Referendum – 3. Tra spacchettamento e “Italicum”

di: Domenico Rosati

Era uno dei nodi da sciogliere nella complessa vicenda politica che ha per culmine il referendum costituzionale, ma rischia di diventare se non è già diventata, la questione principale. Negli ultimi giorni il tema del rapporto tra referendum e “Italicum” ha assunto una portata dirompente e per molti aspetti decisiva. Con un effetto paradossale: che adesso non si sa più che cosa sia da considerare più importante e che cosa meno. Tutti i giuochi sembrano riaprirsi, tutte le ipotesi si fanno plausibili, tutti i rischi, prima esorcizzati, vengono pacificamente computati nel bilancio delle eventualità.

A quale causa debba essere attribuito questo ritorno di fluidità della situazione è difficile decifrarlo. Non si può, tuttavia, fare a meno di constatare che l’elemento che più spicca nel quadro politico è il mutamento significativo dell’atteggiamento del governo. Dalla massima rigidità alla flessibilità relativa, almeno su due capitoli fondamentali: la disponibilità a veder “spacchettare” il quesito referendario e la presa in considerazione di una modifica dell’“Italicum”che tolga di mezzo o riduca gli elementi di critica che ne avevano accompagnato la nascita.

Un cambio di scenario

Lo scenario è cambiato nel momento in cui s’è saputo (s’è fatto sapere) che su argomenti siffatti si erano, sia pure informalmente, intrattenuti il Capo dello stato e il Presidente del consiglio. E che, mentre il primo aveva mantenuto il consueto atteggiamento di rispetto per ogni pronunciamento delle istituzioni repubblicane, l’altro aveva fatto concessioni significative sui due punti cruciali. Manteneva la propria contrarietà al frazionamento del quesito, ma “apriva” a tale ipotesi se supportata da un adeguato sostegno istituzionale. E dichiarava il proprio ossequio alla volontà del Parlamento nel caso vi si manifestasse un indirizzo volto a rivedere la struttura della legge elettorale della Camera. (Quella del Senato dipende dall’esito del referendum). Tutto questo mentre perdurava l’eco dei fermi propositi di intransigenza manifestati nella recente Assemblea nazionale del Pd a confutazione delle richieste di ammorbidimento ventilate dalle minoranze interne.

Così, quello che non ti aspettavi si è materializzato come una robusta evidenza. Fino a prefigurare la costituzione di inediti schieramenti trasversali proprio dove sembrava vi fosse posto soltanto per monolitiche certezze. E si è iniziato a disquisire sui modi più adatti per trasformare il quesito unico (cioè la sintesi del confronto parlamentare) in una pluralità di quesiti. In tal modo – questa è la tesi dei proponenti: radicali e giurisperiti – si sdrammatizza il problema e si spingono gli elettori a conoscere il “merito” della contesa e quindi a confrontarsi sui contenuti invece che su argomenti periferici o estranei.

Con questi intendimenti si è immaginato di sottoporre agli elettori almeno cinque quesiti presuntivamente collegati a materie omogenee come:

  1. l’eliminazione del bicameralismo perfetto,
  2. l’elezione e la composizione del Senato,
  3. l’elezione dei giudici costituzionali,
  4. i rapporti Stato-Regioni (il titolo V),
  5. la disciplina dei referendum.

L’elettore sarebbe chiamato a dire un o un no su ciascuno dei quesiti e su altri finora non inclusi in elenco, come l’abolizione del CNEL; e non viene precisato con quali effetti nel caso si aggreghino maggioranze difformi sui diversi aspetti. Si accenna ad un intervento coordinatore postumo, ma non se ne precisa la fisionomia.

Quel cappio da sciogliere

A parte i rilievi di fondo già illustrati su Settimana News n. 28 (4-10 luglio), l’impressione è che il ricorso all’espediente del frazionamento, oltre ad essere complicato nella gestazione (raccolta firme, Corte di Cassazione, e probabilmente Corte Costituzionale) avrebbe come unico esito certo un prolungamento-rinvio della consultazione. Ma a chi gioverebbe?

