Nord Corea: missili per entrare nel “club”

di: Federico Ferraù

La Nord Corea ha lanciato altri quattro missili balistici verso il Giappone. Tre di essi sono caduti nel Mar del Giappone, a 250 chilometri dalle coste nipponiche, nell’area economica del Sol Levante. Il dipartimento di stato americano ha ammonito Pyongyang a non compiere ulteriori provocazioni e a tornare al tavolo dei negoziati per la denuclearizzazione, manifestando «determinazione a difendere gli alleati, inclusi Corea del Sud e Giappone, di fronte alle minacce». Apprensione anche a Pechino e a Mosca. Il commento di Francesco Sisci, editorialista di Asia Times, sotto forma di intervista.

 Che cosa vuole Pyongyang? Saggiare le capacità reattive della nuova amministrazione americana?

Evidentemente sì e sta giocando il tutto per tutto a esasperare le tensioni, convinta che solo così potrà dettare i termini di una trattativa. Pensa di farlo perché è convinta che nessuno arriverà a un atto di forza, nel timore di mettere a rischio la sicurezza di Seul.

 – Cosa significa?

Attualmente contro la capitale sudcoreana sono puntanti circa 10 mila cannoni.

 – Ma qual è l’obiettivo politico?

Pyongyang vuole essere ammessa in posizione di parità al club nucleare e trattare direttamente con gli USA sopra la testa di Pechino, Seul e Tokyo. Finora non c’è riuscita. Ora, convinta che nessuno oserà spingere ancora sull’acceleratore, pensa sia arrivato il momento di forzare la mano poiché crede che le tensioni tra Cina e Stati Uniti siano tali che, alla fine, Pechino non interverrà pesantemente contro il Nord.

 – Come mai i lanci non avvengono mai verso la Cina?

Perché nominalmente la minaccia è contro l’arcinemico storico, il Giappone.

 – I negoziati tra Nord e Sud Corea ci sono ancora? A che punto stanno?

Che io sappia ci sono contatti, ma ormai non si possono più chiamare negoziati. Del resto, si mantengono contatti fra le parti anche in tempi di guerra, altrimenti come si offre una resa?

 – Un altro tavolo c’era: i colloqui a sei. Che fine hanno fatto?

L’ambasciatore americano Joseph DeTrani, inventore dei colloqui a sei, sostiene che negli ultimi cinque anni non si è riusciti a intervenire con nuove idee creative. Questo penso sia il punto: bisognerebbe trovare idee nuove per affrontare Pyongyang.

 – Come mai la Cina non esercita la sua moral suasion sulla Nord Corea?

La Cina non è capace di gestire totalmente la Nord Corea; al tempo stesso, le nuove tensioni con l’America di Trump spingono Pechino a pensare che non conviene risolvere la questione nordcoreana in un momento in cui Washington sembra prepararsi ad aumentare la tensione contro il Nord. D’altro canto, in un articolo su South China Morning Post ho cercato di spiegare che ora le nuove tensioni anticinesi in Sud Corea potrebbero spingere Pechino a cambiare atteggiamento.

 – In questo contesto come va letto il recente delitto di Kim Jong-nam, fratello del leader nordcoreano? 

Di certo è una prova di debolezza. Il giovane Kim ha ucciso il fratello perché rappresentava una minaccia. Se lo ha fatto adesso è perché forse si prepara a tagliare i ponti e vuole evitare e prevenire eventuali colpi di stato. Nel complesso, comunque, è facile che la situazione sfugga di mano, perché manca quell’accordo politico che diede inizio ai colloqui a sei.

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