PD e dintorni: tante incognite

di: Domenico Rosati

Non è gratificante il mestiere dell’analista politico quando la politica non offre un sufficiente ancoraggio di certezze. È vero che (collaudato sistema), quando la scena è vuota, si può sempre ricorrere al retroscena. Come dire che, se non c’è il copione, la compagnia recita a soggetto. Ma quanto può durare e che effetti può produrre un eccessivo esercizio di fantasia in un contesto di certificata improbabilità?

Meglio dunque ragionare sui fatti, quei pochi di cui si può essere sicuri, prima di affrontare nelle note che seguono i problemi dell’area di centrosinistra, quella che ha registrato negli ultimi mesi i movimenti più rilevanti, a partire dall’avvenuta scissione del PD e dal conseguente rischieramento dei vari soggetti interessati.

problemi dell’area di centrosinistra

Si vota nel 2018

Rispetto alle previsioni (speranze o timori) seguite al terremoto del risultato referendario del 4 dicembre 2016, che ha cancellato l’intera riforma costituzionale promossa dal governo Renzi, il quadro politico si è sostanzialmente… stabilizzato.

Le spinte per l’anticipo delle elezioni con intenti di sfruttamento del successo (Cinquestelle e Lega) o di pronta rivincita (Renzi) si sono infrante contro l’evidenza dei fatti.

Con quale legge elettorale si sarebbe votato, visto che la Corte Costituzionale aveva demolito l’Italicum? E come schivare la richiesta del Presidente della repubblica di armonizzare i criteri elettorali di Camera e Senato, visto che il referendum non aveva segato questo ramo del Parlamento?

La difficoltà oggettiva di rispondere in tempi brevi si è congiunta alle valutazioni di convenienza di vasti settori del parlamento (centrodestra berlusconiano e parte dello stesso PD) e ha rapidamente dissolto le suggestioni del “voto subito”.

Salvo catastrofici imprevisti, si voterà dunque a scadenza della legislatura, cioè nella primavera del 2018, come alla fine ha ammesso lo stesso ex Presidente del Consiglio. Il quale ha concentrato sul partito il proprio congenito attivismo, candidandosi di nuovo alla sua guida e per essa alla presidenza del governo post-elettorale.

“Lingotto” come “Leopolda”

La volontà di ritorno di Renzi si presenta così come un ulteriore elemento di certezza del quadro politico. E anch’essa è connotata – secondo le attitudini del protagonista – come una sequenza di prove di forza. Rispetto al partito, esse si sono manifestate con il mancato contrasto alla scissione e con un “nuovo” impianto sostanzialmente ricalcato sul “vecchio” (il “Lingotto” al posto della “Leopolda”).

Rispetto al governo, è chiara l’ambizione, ancorché non proclamata, di conquistare il 40% dei suffragi, titolo per ottenere l’investitura.

La scissione alla prova

Non è dato di sapere quanto tali determinazioni del protagonista siano state frutto di una scelta strategica o di uno stato di necessità. La precedenza è stata conferita alla normalizzazione del fronte interno del PD, con un vero e proprio regolamento di conti con le minoranze e con il conseguente riallineamento della maggioranza.

Con quale esito? La minoranza è uscita dal partito ed ha dato vita ad una nuova entità, il “Movimento democratico e progressista. Articolo Uno”, sulla cui prospettiva è prematuro intrattenersi.

Per ora, si sa che non si schiera all’opposizione del governo Gentiloni anche se non disdegna di chiamarlo in causa su fatti specifici (come la posizione del ministro Lotti nel caso Consip); e si sa pure che tende a realizzare la convergenza di tutta quell’area progressista (Pisapia, ma anche spezzoni degli ex vendoliani) che non disdegna di concorrere ad un rilancio “largo” del centrosinistra. Con lo stesso Pisapia come federatore? Si vedrà.

Si può anche intuire che tale disponibilità si farebbe ancor più manifesta se il corso degli eventi portasse a un cambio della leadership del PD e/o ad un superamento della candidatura di Renzi. Troppe incognite per una sola equazione.

Un partito più renziano?

Meno nebulose le considerazioni sul PD dopo la rottura. La ricognizione dei confini voluta dal segretario ha prodotto una situazione referendaria interna che si è conclusa a favore dello stesso segretario uscente e ricandidato. Ma il partito è diventato più renziano?

Non tutti coloro che sono rimasti nel partito si possono considerare privi di riserve sul leader e sul suo modo di operare. C’è anzi chi lo avversa nelle primarie anche per contrastare il metodo della “prepotenza”.

