Regionali: un voto senza vincitori

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«Il M5s ha perso le elezioni» ha dichiarato Roberto Fico, cinquestelle, Presidente della Camera. Peggio ancora per Di Battista: «È la più grande sconfitta nella storia del Movimento». Che i Cinquestelle escano con le ossa rotte dal voto regionale è indiscutibile. Non era peraltro imprevedibile: come già successo a gennaio in Emilia-Romagna, i Cinquestelle non fanno alleanze, rimanendo schiacciati dal sistema maggioritario.

Ma l’incapacità di manovra politica dimostrata dai Cinquestelle alle Regionali non è solo una svista tattica. Sottende una contraddizione irrisolta. Quella di un movimento nato “antisistema”, che non riesce a decidere se “fare politica”: alleanze, programmi, mediazioni per poter vincere e governare. Su questo le anime “governiste” (Di Maio), “movimentiste” (Di Battista) o “riformiste radicali” (Fico) si confrontano e scontrano senza trovare una sintesi.

L’enorme dote di consensi del 2018, senza una chiara idea di costruzione politica, si disperde. E, senza rotta, la barca pentastellata sembra affondare poco a poco.

Dove sono i veri vincitori?

Nel vuoto che i Cinquestelle generano, soprattutto al sud, s’infilano altri. A sorpresa, soprattutto il voto di centrosinistra, perché anche il progetto della Lega “nazionale” di Salvini sembra non sfondare più al Meridione, mentre Forza Italia continua a boccheggiare e solo Fratelli d’Italia veleggia bene. Zingaretti appare dunque sorridente la sera dello spoglio: ma anche quel sorriso andrebbe un po’ sezionato.

Innanzitutto, aver perso malamente le Marche e difeso la Toscana – seppure in modo più ampio del previsto – con un pareggio finale 3 a 3 (prima era un 4 a 2) non è di per sé un risultato da giustificare euforie. Ma il segretario PD ha comunque due buoni motivi per sorridere: in primis, la destra aveva promesso una spallata, e questa non c’è stata. Un grave errore, da parte del Centrodestra, caricare il voto regionale di forte valore politico, soprattutto contro Conte e il Governo: avendo mirato troppo alto, un risultato tutto sommato positivo – certo non uno sfondamento – passa così per un obiettivo del tutto mancato.

Soprattutto da parte di Salvini. Che viene messo in pesante ombra dal risultato personale di Zaia e accusato – da Toti, ad esempio – di pensare solo a sé e alle sue spallate, e di non avere strategia politica costruttiva per la coalizione. Sulla quale la Meloni allunga lentamente le mani.

In effetti, l’unica leader nazionale a vincere davvero sembra lei, che corre a farsi fotografare di fianco al “suo” candidato nelle Marche. Davvero la stella comunicativa di Salvini sembra appannata, da quando il Covid ha quasi cancellato il tema degli sbarchi. E le ennesime ombre sul finanziamento del partito di Via Bellerio certamente non aiutano.

Questi accenni di tensione nel centrodestra giustificano dunque il sorriso di Zingaretti. La cui soddisfazione ha però anche un secondo, meno nobile motivo: l’aver evitato la debacle alle Regionali rintuzza le fronde interne (Orlando, su tutti) e gli garantisce ancora qualche tempo di permanenza alla guida del PD.

Ma è davvero un voto di centrosinistra quello che vince in Puglia e in Campania? Su questo il dubbio è davvero giustificato. Emiliano, e ancor più De Luca, ottengono un risultato personale, in cui il partito – peraltro sempre più evanescente sul piano organizzativo – ha dato certamente un contributo, ma non un grande risultato assoluto: in Campania, ad esempio, il Pd viene quasi pareggiato dalla lista di De Luca e non costituisce nemmeno un quarto del voto totale ottenuto dal rieletto presidente campano. Se proiettato su un voto politico, il Pd recupera qualcosa sul voto pessimo del 2018, ma non si riporta sopra il 20%.

Non una grande prospettiva. A cui va aggiunto che ormai, con la riconferma di Toti, l’intero arco del nord produttivo e industriale – Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli – è sfuggito alle mani della sinistra. E con la roccaforte emiliana che già da tempo si colora di “blu” ai suoi bordi (appennino, “bassa”, piacentino, ferrarese…) e regge solo nelle città lungo la via Emilia… Forse un quadro che non dovrebbe portare il segretario Pd a sorridere troppo.

L’esplosione della personalizzazione del voto

La personalizzazione del voto è forse l’indicazione più clamorosa e importante del voto regionale. Il 56% di Toti, il 69% di De Luca e soprattutto il 76% Zaia non sono fenomeni banali, né normali. Nessun partito e nessuna coalizione vale tanto.

È vero: si tratta dell’elezione diretta di una carica monocratica, e quindi è giusto che si voti “la persona”. Ma, oltre all’enorme successo personale –certamente enfatizzato dalla sovraesposizione che il Covid ha consentito ai Presidenti di regione – c’è il risultato clamoroso delle loro liste: in Liguria la lista Toti, col 22%, surclassa Lega e Fratelli d’Italia; in Veneto, la lista Zaia “batte” la Lega ufficiale addirittura 44 a 16… Anche il partito di De Luca elegge quasi lo stesso numero di consiglieri regionali del Pd…

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L’autonomia di questi presidenti non sarà solo quella regionale: sarà anche quella dai loro partiti di provenienza. Avranno mani molto libere sullo scacchiere politico.