L’episodio va tuttavia registrato come indice di un modo estemporaneo e anche superficiale di fare politica. Se anche le posizioni presentate come granitiche risultano intercambiabili con atteggiamenti suggeriti dalla circostanze, il bilancio delle coerenze non può che soffrirne.

Più credibile è, invece, misurarsi con la realtà delle cose così com’è posta dai dati di cronaca: l’esito delle elezioni amministrative, il fermento di alleati insoddisfatti, la difficile riduzione ad unità delle risorse interne (del Pd), e l’esito impervio di un paio di sondaggi: sono da cercarsi qui più che altrove i motivi che hanno indotto il leader del Pd a compiere l’operazione che gli era stata suggerita: tentare di liberarsi dal cappio che egli stesso si era messo al collo quando aveva legato all’esito del referendum le sorti della sua stessa vicenda politica.

Due argomenti di peso

L’aver acceduto all’idea dello spacchettamento può bastare ad attenuare l’eccesso di personalizzazione che veniva imputato a Renzi da avversari e amici? La risposta è negativa, ma in politica anche i mezzi toni servono a fare una tinta; e le correzioni vengono meglio apprezzate quanto più sono sofferte. Come, senza dubbio, nel caso esaminato.

Il nucleo della disponibilità a rivedere la legge elettorale investe l’attribuzione del premio di maggioranza non più alla lista ma alla coalizione vincente. Eventualità sempre respinta dalla maggioranza del Pd perché parente stretta della vecchia legge, il “porcellum”, abrogata per giudizio della Corte. D’altra parte, la ragion politica espone due argomenti non banali: il primo è che al ballottaggio tra partiti prevalga la lista-Grillo, magari col rastrellamento dei voti della destra, come avvenuto alle amministrative di Torino e Roma; il secondo è che “i minori” del governo, Ncd in testa, soffrono nel constatare che, senza la risorsa della coalizione, perderebbero ogni parvenza di peso politico. Per tutti i “piccoli” si tratta di sopravvivenza.

In più, una simile apprensione è condivisa dai gruppi di estrema sinistra, quelli di antica tradizione e quelli più recentemente usciti dal Pd; e non lascia insensibili quegli esponenti della destra berlusconiana che non accettano un destino di sudditanza al populismo salviniano e ravvisano nella reintroduzione delle coalizioni uno strumento che agevola le possibilità di manovra.

C’è poi da considerare la condizione del Pd e dei suoi gruppi parlamentari, nei quali la compressione disciplinare ha prodotto non tanto il referendum quanto effetti di reazione che solo adesso cominciano ad affiorare. Né possono essere trascurati i segnali in codice – della serie “stai sereno” – che da varie centrali sono stati lanciati all’indirizzo del premier-segretario. Gli osservatori non mancano di segnalare le “mosse” di questo o quell’esponente come sintomi di una volontà di… spacchettare non solo i quesiti referendari ma anche l’intero sistema di conduzione del partito e del governo.

Se tutto questo ha un peso, la prospettiva di una modifica dell’“Italicum” in direzione delle coalizioni o l’adozione di misure più radicali è da considerare, dal punto di vista del Pd, la meno dolorosa a paragone dello smantellamento totale (vittoria del no) o parziale (scelte selettive degli elettori sui singoli quesiti una volta formalizzati).

E qui comincia la giostra del prima e del poi: verrà prima il referendum e poi la riforma dell’“Italicum” o viceversa? In attesa che i posteri si attrezzino, si ricorda che la Corte Costituzionale dovrà esprimersi tra qualche settimana proprio sulla costituzionalità. Ma non si può escludere che la Corte – come ha già fatto tante volte – traduca le proprie critiche in modo che il Parlamento sia obbligato ad accoglierle “sotto dettatura”.

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