La politica e i numeri

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Che rapporto c’è, oggi, tra la politica e i numeri? Il tema può sembrare curioso, ma è certamente più rilevante di quanto non si pensi e non si dica comunemente. Del resto, non sono nove mesi che ascoltiamo ininterrottamente dai telegiornali numeri su numeri della pandemia, spesso come prima notizia? E non abbiamo passato alcuni giorni con ansia ad aspettare i numeri della Georgia o del Nevada per sapere chi era il nuovo presidente degli Stati Uniti? O non sentiamo regolarmente commentare dati e indici – spread, PIL, tassi di disoccupazione, sbarchi, sondaggi – come elementi essenziali del dibattito politico?

I numeri hanno il potere di rendere oggettivo un fenomeno. Ecco perché hanno tanta importanza in politica. E tanta nell’influenzare l’opinione pubblica e la comunicazione.

Ma i numeri sono realmente in grado di “oggettivizzare” un fenomeno politico o sociale? I dubbi sono molto forti. Certo, un numero può dire tanto e spiegare bene. Arrivare in modo efficace e diretto. Ma, proprio per la loro potenza comunicativa immediata, le cifre sono spesso oggetto di manipolazioni, di enfasi eccessiva o di volontario nascondimento. Senza contare che, proprio per il loro potere di sintesi estrema, possono essere facilmente travisate, anche involontariamente. Anche perché – ci si permetta – non sempre la preparazione statistica della popolazione, e anche quella dei comunicatori, appare ai livelli massimi.

Tutti epidemiologi

Proprio l’epidemia Covid ha fatto nascere nel Paese milioni di epidemiologi e di statistici sanitari improvvisati. Certamente, com’è logico, ci siamo tutti appassionati e preoccupati davanti ai numeri quotidiani, ai siti specializzati che riportavano statistiche. E ci siamo tutti confrontati sulle curve del numero di positivi, di tamponi, di ricoverati e – purtroppo – di morti. Animando spesso forti discussioni sull’affidabilità di dati e di indici anche complessi. Rt (“erreconti”), tasso di tamponi positivi, indice di mortalità: anche su questi indicatori ormai ci siamo tutti familiarizzati…

Tuttavia, ad un ascoltatore con una media preparazione matematico-statistica, non sono sfuggite le tante storture di questi mesi di comunicazione di massa sulla pandemia.

Prendiamo, ad esempio, le curve che comparano i casi di positività odierni con quelli della scorsa primavera, omettendo le profonde diversità intervenute nel numero e nelle modalità dei tamponi e dei tracciamenti. Si utilizza perciò la percentuale di positivi sui tamponi: indice certamente più interessante (e quanto c’è voluto perché si imponesse nei TG!), ma che sconta anch’esso fenomeni distorsivi; non si dice quanto contenga primi tamponi e quanti di conferma; se si tratti solo di tamponi molecolari o anche antigenici; se i dati sono frutto di un’attività diagnostica molto mirata sui sintomatici (come avveniva in primavera e di nuovo ora) o se sono espressione soprattutto del tracciamento diffuso su contatti e asintomatici (come a settembre)… Insomma, ai numeri si deve stare molto attenti, perché possono anche essere molto falsanti, a seconda di come vengono costruiti.

L’ambiguità intrinseca dei dati

Gli stessi fenomeni distorsivi avvengono per altre grandezze sociali. Ad ogni rapporto ISTAT sull’occupazione, ad ogni ricerca annuale del CENSIS, veniamo inondati di numeri dai mezzi di comunicazione. Anche in questo caso, però, se non si sta attenti si incorre facilmente in errori. Tipico esempio i dati sulla disoccupazione che sono estremamente complessi sul piano sociologico e statistico, e che sottendono domande importanti (Chi è un disoccupato? Quante ore di lavoro settimanale occorrono per non esserlo? Che differenza c’è tra “inattivo” e “disoccupato”? E così via…): domande e risposte senza le quali i dati risultano facilmente equivocabili.

È proprio questa ambiguità dei dati che li rende così “maneggiabili” e così interessanti per la comunicazione politica e per il mercato della comunicazione. Con un po’ di abilità, si possono generare dei numeri “mitici” che entrano nel dibattito e vengono dati per veri, senza che nessuno si preoccupi più di verificarne la fonte e – soprattutto – l’affidabilità.

Capitò così qualche anno fa, quando in tutti i dibattiti televisivi emergeva che “11 milioni di italiani hanno smesso di curarsi” a causa della crisi economica e dei tagli alla sanità pubblica. Il numero, attribuito al Censis, proveniva sì da una ricerca asseverata metodologicamente dal noto istituto di ricerca, ma svolta e pubblicata da un soggetto fortemente di parte (l’associazione delle assicurazioni sanitarie private) e – per i pochissimi che vollero approfondire – basata su una domanda talmente sibillina che chiunque avesse rinunciato a prelevare in farmacia anche solo un ricostituente aveva “rinunciato alle cure”.

