Populismo di governo, europeismo di minoranza

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Pare che la bandiera blu a dodici stelle dell’Unione Europea abbia ritrovato un’insperata giovinezza. È in quelli che ci si ostina ancora a chiamare i “nuovi paesi membri” dell’Europa centro-orientale – benché la loro adesione all’Unione risalga ormai a quindici anni orsono – che essa ha recuperato un ruolo simbolico di rilievo e viene sventolata con entusiasmo nelle manifestazioni anti-governative.

Una minoranza combattiva, ma sempre minoranza

In Polonia (governata di fatto ancora da Kaczynski), in cui una serie di riforme e la mano dura contro i media hanno messo in pericolo lo stato di diritto.

In Slovacchia, dove l’assassinio di un giornalista d’investigazione e della sua fidanzata ha suscitato un’ondata di sdegno tale da costringere il governo Fico alle dimissioni.

O ancora nell’Ungheria di Orban, aperto promotore del concetto di “democrazia illiberale”, paese che si può forse considerare il paziente zero dell’ondata recente del populismo di governo che ha preso piede in varie parti d’Europa, e ad Est in particolare.

In Polonia, Slovacchia e Ungheria la bandiera europea è dunque una costante delle manifestazioni contro governi percepiti, non a torto, come autoritari e ipocritamente conservatori. Si tratta beninteso di manifestazioni che – per quanto a volte davvero imponenti – coinvolgono una parte ancora minoritaria delle società. Una minoranza europeista prevalentemente urbana, istruita e relativamente abbiente. Una minoranza certo tenace e, in certi contesti, anche coraggiosa, ma che rimane pur sempre minoranza.

Una minoranza per cui il carico simbolico della bandiera europea – pur comprendendolo – va oltre quello dell’integrazione politica del continente, toccando concetti più vasti quali l’apertura sul mondo, la modernità, la trasparenza, l’ancoraggio all’Occidente e ai suoi valori. Non male per un simbolo che, in anni segnati da crisi economica e migratoria e dalla Brexit – pur con l’eccezione, a metà strada tra il lodevole e lo strumentale, della campagna presidenziale di Macron – è stato spesso oggetto di astio e rimozione. In particolare in quell’Europa occidentale che rappresenta il fulcro del progetto d’integrazione europea.

Basti pensare a Renzi che, da primo ministro del pur europeista Partito Democratico, durante la catastrofica campagna referendaria del 2016, fece togliere la bandiera europea alle sue spalle per le sue dirette sui social, sostituendola con una fila di bandiere italiane, con un risultato visivo vagamente inquietante.

L’europeismo italiano

Non che la simbologia europea abbia mai fatto scaldare i cuori nel nostro Paese. Tuttavia, nella vita politica italiana, l’europeismo è stato tradizionalmente considerato una precondizione per ambire a ruoli di governo. Dalla caduta del Muro di Berlino sino alla crisi economica, nessuno ha mai messo davvero in discussione l’ancoraggio europeo dell’Italia. Neppure la Lega bossiana che, anzi, vedeva nell’Europa l’approdo naturale della fantomatica repubblica padana, una volta indipendente. Neppure Berlusconi, che negli anni Novanta si spese in ogni modo affinché Forza Italia fosse ammessa a sedere tra i banchi nel Partito Popolare Europeo dopo un lungo purgatorio.

La crisi ha evidentemente cambiato le carte in tavola. I risultati delle elezioni del 4 marzo hanno di fatto messo i partiti europeisti italiani in minoranza. Il governo giallo-verde che si profila oggi sarà non solo, come molti evidenziano, quello più a destra della storia repubblicana. Ma sarà anche il primo, al di là delle rassicurazioni delle forze che vi partecipano, in cui l’euroscetticismo è l’elemento prevalente.

Non a caso, nel pieno delle trattative per la formazione del governo, il presidente Mattarella ha criticato l’emergere di una «narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto impraticabili». C’è da aspettarsi che il Capo dello Stato farà tutto ciò che è in suo potere per evitare una deriva troppo marcatamente anti-europea.

La moral suasion presidenziale potrebbe però non bastare. Dopo anni passati in compagnia dei vari Farage e Le Pen, dopo aver screditato l’Unione e le sue istituzioni in ogni modo, dopo aver promesso di “battere i pugni sul tavolo” di Bruxelles una volta al governo, è chiaro che Lega e Cinque Stelle non si possono permettere di lasciare i rispettivi elettorati – carichi di aspettative su un cambio di atteggiamento verso l’Europa – a bocca asciutta.

Cosa dice Bruxelles?

E che si dice a Bruxelles? Per ora, dalla capitale europea è prevalsa una certa indifferenza alle vicende politiche nostrane. Tuttavia, ora che un governo di stampo populista sembra davvero prospettarsi all’orizzonte, cresce la preoccupazione per la situazione del nostro Paese, soprattutto riguardo alla tenuta dei conti pubblici. Al tempo stesso, c’è anche la sensazione che, proprio per le sue debolezze strutturali – prima fra tutte il debito pubblico – l’Italia non possa troppo permettersi di scherzare col fuoco e che, come negli anni di Berlusconi, gli eccessi della forma verranno compensati da una sostanziale ragionevolezza nella sostanza.

Del resto, la posizione italiana è delicatissima e in qualche modo paradossale. Da un lato, essa è in effetti in grado di far saltare tutta l’eurozona se i suoi conti pubblici e il suo sistema finanziario dovessero cedere. Dall’altro, l’Italia sarebbe ovviamente la prima vittima del proprio tracollo economico e finanziario. Un tracollo che, probabilmente, segnerebbe tragicamente il Paese per generazioni.

Too big to fail, troppo grande per fallire, si dice spesso dell’Italia. Ma anche troppo fragile per sperare di equiparare Francia e Germania ai tavoli UE se vi giunge goffamente impreparata e armata solo dell’arroganza dei principianti. È quindi probabile che, qualora decida di abbandonare l’atteggiamento costruttivo che ha contrassegnato da sempre la sua politica europea, l’Italia della coalizione giallo-verde subisca semplicemente una marginalizzazione di fatto, come avviene già ai paesi dell’Europa centro-orientale menzionati poc’anzi.

Quando si è parlato di Europa a più velocità – progetto caro al presidente francese Macron – lo si è finora fatto dando per scontato che l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, facesse parte del gruppo di testa. I nuovi equilibri politici rischiano invece di escluderla fatalmente dalla stanza dei bottoni.

Allora forse vedremo il solito ceto medio riflessivo progressista italiano scendere in piazza con le bandiere europee come i suoi omologhi polacco, slovacco e ungherese. E farà bene a farlo. D’altronde, ad un’Italia di fatto esclusa dai grandi giochi europei la benevolenza (peraltro tutta di verificare) di Putin – tra i maggiori punti di riferimento in politica estera di Lega e Cinque Stelle – rischierà davvero di non bastare.

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