di uscita da questa situazione di stallo. Ma quale istituzione europea sta cercando di gestirla e di trovare un modo riempire il vuoto che sta tra la religione come vissuto, da un lato, e il quadro giuridico e la possibilità di un’eventuale negoziazione riguardanti i fenomeni religiosi nel nostro continente, dall’altro?

Né il Parlamento europeo né la Commissione sembrano essere in grado di assumersi questo compito. Dobbiamo quindi spostare la nostra attenzione dalle istituzioni politiche a quelle giuridiche per trovare un soggetto istituzionale europeo, che sta cercando di ridurre lo scarto esistente fra la religione come vissuto effettivo di una parte della popolazione europea e il quadro regolatore che lo integra nell’insieme della socialità abitata da tutti. Penso qui soprattutto alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Stanti le differenze e le discrepanze tra le leggi nazionali in materia di religione e del libero esercizio delle fedi, la Corte, applicando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950), sta creando in un qualche modo un terreno comune su questioni che riguardano la religione, i fenomeni religiosi e i credo confessati. Bisogna però sottolineare che la Corte può lavorare a questa base comune solo in via negativa, ossia quando i diritti umani concernenti la religione sono negati o vengono lesi; oppure quando delle azioni basate su persuasioni religiose mettono in pericolo l’ordine pubblico o ledono i diritti umani di altre persone. Inoltre, per sua stessa natura, la Corte rappresenta un’istanza di negoziazione che non incide sulle disposizioni culturali e sulle persuasioni personali dei singoli cittadini europei o sui gruppi in cui essi si vedono rappresentati

Affinché si possano raggiungere risultati significativi anche a questo livello è, a mio avviso, necessario inventare nuovi percorsi culturali che diano forma a un’alleanza inedita fra istituzioni preposte alla formazione (dalla scuola dell’obbligo all’università), comunità religiose, enti di ricerca, istanze di mediazione culturale attive all’interno della società, per poter rendere possibile un apprezzamento condiviso delle religioni nella loro eventuale capacità di contribuire all’edificazione umanistica del nostro vivere insieme

Confini ridefiniti

Su questo, il cammino rimane ancora lungo; ed esso richiede, a tutti i soggetti coinvolti, un profondo mutamento di approccio alla questione. In particolare lo chiede alle stesse comunità di fede, che non possono pensarsi in un regime di separazione rispetto alla socialità condivisa da tutti; né possono avanzare diritti di esenzione rispetto all’umana dignità di essere che tutti ci accomuna.

In ogni caso, per tornare al tema del nostro ciclo di lezioni, è interessante notare che la religione si sta proponendo come una sfida per i confini esistenti tra potere politico e legislativo da un lato, ancora prevalentemente attestati a livello di stati-nazione, e potere giudiziario dall’altro, che si muove oramai in una dimensione prettamente sovra-nazionale.

Il vuoto di potere legislativo europeo in materia di religione sta ampliando gli spazi di esercizio del potere giudiziario, e quindi anche i suoi confini, quando sono in gioco questioni che riguardano le fedi e le persuasioni religiose dei singoli. Questo non senza qualche problema, di cui però, a mio avviso, pochi sono consapevoli. In ogni caso, rimane il fatto che la religione sta ridisegnando il bilanciamento all’interno della separazione dei poteri che è uno dei pilastri moderni dello stato di diritto, e così facendo va riconfigurando i confini tra di essi.

Su questo punto possiamo registrare una corrispondenza tra il vuoto della terra di nessuno, in cui s’innesta la presenza religiosa dentro gli scenari dei confini europei, e una confusione che permane nel linguaggio comune e nel dibattito pubblico quando si tratta di religione. Affermare la laicità dello stato non è la stessa cosa che parlare dello stato di diritto; «perché il termine laicità esprime ancora oggi, nel nostro vocabolario, l’indistinzione, la confusione fra il piano istituzionale – dove la tolleranza significa esattamente astensione e nulla di più – e il piano culturale – dove la tolleranza esprime una relazione polemica, oscillante tra l’ostilità e il riconoscimento reciproco tra ciò che potremmo chiamare una cultura laica, ossia non religiosa, agnostica, e una cultura religiosa» (P. Ricoeur).

Quello che non riusciamo ancora a vedere

Vorrei concludere mettendo a fuoco, a questo punto, esattamente il secondo piano indicato da Ricoeur, dopo aver concentrato fin qui l’attenzione prevalentemente sul primo. Se consideriamo la religione non come un costrutto astratto di credenze e insegnamenti, ma come uno stile di vita, un modo di stare al mondo e di abitarlo, una via per affrontare l’esistenza personale e sociale, allora possiamo vedere che attorno ai fenomeni religiosi stanno emergendo dei nuovi confini.

