Politica a costo zero

di: Domenico Rosati

Il Parlamento italiano, Camera e Senato, ha approvato in lettura definitiva, cioè con quattro voti a maggioranza qualificata, la modifica della Costituzione che riduce il numero dei deputati a 400 e il numero dei senatori a 200. Complessivamente il taglio è di 345 unità.

La modifica è stata fortemente voluta da M5S che l’ha patrocinata in questa legislatura insieme all’altra misura che tocca i vitalizi dei parlamentari cessati dal servizio, entrata in vigore da pochi mesi.

Entrambe le misure fanno parte del pacchetto d’ingresso del movimento che fa capo a Grillo e che comprendevano una terza clausola, ad applicazione semivolontaria, nel senso che chi non paga è duramente sanzionato. Essa si applica però soltanto agli aderenti al movimento e impone un versamento alle casse di esso e alla “catena Rousseau” di una somma per il sostegno di essi. Sulle sanzioni erogate sono in corso controversie circa il diritto del movimento a prelevare e circa l’obbligo degli aderenti a versare.

Tutte e tre le misure risalgono ad un’unica matrice che è tipica delle formazioni populiste e precisamente di quelle che, nel tempo, si sono avvicendate nel considerare la democrazia rappresentativa come la sede della corruzione della politica e il parlamento come il suo luogo d’elezione. La formula chiave di questo assioma è quella adottata dal capo politico dei M5S Luigi Di Maio, secondo cui i vitalizi degli ex parlamentari altro non sono che privilegi indebitamente accumulati e, per connessione, gli emolumenti percepiti in servizio gli strumenti dell’indebita accumulazione. Non è per caso che le manifestazioni per il versamento alla centrale politica delle quote degli aderenti al movimento vengono definite restitution day. Come dire, rimborso di quanto indebitamente percepito.

Secondo lo Statuto albertino

Il tutto deriva dunque da una visione che vede nel costo della politica un canale da evitare o da ridurre ai minimi termini. Il che denota un’assoluta mancanza di cognizioni storiche a partire dai tempi in cui – come era scritto nello Statuto albertino – le cariche elettive erano sempre gratuite. Il che dava luogo a situazioni come quella del deputato settentrionale che, quando veniva a Roma, si era abituato a dormire nei treni in sosta nella stazione centrale o in movimento sulla tratta Roma-Firenze. Ciò per il semplice motivo che, essendo le ferrovie di uso gratuito per i deputati, chi le usava di notte risparmiava le spese d’albergo per il soggiorno a Roma nei periodi di sessione parlamentare.

E la carenza di cognizioni storiche risulta ancor più grave se si guarda alla situazione esistente nella fase in cui non c’era indennità per il lavoro dei parlamentari in base al principio per cui, essendo tale lavoro la prestazione di servizio per la comunità nazionale, essa non dava luogo alla corresponsione di prestazioni monetarie.

La situazione che si configurava era, infatti, quella per cui, alla carica di parlamentare, avevano accesso soltanto le persone di condizione economicamente agiata o per rendita familiare o per reddito professionale. Le classi meno agiate erano così escluse dal circuito della rappresentanza politica.

Quanto all’ammontare delle indennità, si deve ricordare che, fermo restando il potere di determinazione di ciascuna Camera, si era adottano il criterio di agganciare il quantum di ciascuna indennità al trattamento riservato ad un grado elevato della magistratura giudicante, dal quale ci si è significativamente discostati senza addurre pertinenti motivazioni.

Risparmiare sulla Costituzione?

Lo stesso tema della completezza della rappresentanza politica si ripropone a proposito del numero dei parlamentari eletti per ciascuna Camera. L’osservazione principale in proposito è che, rispetto al quadro attuale, che è poi quello definito dai padri costituenti, il rapporto tra popolazione rappresentata e numero dei rappresentanti si abbassa notevolmente.

Quanto, infine, alla riduzione dei numeri e al voto degli ultimi giorni, il rilievo maggiore è costituito dalla motivazione addotta dai proponenti, cioè dal risparmio sulle spese della politica che si realizzerebbe adottando questa misura.

Sul punto si è realizzata una convergenza di dissensi che fa contrasto con la maggioranza dei voti dei due rami del parlamento. È un segno brutto per i destini della riforma che, del resto, dovrà confrontarsi con le difficoltà da prevedersi quando verranno al pettine i nodi della riforma costituzionale e della legge elettorale che, anche qui all’unanimità, le forze politiche hanno messo in preventivo come condizione perché abbia corso il taglio dei parlamentari. L’appuntamento è previsto per l’autunno. La scadenza, chissà.

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