Moro e Mattarella

di: Domenico Rosati

Ascoltando e poi meditando il radiomessaggio di capodanno del presidente Mattarella, mi sono tornate in mente, con insistente prepotenza, le parole che, nel remoto gennaio 1977, ebbe a scrivere Aldo Moro in un articolo pubblicato su Il Giorno con il titolo: “Il bene non fa notizia, ma esiste”.

Altri tempi, altra stagione politica. Ma ha certamente un senso il fatto che molte delle espressioni scritte allora dal leader della Dc risultino sovrapponibili, quasi alla lettera, a quelle dell’attuale Presidente della Repubblica.

Un’immensa trama d’amore

Per sostenere il suo punto di vista, e cioè che, malgrado le apparenze, «ci sia il bene, il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione», Moro così argomentava: «Penso all’immensa trama di amore che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati del Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro».

È impressionante constatare che Moro illustrava questi concetti in una fase in cui l’Italia era già devastata dalla tempesta di quel terrorismo che di lì a un anno lo avrebbe assassinato, come aveva già fatto con gli agenti della sua scorta. E, se è vero che era in campo allora un disegno politico – la solidarietà nazionale – che prometteva un recupero di stabilità e di ordinato progresso, non sarebbe accettabile una lettura delle parole di Moro come strumentali rispetto a quel disegno che aveva ancora integre le sue potenzialità.

Dove sta la vera sicurezza

E ora Mattarella. Quel che hanno ascoltato milioni di italiani pare controcorrente rispetto all’opinione largamente diffusa e convalidata da diagnosi scientifiche per cui l’Italia è ormai un paese incattivito, rancoroso e arrabbiato. Un’Italia con l’attitudine truce di dirigenti politici che fanno la faccia feroce verso tutto quel che significa accoglienza, solidarietà, riconoscimento degli altri.

Viceversa, secondo l’esperienza che Mattarella espone, emerge «l’esigenza di sentirsi e riconoscersi come una comunità di vita», avendo ben chiaro che ciò significa «pensarsi dentro un futuro comune, da costruire insieme» e poi «essere rispettosi gli uni degli altri», ossia «consapevoli degli elementi che ci uniscono e, nel battersi per le proprie idee come è giusto, rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza che creano ostilità e timore». Con un corollario dirompente che rade al suolo il mito della sicurezza che sta alla base di tutti i radicalismi e populismi oggi operanti: e cioè che «la vera sicurezza si realizza con efficacia preservando e garantendo i valori positivi della convivenza».

Segue un’ampia descrizione dell’Italia come di «un paese ricco di solidarietà», cioè del valore che rende autentico ogni desidero di sicurezza, con un elogio delle imprese del volontariato e del “terzo settore” e la censura della “tassa sulla bontà” introdotta nell’ultima legge di bilancio. Per sostenere che «è l’immagine positiva dell’Italia che deve prevalere», cioè «l’Italia che ricuce e che dà fiducia».

Con un invito finale a usare «parole di verità» nell’esaminare i problemi pur gravi con cui la politica si confronta. E qui gli accenti riportano al Moro del 1977: «Una più equilibrata visione della realtà vera, è non solo e non tanto rasserenante, ma anche stimolante all’adempimento di quei doveri di rinnovamento e di adeguamento sociale che costituiscono il nostro compito nel mondo».

I contenuti del messaggio presidenziale per questo 2019 vanno ben al di là delle sei paginette che li contengono. Invitano i cittadini di questo paese a rintracciare, oltre le apparenze e le pulsioni dei risentimenti e degli interessi particolari, le coordinate di un senso comune che non rifugge dal farsi carico dei problemi degli altri in una visione di solidarietà che rigetta tutte le tentazioni di chiusura e di autarchia.

Sintonia di voci

Questi concetti si incrociano, fisiologicamente, con quelli contenuti in un altro messaggio di capodanno, quello di papa Francesco per la giornata mondiale della pace. Anch’esso è dedicato alla «buona politica» e mette in luce come nell’anima dei popoli esistano le motivazioni di un comune impegno positivo che occorre liberare dai vincoli di una lettura distorta di una realtà in cui, viceversa, la vita stessa può svolgersi (il concetto è di Moro) in quanto «il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza di valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste constatazioni».

I discorsi qui evocati convergono sulla constatazione che è possibile accertare l’esistenza di un senso comune positivo (e vincente) che aspetta di essere attivato per affermare un disegno costruttivo, o ricostruttivo, delle cose del mondo.

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