Non si tratta della distinzione, tutta moderna, fra coloro che sono religiosi e quanti non lo sono; quanto piuttosto di una sottile linea di demarcazione fra chi ritiene che la religione sia un problema da eliminare e chi, invece, la pensa come qualcosa che potrebbe contribuire all’edificazione dell’umano che ci è comune e del nostro vivere insieme in società. Questo diventa immediatamente chiaro se pensiamo solo per un attimo a come gli europei reagiscono davanti a profughi e immigrati di fede islamica. Un nuovo modo, del tutto omologante e generalista, di definire «noi» e «loro» sembra portare con sé il desiderio per confini più chiusi; e, al tempo stesso, fa regredire la possibilità di dare forma a una cittadinanza europea sovra-nazionale. Non meno di questa mi sembra essere la posta in gioco per l’Europa in questo momento. Tali confini (desiderati, immaginati, talvolta realizzati) che separano «noi» da «loro», finiscono anche per separare noi da noi stessi facendo cadere tutti in un’estrema solitudine – pensando così di risolvere il problema una volta per tutte.

Ma una visione di questo genere è semplicemente miope, perché le religioni non sono sistemi immutabili, ma realtà dinamiche concretamente vissute. Davanti a ogni data cultura, a ogni data situazione del vivere umano, le religioni reagiscono e riconfigurano se stesse. Esse «sono capaci di modificarsi in relazione a circostanze mutevoli, da un lato; e, d’altro lato, non sono solo reattive, ma sono anche capaci di essere messe in esercizio per anticipare eventi circostanti in un modo che guida un’azione di carattere responsivo» (M. Taylor).

Solo religioni che hanno questo tipo di dinamica possono sopravvivere ai cambiamenti prodotti dalla vita e dalla storia. Ma questo è solo un lato della medaglia. Infatti, vi è un nesso fra il modo in cui i cittadini europei pensano e immaginano gli scenari dei propri confini e la forma delle religioni che possiamo trovare al loro interno, ai loro margini, o fuori di essi. L’immaginario del confine è un luogo generatore della stessa disposizione religiosa dell’umano; e, quindi, il posizionamento delle religioni non può essere mai un’ascrizione univoca (imputata unicamente alle comunità religiose). Se comprendiamo le religioni come «tradizioni inventate o comunità immaginate» (Chidester), allora possiamo vedere che «piuttosto che sistemi culturali chiusi, le religioni sono una rete intra-religiosa e inter-religiosa di reti culturali. Così che è proprio sui confini, ai margini, nei punti di contatto che troviamo il prodursi delle religioni» (Boyarin).

Questo è esattamente quello che non riusciamo ancora a vedere bene: ossia che ciò che pensiamo come separazione fra «noi» e «loro» è in realtà il punto di contatto dal quale le religioni scaturiscono.

Il religioso sui confini e il ruolo della teologia

In qualsivoglia modo noi pensiamo/immaginiamo gli scenari dei confini europei, dobbiamo essere consapevoli del fatto che è proprio su di essi che si producono le disposizioni religiose di alcuni tra noi. Sebbene molti fra noi qui oggi, forse quasi tutti, possono essere non religiosi e non avere alcuna appartenenza religiosa, quando ci confrontiamo con un tema come quello degli scenari dei confini europei siamo tutti responsabili per la forma delle religioni che si vanno producendo su questi confini/margini dell’Europa.

Questa è la ragione per cui sono persuaso che per comprendere adeguatamente non solo i fenomeni religiosi, ma anche l’Europa stessa, a prescindere da ogni credenza o affiliazione personale, abbiamo bisogno delle teologie. Intese non come discipline separate, coltivate unicamente in riferimento alla propria comunità religiosa, per i pochi che rimangono; ma come una forma peculiare di sapere sulla religione che si articola in un lavoro condiviso con altre discipline e competenze – declinandosi insieme a esse, e non semplicemente assumendone i risultati per poi valutarli nel segreto del proprio laboratorio.

Traduzione dall’inglese dell’intervento dal titolo Trespassing. European Borderscapes and Religions, tenuto dall’autore nel ciclo di lezioni interdisciplinari «European Borderscapes» della laurea triennale in European Cultures and Society presso l’Europa-Universität di Flensburg (www.uni-flensburg.de/en/eucs/).

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