Referendum: un “quid” tra Sì e No

di: Domenico Rosati

Cose singolari accadono mentre si materializzano gli scontri per il referendum del 4 dicembre. Accade che a capeggiare una delle principali frazioni del No, la destra di Forza Italia, sia stato chiamato il senatore Renato Schifani, il quale ancora nel maggio scorso, essendo allora esponente di un partito di governo, non faceva economia di vocaboli per esaltare la bontà delle modifiche introdotte nella Carta; e ora dice esattamente il contrario.

Accade ancora, a chi scrive, di ricevere una mail da un vecchio esponente della destra democristiana, l’on. Publio Fiori, che raccomanda a me e ad altri di leggere e diffondere il testo di un discorso di Raniero La Valle, schierato anche lui per il No ma con argomenti distanti le mille miglia dalla cultura e dalle posizioni politiche (ed ecclesiali) della vecchia guardia Dc. Si conferma così che il referendum sconvolge gli schieramenti, mescola le carte e… confonde le idee.

Omissione bilaterale

Poi ci sono anche le cose che non accadono, le “non notizie” come si dice in gergo. Che però vanno segnalate. La più importante di esse – secondo il mio giudizio – è che in tutto il lungo e serrato confronto televisivo tra il presidente Renzi (ovviamente per il Sì) e il prof. Zagrebelski (promotore del No) di tutto si sia parlato meno che della Costituzione nel suo complesso, del suo progetto di democrazia politica e sociale e del carattere funzionale (strumentale?) rispetto a tale progetto delle norme dell’ordinamento modificate dal Parlamento e sottoposte al voto referendario.

Sotto l’ombrello di questa omissione i due campioni hanno discettato attorno al migliore dei sistemi possibili e, addirittura, del più desiderabile concetto di democrazia; ma lo hanno fatto il più delle volte in modo astratto, separato cioè dai vincoli posti dal dovere per tutti – maggioranze e opposizioni di turno – di perseguire gli obiettivi di libertà, uguaglianza e solidarietà scritti dai padri costituenti.

Così non c’è stato chiarimento sul punto a mio avviso fondamentale: se le modifiche introdotte favoriscano o impaccino il cammino di attuazione della Costituzione come è tracciato nella prima parte della Carta. È una lacuna che ha accompagnato l’intero dibattito sulla riforma così come aveva caratterizzato gli altri tentativi di aggiornamento susseguitisi senza successo nei passati decenni.

Ne è derivata un’impostazione della ricerca che si è basata sulle coordinate della tecnologia costituzionale e non si è curata di verificare se e quanto le scelte compiute nel regolare i poteri e il funzionamento degli organi dello Stato potessero accelerare o ritardare o deviare l’impulso a progredire sul tracciato della Carta.

Oltre la tattica

L’osservazione investe soprattutto il governo. Non si possono rimproverare i tecnici della Costituzione se si concentrano sui criteri di funzionamento della macchina. Ma è il governo che avrebbe tutto l’interesse, oltreché il dovere, di dimostrare se e come le singole soluzioni adottate (e la riforma nel suo complesso) possano facilitare, semplificare, accelerare gli adempimenti di realizzazione del disegno costituzionale. È auspicabile che già nelle prossime settimane si cerchi di colmare il vuoto per offrire ai cittadini un più vasto orizzonte di valutazioni. Ciò che oltretutto consentirebbe allo stesso governo un approccio meno tattico di conduzione della campagna referendaria.

Un esempio? Probabilmente non è lontano dal vero il presidente del Consiglio quando afferma che la partita decisiva di dicembre si gioca sul versante della destra. Ma quali conseguenze se ne traggono non tanto sul piano degli schieramenti referendari (che sono come si è visto rimescolati) quanto sul piano dell’indirizzo politico nazionale?

Il consenso può essere cercato in due modi: o con l’inseguimento delle pulsioni elementari rilevate dai sondaggi o con l’opera di convincimento sulla validità della proposta che si sostiene. Non è detto comunque che il rilancio di antiche promesse (il ponte sullo Stretto) abbia un effetto risolutivo.

A livello terrestre

Semmai è interessante notare che, mentre lo scontro attinge le vette più elevate della dottrina giuridica, a livello terrestre si tenta di fare qualche utile aggiustamento. Non sulla riforma, il cui testo – titolo compreso – costituisce il quesito referendario formulato dal Parlamento, ma sui… dintorni della riforma, cioè sulla legge elettorale, per la quale è stata annunciata una iniziativa del Pd. Sembra vi sia la possibilità di fare a meno dei capilista bloccati in modo da generalizzare il sistema delle preferenze. Poiché è la minoranza Pd che insiste sul punto, se qui Renzi si espone vuol dire che non guarda solo a destra. Ma basterà?

In ogni caso proprio l’andamento del confronto Renzi-Zagrebelski mostra che non si va lontano se si resta in bilico sul vuoto. È meglio una democrazia decidente, nella quale siano precisati ruoli e funzioni tra un’elezione e l’altra, o è meglio una democrazia riflessiva, nella quale l’indicazione del voto è solo un’investitura di responsabilità?

Su questo ring Renzi e Zagrebelski e i rispettivi seguaci possono continuare all’infinito a scambiarsi colpi senza che l’uno prevalga sull’altro. Poco si conclude se non si riporta al centro dell’attenzione il tema della qualità della politica; e ciò riconduce, obbligatoriamente, al sistema dei diritti e dei doveri scritti nella Carta e agli itinerari etico-politici da percorrere per dare ad essi una consistenza storica vitale.

Due spunti

Ho trovato un’eco di questo modo di pensare in una recente relazione del presidente delle Acli, Roberto Rossini. «La riforma della seconda parte – ha detto – non è per noi il punto principale: ciò che conta è cambiare le strutture del paese reale, le strutture di ingiustizia o anche, più semplicemente, il disallineamento con la realtà effettiva del paese».

In modo non dissimile e da tutt’altra sponda Fabrizio Barca conclude una sua lunga e problematica riflessione sul tema. Per lui «la Ragione non ha alcuna ragione di eccitare il Sentimento né verso il Sì né verso il No. Ma deve piuttosto spronare la sua potenza a emozionarsi per la sacralità dell’esercizio democratico che stiamo compiendo e per l’impegno che, comunque finisca, ci attende dopo il voto per attuare la nostra Costituzione».

Non sono, a mio giudizio, stimoli al disimpegno, ma richiami alla necessità di guardare più alto e più lontano. Che è un bisogno di tutta la società.

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