Macron / marchons

di: Domenico Rosati

La sera del 7 maggio a Parigi sia i vincitori che gli sconfitti delle presidenziali cantavano la “Marsigliese”. Ma quelli che affollavano la spianata del Louvre hanno accolto il vincitore, Emmanuel Macron, anche con l’Inno alla gioia, il canto dell’unità europea.

Macron

Scene di gioia a Le Louvre (Parigi) per la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali
(Foto Julien Mattia via ZUMA Wire)

Pare questa la differenza specifica delle elezioni transalpine: tutti francesi, tutti patrioti, ma i più non disposti a staccarsi dal processo europeo, al quale anzi intendono dare intelligenza ed energia.

La differenza europea

La sconfitta di Marine Le Pen è esattamente speculare a questa posizione. Non le è bastato farsi interprete del disagio popolare indotto da un’economia senza governo o dalla minaccia dell’“invasione” islamica. A fine conta la differenza europea si è fatta valere. Non era scontato; e anche per questo il fatto va accolto come un segno di speranza.

Quanto a Macron, va riconosciuta la sua capacità di mantenersi agganciato a un’idea di Europa aperta al futuro; e di rendere contagiosa la sua convinzione che solo la scelta europea consente di non essere sommersi dalle crisi che affiggono il vecchio continente.

In controtendenza

È una circostanza che va notata perché tutto l’itinerario dalla Quinta Repubblica non è mai stato caratterizzato da una vocazione europea così marcata ed esplicita. Dalla Francia in più occasioni sono venuti gli stop più significativi all’espansione dei poteri sovranazionali dell’Unione. Un caso per tutti: il siluramento del progetto di Costituzione europea da parte di un elettorato spaventato per il sopraggiungere de… l’idraulico polacco.

I cultori della materia ricorderanno che i comunisti francesi (quando c’erano) dichiaravano di aderire al progetto di eurocomunismo di Enrico Berlinguer, ma lo facevano sempre in nome di un «comunismo con i colori della Francia». Ora la vittoria di Macron afferma il principio che solo in una dimensione sovranazionale come quella europea si possono affrontare e risolvere i problemi delle singole nazioni.

Venti favorevoli

È un cambio di prospettiva. L’Europa non è più un progetto da approvare con riserva ma il tracciato lungo il quale misurarsi con le sfide economiche, sociali e politiche del tempo che stiamo vivendo.

Le convinzioni di Macron e la loro presa sugli elettori si sono poi indubbiamente rafforzate a causa di almeno due circostanze sopraggiunte negli ultimi tempi.

La prima è la “Brexit”, che ha messo in luce le difficoltà, gli ostacoli e i costi di un recesso unilaterale dall’Unione.

L’altra è l’insediamento di Trump con la sua linea protezionistica e aggressiva (sul piano economico) verso il resto del mondo. Sarebbe stato contraddittorio contrastare tali posizioni sul piano internazionale e imitarle su quello interno.

Una carta credibile

Così la carta europea è tornata a essere credibile nel confronto con le altre suggestioni in campo, comprese quelle di una sinistra estrema che, al dunque, o si è rifugiata nell’astensione o si è aggregata allo schieramento lepenista.

In un mondo aperto e globalizzato non basta proclamare una priorità nazionale (gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia) per delineare uno scenario attendibile. Bisogna tener conto delle esigenza di tutti gli altri; e l’Europa si presenta come la prima comunità di contatto e di cooperazione.

…come la Francia

Non c’è bisogno si sottolineare che l’insegnamento vale anche fuori della Francia e segnatamente per quelle forze che, in Italia, hanno variamente flirtato con il movimento lepenista con la non celata speranza che una sua vittoria potesse favorire il lancio dello slogan: “fare come la Francia”.

Ora che la Francia ha mostrato di essere altrove molti anche da noi dovranno rettificare la rotta. Al tempo stesso dovranno affrontare severe prove di coerenza molti europeisti di casa nostra, abituati a predicare nel vuoto e ora costretti ad inseguire la… lepre francese. Si vedrà.

Nel frattempo va ricordato che in Francia i giochi non sono conclusi. È stato eletto il Presidente ma non si sa su quale maggioranza parlamentare potrà fare affidamento un governo che intenda attuarne il programma.

Con quale parlamento?

Tutti gli osservatori hanno sottolineato che l’irruzione di Macron – En marche! – ha scardinato il sistema dei partiti che già in Francia non era solido. Dalle presidenziali sono scomparsi i due storici competitori: i socialisti e i “phe Petit repubblicani”. Che accadrà alle prossime legislative?

Le forze cosiddette tradizionali, che esistono ancora alla base, tenteranno di riorganizzarsi per occupare spazi parlamentari significativi, o lasceranno campo all’offensiva che il vincitore promuoverà per dar vita a una presenza nell’Assemblea Nazionale che non lo lasci in balia degli sconfitti?

E soprattutto: quanto dell’impulso europeista di Macron rimarrà intatto e quanto sarà intaccato nella costruzione dei compromessi di governo?

Promesse e variabili

Le promesse della presidenza Macron sono insomma sottoposte a una serie di condizioni che possono configurare altrettante variabili.

Alcune di esse riguardano l’attuazione del programma. L’attenzione al disagio e alle conseguenze della crisi, ad esempio, può manifestarsi sia con misure di stampo liberista che con interventi solidali in ambiti strategici.

Altrettanto dicasi per la questione dell’immigrazione e della ripartizione dei rifugiati nei diversi stati dell’Unione, materia per la quale sull’Italia grava un’ingiusta pressione.

La stessa vocazione europeista, infine, può dare adito ad una versione solidarista e unitaria oppure incarnarsi nell’ennesima edizione di un’Europa delle patrie di stampo confederale.

La sfida del populismo

Su questi e altri punti del programma è giusto attendere Macron alla prova del collaudo. Il personaggio è… venuto al mondo – politicamente parlando – in modo repentino. Ha affascinato per la novità dell’accento prima che per la forza suasiva degli argomenti.

Giustamente si insinua che, inoltre, egli ha beneficiato della fortuna sotto le specie della debacle dei socialisti e del dissolvimento dei repubblicani di Fillon, i primi screditati dagli insuccessi di governo, gli altri sbugiardati dalle malversazioni familiari. Obiezioni alle quali in genere si risponde citando Napoleone, il quale diceva che un bravo generale, accanto alle qualità propriamente militari, deve averne due aggiuntive: il coraggio e, appunto, la fortuna. Che, a volte, viaggiano in coppia.

Un ultimo appunto, tra i tanti possibili in un commento a caldo, riguarda la relazione tra Macron e il populismo. È scorretto sostenere che, per affermare un progetto di indubbio impianto democratico, nel senso della democrazia rappresentativa, egli si sia avvalso di strumenti e metodi che sono abitualmente in dotazione dei movimenti populisti? Il suo appello al popolo ha scavalcato istituzioni e partiti e ottenuto come risposta un’investitura diretta. Quali tentazioni ne discendono? E quale sarà la risposta?

Emmanuel Macron

L’Unione Europea è stato tema privilegiato nella campagna elettorale di Emmanuel Macron

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