Pastorale americana

di: Marcello Neri

Un Giorno della memoria in Massachusetts

Capire gli Stati Uniti, il loro tessuto profondo, le dinamiche che si muovono oltre lo specchio dell’immagine che la Nazione vuole dare di sé, non è impresa facile. Non lo è per gli americani stessi, ancora di più per noi europei.

Il giudizio sugli Stati Uniti si è attorcigliato ulteriormente con l’elezione di Trump a presidente. Il balzo dal realismo di Obama alla mitologia di Trump ha costernato non solo la banalità di quanto possiamo leggere sui quotidiani, ma anche le possibilità di interpretazione degli osservatori più fini. Non solo qua da noi, ma anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Per alcuni un brusco risveglio, per altri un luminoso mattino. Tutti comunque avvolti da un sonno apparentemente invincibile. Ed è forse proprio per questo che non siamo riusciti a cogliere movimenti profondi che hanno scosso il corpo sociale della Nazione negli ultimi decenni. Noi europei tendiamo a guardare agli Stati Uniti per quello che essi fanno fuori dalle mura di casa. Lo abbiamo fatto per troppo tempo, e ci troviamo così in un ritardo irrecuperabile per riuscire a comprendere le molte e variegate anime del paese.

Comprensione e giudizio

Ogni buon giudizio richiede una previa, adeguata comprensione. Senza quest’ultima rischiamo solo la demagogia. Soprattutto ora. Il rischio che un anti-trumpismo di pelle si ribalti in un sentimento anti-americano di cui non sappiamo neanche le ragioni, è lì accoccolato a due passi da noi. Paradossalmente così simile al dualismo apocalittico a cui ogni tanto attinge il mito che gli Stati Uniti raccontano a se stessi e cercano di vendere agli altri.

Pensare un’America buona e civile, quella che scende per strada dopo l’ordine esecutivo che bandisce l’ingresso da alcuni paesi musulmani, e un’America rozza e cattiva, quella che ha eletto Trump e continua a vedere in lui il perno di una Nazione che vuole tornare a essere grande per se stessa, è poco più di una banalità. Ecco perché la semplice contrapposizione tra Trump e Francesco non coglie nel segno, e non fa un buon servizio a quest’ultimo.

Come è banale immaginare che un avvicendamento alla Casa Bianca, in qualunque momento questo possa avvenire, risolva d’incanto la questione americana (anche l’intelligenza liberale europea è agli sgoccioli, quando è disponibile ad accontentarsi di qualsiasi repubblicano come soluzione del problema – perché, alla fin fine è proprio così che pensiamo).

Trump non è un problema, ma un sintomo. Sintomo di un’anima sotterranea che nell’ultimo decennio ha fatto capolino a più riprese, ma che abbiamo fatto tutti finta di non vedere. Troppo scomoda e ingombrante, così poco politicamente corretta come vorrebbero le buone maniere. Eppure basterebbe leggere Philip Roth o Cormac McCarthy per ritrovarci nel cuore di questa violenza originaria che è una delle matrici maggiori degli Stati Uniti, ben occultata dietro la bandiera del sogno americano – nel momento stesso in cui ne è una delle forze principali.

Broken Country

Sostieni SettimanaNews.itLa geografia umana e sociale degli Stati Uniti non è come la geofisica di San Francisco: ossia, non è una semplice faglia che taglia in due una regione dell’umano vivere. Non si sta semplicemente da una parte o dall’altra, il che ci permetterebbe ancora una mappatura umanistica della Nazione. Spesso la verità di una condizione dell’umano viene pronunciata da chi è escluso dalla nostra socialità. Come mi diceva, in una chiacchierata di mattina presto, un senzatetto di New Orleans: “Non ho la più pallida idea di dove sono e di cosa sono” – senza astio, senza risentimento, quasi con leggerezza, senza sapere neanche da dove venisse, tanto la sua storia si era smarrita nel suo stesso vivere (ma questa è l’arte di cui sono capaci solo i poveri, non certo le grandi corporation che impietosamente se ne fregano di tutto e di tutti).

Quelle parole non sono solo quello che resta di un destino personale, sono molto di più. Sono lo specchio candido della condizione della Nazione. Un enorme non-luogo, dimentico della sua stessa generazione. Forse così possiamo, pian piano, iniziare a comprendere gli Stati Uniti, prima di mettere mano a precipitosi giudizi.

Nell’alchimia della Nazione qualcosa si è irrimediabilmente rotto, forse anche perché non si è mai messo davvero mano a rimettere insieme i cocci di lacerazioni che la abitano da sempre. Non c’è politica che possa tenere o essere invocata davanti a questa situazione, il Messia, anche se arrivasse, finirebbe esattamente dove è finito duemila anni fa – sulla croce. E anche il collante del diritto, magicamente pensato come un attaccatutto miracoloso, non è stato capace dell’unico miracolo per cui era stato studiato: tenere insieme un paese che non è tale. Non vi è riuscito per due principali ragioni.