Senza nulla togliere al problema della crisi della sanità pubblica, molti di noi erano stati conteggiati senza saperlo tra quegli 11 milioni “che non si curavano più”, forse solo per aver rinviato un esame per qualche motivo personale.

Percezioni distorte

Le ambiguità dei numeri e delle statistiche sono spesso involontarie, ma sono anche una grande risorsa per chi ha intenzioni manipolatorie sull’opinione pubblica. E in tempi di populismi, di social network, di influencers, di misteriose agenzie di media strategy, sappiamo che queste intenzioni manipolatorie non mancano. Il risultato è che la coscienza dei fenomeni pubblici, in ciascuno di noi, rischia di essere fortemente falsata.

I fenomeni sociali, del resto, proprio per la loro ampiezza non si prestano facilmente ad essere colti nel loro insieme da un singolo cittadino. Se conosciamo due giovani disoccupati, pensiamo facilmente che ce ne siamo molti altri. Se sentiamo molti servizi al TG o alla radio su un certo argomento, ci convinciamo della sua rilevanza e frequenza. Mentre magari un altro fenomeno, non meno rilevante, non viene colto solo perché su di esso c’è silenzio. Per questo sarebbe fondamentale poter avere numeri affidabili. Ma troppo, spesso, questo non avviene.

Qualche anno fa, uno dei più famosi “sondaggisti” italiani, Nando Pagnoncelli, pubblicò un bel libretto (Dare i numeri. Le percezioni sbagliate sulla realtà sociale, EDB) che sottolineava come dei principali fenomeni sociali molti di noi abbiano una percezione del tutto erronea: siamo convinti che gli stranieri siano il 30% della popolazione, quando sono meno del 10%; che gli over 65 anni siano il 50%, quando sono meno del 25%, e così via.

Inutile dire che su queste false percezioni, spesso esito di campagne comunicative insistenti, si sono costruite intere carriere politiche… Invano – almeno per ora – lo sforzo eroico e civicamente encomiabile di qualche data room e di qualche agenzia di fact checking cerca di correggere queste storture statistiche e percettive.

Un nuova politica basata sulle evidenze?

Ciò che manca in Italia – e non solo in politica o nei media – è una più forte cultura del dato scientifico e della valutazione. A differenza dei paesi europei e anglosassoni, nel nostro Paese misurare gli effetti delle politiche è una rara abitudine. La valutazione delle politiche pubbliche avviene quasi esclusivamente per obbligo dell’Unione Europea, nei programmi che ci finanzia. E spesso, comunque, in modo approssimativo.

La verità è che il decisore pubblico non sa quasi nulla dell’effettiva efficacia che può avere avuto un “bonus”o un “incentivo” disposto dal suo ultimo decreto. Ripete spesso errori o evita di riproporre politiche sulla base di elementi più che altro impressionistici o qualitativi. Terrà conto dell’intuito di qualche interlocutore sociale, o semplicemente del riscontro più o meno positivo che hanno avuto nei media le sue decisioni. L’efficacia misurata? Una sconosciuta.

Se un sistema decisionale non si alimenta con elementi conoscitivi corretti, ti porta a sbagliare. Se sul cruscotto non avessimo l’indicatore della benzina, resteremmo spesso a piedi. Peggio ancora, se lo avessimo che segna sbagliato… Come commentava qualche giorno fa, a proposito del Covid, il prof. Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità: se nei sistemi immetti dati-spazzatura, otterrai decisioni-spazzatura.

Se riportiamo questa considerazione sulle politiche contro il Covid, così come su qualsiasi altra politica, il dubbio che le nostre risorse pubbliche vengano spesso spese in modo tutt’altro che mirato è quasi inevitabile. In una politica sempre più emotiva, che gioca con immagini e simboli per suscitare consenso o riprovazione, anche i numeri entrano a far parte di questo contesto emotivo. Mantengono una presunta oggettività, ma diventano parte di una strategia di influenza. Finiscono per mettere la loro potenza comunicativa immediata, quantitativa, emblematica, al servizio dell’impressione e della manipolazione. Mai come ora, col Covid, ci siamo resi conto di come i numeri – certi, obiettivi, seri – sarebbero stati importanti per non sbagliare, per non arrivare tardi, per salvare vite umane.

Un diverso rapporto tra politica e numeri. Forse, per uscire dalle difficoltà, ci servirebbe in questo Paese una stagione politica capace di basarsi un poco di più sulle evidenze, e un po’ meno sulle impressioni. Ma l’impressione – per cadere nel gioco di parole – è che anche questa sia una delle tante opportunità perdute in questa crisi-Covid.

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