Perché l’Italia si fa bocciare

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Il fatto dominante di quest’autunno 2018 è senz’altro l’“opinione negativa”, ossia la bocciatura, della legge di bilancio 2018 del governo italiano da parte della Commissione europea.

Sono tanti gli approcci possibili nell’esame del fatto. Due soprattutto: perché la Commissione boccia la manovra e, prima ancora, perché il Governo italiano si fa bocciare.

Oltre le Colonne d’Ercole

La risposta al primo quesito è semplice: troppo rilevante è lo scostamento del dispositivo italiano dalle regole europee in materia di bilancio per immaginare un compromesso, pur auspicato, tra gli altri, dal presidente delle BCE Mario Draghi.

La misura punitiva è pesante perché prelude all’apertura di una “procedura per infrazione” a causa del debito eccessivo della previsione italiana, ma ancor più pesante è lo “sgarro” di Roma sia rispetto alle regole comunitarie, sia rispetto agli stessi impegni delineati nelle prime fasi del negoziato.

Più complessa la risposta alla seconda domanda che investe la responsabilità del governo italiano il quale pure in passato si era spinto al largo nella sfida alla conformità con l’Unione, ma che stavolta sembra davvero aver varcato le colonne d’Ercole dell’indisciplina se non della ribellione. Con una scelta dalla quale è difficile recedere se non perdendo la faccia.

In queste condizioni ogni previsione sull’andamento della vertenza si rivela ardua. Si profila, invece, una prova di forza inusitata della quale la posta non è tanto sul documento di bilancio in questione quanto la stessa consistenza-esistenza dell’Europa come entità politico-amministrativa animata, se non da una vocazione unitaria, almeno (se è consentito il mutuo da un’espressione usata dal card. Ruini per il mondo cattolico italiano) da una “tensione unitiva”, intesa come un desiderio di unità e una spinta in tal senso.

Conviene, dunque, abbandonare le scommesse sui pronostici (vince l’Italia, vince l’Europa, match pari) per concentrare l’attenzione su quello che, fuor d’ogni dubbio, si presenta come il soggetto attivo dello scenario, cioè il governo italiano il quale collauda nella circostanza una sua peculiare dottrina rispetto al presente e al futuro dell’Unione Europea.

I populismi di governo alla prova

Ma poiché un governo italiano come organismo omogeneo non esiste, bisogna far riferimento ai gruppi che lo compongono e alle tensioni che lo attraversano, impresa alla quale ci siamo applicati in passato e che ora presenta elementi più consistenti di certezza nella direzione del populismo predicato e praticato.

L’indicazione più eloquente e solida del livello al quale è giunto il populismo della Lega è fornita dal commento di Matteo Salvini alla notizia della bocciatura del progetto italiano: «Non hanno bocciato una legge ma un popolo». Dove è chiara la sovrapposizione del governo populista all’intero popolo, inteso come un organismo unico privo di differenziazioni interne, e proteso in modo compatto al raggiungimento degli obiettivi fissati dal governo che ne è l’unica espressione.

Qui si inserisce la riflessione di De Rita, il quale, di fronte agli abusi della parola “popolo” suggerisce di parlare di “popolazione italiana adulta” (Corriere della Sera, 24 ottobre), nel presupposto che il concetto di popolo «stia perdendo di consistenza chiara e forte», mentre, al contrario, si può sostenere che mai come oggi – è la nostra opinione – l’enfasi evocativa si sia sviluppata attorno a quel medesimo concetto.

Del resto, è lo stesso Salvini a sigillare con un eloquente “me ne frego” l’ipotesi di trovarsi in contrasto con il parere di Bruxelles.

Né una qualche crepa si può rinvenire nel confronto tra le posizioni della Lega e quelle del Movimento5stelle, dove il dominus Casaleggio junior sentenzia che, una volta instaurata la democrazia digitale, «la democrazia dei cittadini sarà intrinseca nello Stato», dove è immanente l’idea del partito totalitario che divora e assimila le istituzioni. E intanto Beppe Grillo sentenzia che sono eccessivi i poteri del Presidente della Repubblica perché ciò «non è più in sintonia con il nostro (suo) modo di pensare».

Dal canto suo, per non perdere la rincorsa, Luigi di Maio si proietta sugli scenari futuri, quelli che emergeranno dalle prossime elezioni europee, quando all’attuale Commissione – lui ne è certo – sarà dato lo sfratto e il potere continentale passerà di mano.

La Confederazione degli Stati Indipendenti

Ma che idea dell’Europa coltivano costoro? La figura che viene in mente, per un’assonanza non banale, è quella della CSI, la Confederazione degli Stati Indipendenti che cercò di accreditarsi dopo l’esplosione dell’Unione Sovietica. Qualcuno se ne ricorda o ricorda un atto significativo che quella istituzione abbia compiuto?

I pionieri del sovranismo italiano ritengono che in un contesto dalle briglie sciolte i singoli stati, tra cui l’Italia, avrebbero ciascuno una maggiore sfera di libertà nelle determinazioni di bilancio, senza più i vincoli stabiliti a Maastricht che tanti governi hanno messo in affanno. Ma non è detto che il proclamarsi sovranisti comporti un medesimo atteggiamento sui problemi; né che lo Stato a quel punto egemone – eventualità inevitabile – sarebbe meno severo della Commissione attuale.

Non si può escludere perciò che il timore della sconfitta abbia sui sovranisti italiani un effetto più forte del desiderio di vittoria che finora li ha animati. Vi sono in Italia, e anche nel governo, energie che spingono a cercare un modulo possibile di composizione del contrasto e quindi, nel caso, una soluzione che garantisca all’Italia, giustamente, una maggiore flessibilità senza scardinare l’impianto finanziario dell’Europa.

I discorsi che si vanno facendo sull’insostenibilità dell’attuale posizione italiana nel caso di una crescita dello spread e quindi del debito possono riproporre la speranza di un’intesa.

Una visione meno angusta

Sarebbe un ripercorrere piste già battute in passato? Senza dubbio. Ma non sarebbe la stessa cosa se, anche grazie alle prossime elezioni, potesse affermarsi sul continente una visione meno angusta di quella che sin qui ha governato l’Europa. Applicarsi all’edificazione di un continente che fosse davvero più unito dal punto di vista politico, con i tratti di un’autentica federazione, sarebbe un obiettivo per il quale varrebbe la pena di mobilitarsi con grande energia.

Un primo terreno d’impegno per misurare il tasso di convergenza possibile è offerto dall’idea di Trump di denunciare l’intesa che nei remoti anni ’80 Reagan e Gorbaciov cercarono per liberare l’Europa dall’incubo dei missili a medio raggio. Un minimo di coesione europea nei confronti delle rinnovate tensioni tra USA e Russia potrebbe aprire una strada anche su altri versanti diversi da quello militare.

Ricordando a tutti che non si vive di sola finanza.

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