La prima perché, nonostante il sogno costituzionale di un regime di controllo dei poteri della Nazione, il diritto, nella sua espressione di vertice (Supreme Court), è sempre stato una funzione del potere politico (tanto del governo, quanto dell’opposizione).

La seconda è perché il diritto, nelle sue espressioni sul territorio della Nazione, è il figlio illegittimo delle scomposizioni e delle lacerazioni del tessuto civile e umano del paese. Ed è per questo che si presta a essere montato e smontato seguendo umori e aspirazioni (anche del tutto legittime e doverose), senza riuscire a incidere nel sentire reale della popolazione statunitense. In quanto comunque subìto da qualcuno, si offre in se stesso come arma per poter essere aggirato o ribaltato.

Blak Lives Matter

Questione razziale

L’ipocrisia del politicamente corretto, nella versione democratica o repubblicana, è servita a mascherare questa condizione reale della Nazione. Rispetto a ciò, Trump rappresenta una salutare interruzione – dice apertamente un sentire diffuso che non può essere esplicitato pubblicamente in virtù di regole tacite: “Don’t worry, we’ll take our country back” (“Non si preoccupi. Ci prenderemo il nostro paese”) (luglio 2015). Frase pronunciata solo un mese dopo il massacro di nove afro-americani nella Emanuel Church di Charleston per mano di Dylann Roof.

Follia marginale della supremazia bianca? Rigurgiti razziali nel corpo di polizia? Insomma, in un modo o nell’altro, fenomeni marginali che non andavano a intaccare i valori che hanno fatto grande l’America nell’auto-coscienza dei suoi stessi cittadini. Il dibattito pubblico sulla questione razziale è stato male impostato fin dall’inizio. Per coltivare un’illusione necessaria per continuare a vivere come una Nazione.

Quello che gli americani non possono dire a se stessi non è solo la parola che manca alla “maggioranza silente”, che ha trovato il suo megafono nel nuovo presidente. Ma qualcosa di più radicale, qualcosa di insopportabile per qualsiasi orecchio: ossia che la Guerra Civile e di Secessione Americana è continuata nel XX e XXI secolo, con la sua scia di cadaveri e di odio rampante.

Rubricando così a semplice episodio tutta la stagione degli anni ’60 del secolo scorso, caratterizzata dal movimento per i diritti civili e umani di tutti i cittadini statunitensi. Con il conseguente rischio di un ritorno alla violenza in cui possono sprofondare molte zone di una Nazione scomposta in una miriade di identità.

Il rischio di un ricompattamento comunitaristico di matrice etnica delle innumerevoli minoranze del paese è lì a due passi. Con possibili ricadute negative anche per quanto riguarda la coesistenza pacifica delle religioni. L’opzione di una solidarietà trasversale è certamente sul tavolo, ma non è detto che essa abbia la forza di vincere le preoccupazioni di ciascuna comunità etnica. L’eventuale alleanza tra minoranze, che non sappiamo se possa assumere una forma non violenta, deve fare i conti con la crescente sfiducia con cui ciascun gruppo etnico guarda all’altro. Nel mezzo di tutto ciò stanno incroci di fedi e di appartenenze religiose, senza una leadership credibile e autorevole in qualsiasi confessione.

Immigrati in Minnesota

Giano

Difficile poter parlare ancora di America al singolare quando si guarda agli Stati Uniti. Il volto della Nazione è oggi quello di Giano. Quello che non vediamo noi dall’Europa, merita di essere accennato. Le facce dei volontari che, al confine col Messico, distribuiscono pasti, offrono una prima accoglienza, un tetto, una coperta, una parola, per gli immigranti illegali che vengono da sud – nel momento stesso in cui si approntano i preparativi per il Grande Muro che dovrebbe rigettarli nella loro miseria.

Ma anche la semplice porta di una casa può diventare un volto. Nel ghetto afro-americano di New Orleans, così come nell’elegante quartiere intorno a Washington Square a New York. Una porta che si apre, con un semplice Post-it sul quale ogni occhio può leggere “Muslim Welcome Here”. Perché gli Stati Uniti sono anche questo indecifrabile amalgama di violenza primordiale e di generosità ospitale, di risentimento timoroso e di cura che non teme per sé. Non giudichiamoli prima di averne conosciuto tutti i volti. Soprattutto quelli che non fanno notizia, per i quali bisogna avere occhi che sanno vedere – perché ci puoi passare accanto senza accorgertene, senza rivolgergli neanche la parola.

Un’America che, forse per la prima volta, inizia a sentire di dover imparare qualcosa dalla vecchia Europa: l’arte difficile di apprendere dal proprio fallimento. Questo esattamente nel momento in cui l’Europa pensa altezzosamente di potersi lasciare alle spalle la fragilità dell’opera meglio riuscita da sempre di questa sua antica arte.

Perché questo sono oggi gli Stati Uniti: un paese in attesa della propria redenzione, visto che il grande sogno di auto-redimersi gli si è sbriciolato tra le mani. Senza nessun Messia, questa volta, per favore…

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