Significative differenze inoltre sono emerse sul tema delle alleanze, peraltro appena sfiorato nel dibattito. Dunque, non è detto che a Renzi, ove riconfermato alla guida, riesca l’impresa di pilotare l’intera flotta residua in una direzione determinata dell’orizzonte politico. D’altra parte, al segretario fiorentino non si può chiedere un comportamento contrastante con la sua indole.

Una diversa attitudine della leadership dopo la disfatta referendaria avrebbe cercato nel partito le condizioni per realizzare quella che ai tempi della Dc (ma anche del Pci) si chiamava “direzione unitaria”, con il coinvolgimento di tutte le energie necessarie. Un sentiero che non è stato concretamente esplorato.

Viceversa, l’intenzione di limitare i danni a sinistra ha trovato una limitata espressione nel conferimento di un ruolo speciale al ministro Martina, che dalla matrice di sinistra proviene, presentato come partner di un inusitato ticket di vertice.

Nel partito, tuttavia, accanto alle componenti che fanno capo ai due altri candidati alla segreteria (Emiliano e Orlando) hanno una presenza consistente le tendenze (Franceschini ed altri) che sembrano orientate a perseguire, e comunque non escludono, alleanze sul versante del centrodestra.

Un destino… centrista?

Non si può quindi escludere che il disegno di realizzare un PD più ristretto ma più coeso possa rovesciarsi nel suo opposto, cioè un PD più articolato se non frazionato in correnti. In ciò riproponendo, pur in condizioni mutate, lo schema delle formazioni centriste della prima repubblica, e in particolare della Dc, sempre esposte alle opposte trazioni di sinistra e di destra.

Con la differenza che, nella Dc, funzionò, almeno fino ad un certo momento, il cemento della “comune ispirazione” che non emerge nella struttura plurima del PD. E con l’altro rischio – la Dc lo conobbe nella fase di declino – che a tenere insieme le diverse “sensibilità” rimanga soltanto la condivisione del potere, dei suoi benefici e delle sue trappole.

Parentesi sull’etica pubblica

Qui andrebbe introdotta una considerazione sulle relazioni che, sotto il consolato di Renzi, si sono instaurate tra i centri del potere politico e i settori dell’economia più contigui ad esso.

Al di là dei casi singoli, chiusi o aperti in sede giudiziaria, c’è da osservare che, finora, non s’è affermata, nel campo politico, una regola univoca di comportamento e di valutazione. È prevalsa semmai l’abitudine di salvare gli amici e premiare i nemici, la più consona ad una visione utilitaristica del potere che non ad una ispirazione eticamente orientata.

Ma questa è una riflessione che non riguarda il solo PD, anche se quest’ultimo è specificamente coinvolto in quanto forza di governo.

Programma, agenda…

Le certezze minime finora acquisite – il voto nel 2018 e la volontà di ritorno di Renzi – non bastano certamente per formulare una valutazione complessiva. In particolare, non c’è ancora una piattaforma programmatica su cui esprimersi .

I tavoli tematici del “Lingotto” hanno mobilitato le migliori energie del “partito pensante”; e, tuttavia, i contenuti del lavoro compiuto saranno noti dopo un’elaborazione politica che deve ancora avvenire.

D’altra parte, le formulazioni programmatiche non abbondano neppure negli altri comparti della politica. E c’è persino chi – come Giuseppe De Rita – ha dichiarato che applicarsi alla redazione di programmi in una situazione così priva di ormeggi è, sostanzialmente, opera vana e tempo perso.

Meglio, secondo lui, un’agenda stringata con tempi certi d’esecuzione. Ma anche il termine “agenda” provoca brividi, specie se si pensa al fervore entusiastico con cui la propaganda del 2013 circondò e sostenne l’“Agenda Monti”, poi subitaneamente scomparsa dagli schermi radar.

Una bussola necessaria

C’è però un’esigenza fondamentale che dev’essere soddisfatta da ogni forza politica che aspiri a ottenere il consenso popolare: quella di indicare una direzione di marcia – come determinazione di volontà – su alcuni orientamenti di fondo circa le questioni dirimenti del nostro tempo.

Pace e solidarietà internazionale, scelta europea, migrazioni e integrazione, lavoro e uguaglianza sociale; fedeltà alla democrazia rappresentativa: si faccia almeno sapere se su ciascun capitolo ci si colloca sulla linea della Costituzione o se si pensa ad altro.

Il margine di tempo reso disponibile dal rispetto della scadenza ordinaria per le elezioni può essere utilizzato – oltre che per la propaganda – anche per una riflessione sul tempo presente che aiuti a comprendere su quali linee si caratterizzerà l’evoluzione delle cose e quali saranno le domande alle quali si dovrà dare, obbligatoriamente, una risposta. Per il PD, e in generale per tutta l’area di centrosinistra, questa è la sfida decisiva.

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