Come accennavamo, il Covid ha sovraesposto i “governatori” in carica, rafforzando in alcuni casi la fiducia da parte dei loro elettori. Ma il fenomeno appare più profondo, una tendenza storica, tra l’altro confermata anche dai risultati di diversi sindaci (ad esempio il “civico” Calcinaro a Fermo, col 71%, o il Pd Palazzi a Mantova col 70%, e con una civica personale che eguaglia il voto Pd).

L’impressione è che, almeno a questo giro, le regioni siano la vera fucina della futura classe dirigente nazionale. Zaia e Toti, così come Bonaccini nel centrosinistra, possono dunque proiettarsi con un forte abbrivio come futuri leader nazionali delle loro aree. Ma sapranno trasformare l’indiscussa visibilità nel loro territorio in una solida base di consenso nazionale?

Un referendum vinto dal grillismo?

Zingaretti con abilità (e una dose notevole di faccia tosta) ha rivendicato anche il successo referendario. Faccia tosta perché, in realtà, non può non sapere che quasi la metà del suo elettorato (il 43%, secondo un’indagine SWG) ha votato NO. E che il grosso dei voti per la vittoria del SI’ – largamente prevista attorno a quota 70% – è venuto dalla base cinquestelle e “populista”, che ha votato compattamente a favore del taglio della classe dirigente, con un picco (dice sempre SWG) tra i ceti meno istruiti e a basso reddito.

Tutto lascia dunque pensare che l’ampia sacca elettorale “antisistema” che nel 2018 ha fatto il successo storico dei M5S non sia prosciugata nel Paese, contrariamente a quanto sembrerebbe indicare il dato pentastellato alle elezioni regionali. Tutto dipende da come la si mobilita, dalla domanda che gli si pone. Se la domanda è concreta («da chi vuoi essere governato nella tua regione?») la risposta è misurata, realistica, seppure fortemente attratta dalla personalizzazione e ben poco dai partiti “tradizionali”. Ma, se si pone una domanda pro o contro il sistema della politica tradizionale, le risposte arrivano ancora.

Gran parte del Paese risponde ancora alle domande semplificatorie. Come dimostra il 70% dei SI’ al Referendum, ancorché politicamente molto trasversale e venato anche di riformismo consapevole. L’area di consenso “populista” del 2018 sembra ancora materializzabile. Ma serve un nuovo progetto “antisistema”, ancorché non solo distruttivo, per catalizzarla.

Questo “progetto” sembra averlo prontamente indicato Beppe Grillo, memore di alcune lezioni di Casaleggio, in un intervento davanti all’esterrefatto presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli: a parere del comico genovese, il SI’ indica che la rappresentanza parlamentare ha fatto il suo tempo, le matite e le schede vanno messe in soffitta e i Paesi governati con un referendum elettronico ogni settimana. Si chiama democrazia diretta. E, se per qualcuno è un sogno, potrebbe manifestarsi anche come un incubo orwelliano.

Chissà se chi ha votato SI’ pensava davvero a questo, se la “punizione” alla classe politica parlamentare voleva davvero spingersi fino alla sua estinzione. Come sempre, ogni referendum viene poi piegato dal vincitore dove meglio gli pare.

Ma il riaccendersi di dibattiti sulla debolezza del parlamento, sulla democrazia diretta, sul presidenzialismo, a margine del voto referendario, indicano che non siamo fuori dalla “notte” populista. Anche se il voto dei giovani (il 49% ha votato NO, secondo una ricerca SWG) lascia una qualche speranza sulla loro cultura democratico-rappresentativa.

Gli effetti del voto sul governo nazionale

Mentre attendiamo di capire gli esiti della vittoria del SI’ nella fantapolitica grillina (ma è davvero fantapolitica?), resta da capire cosa succederà adesso davvero. Dopo un voto così contraddittorio e sfaccettato non è facile prevederlo.

Zingaretti ha vinto – almeno, ha sorriso – e può alzare i toni su MES, cancellazione dei decreti salviniani e provare anche a strappare una legge elettorale a lui gradita. Ma di rimpasto non si parla – ha già chiarito Conte – e del resto toccare gli equilibri nella maggioranza rischia di far saltare tutto.

Ogni richiesta decisa di definizione della linea di governo impatterà nell’entropia e nella divisione dei grillini che, a livello strategico, il voto regionale ha sicuramente incrementato, non ridotto. Tutto lascia pensare che questa divisione e fragilità dei M5S renderà difficile il percorso post-referendario; la richiesta di Zingaretti di dare seguito alla vittoria del SI’ con un rilancio dell’azione di governo e una vera stagione di riforme si farà illusoria: tutto si scioglierà nel gravoso impegno di spendere i 208 miliardi europei e negli equilibri da trovare tra questo e quel progetto di spesa.

Impensabile che l’ansia di chiarimenti politici si spinga fino a mettere a rischio l’opportunità storica di guidare questa ondata di investimenti. Ogni tensione e spigolo si stempererà, permanendo, ma senza deflagrare. Anche perché ora che i parlamentari da eleggere sono ridotti di un terzo, nessuno ha davvero più fretta di far finire la legislatura.

Speriamo solo che tra 2 o 3 anni, quando si tornerà a votare, ci sia una legge elettorale capace di restituire un minimo di sovranità al cittadino (per parafrasare Panebianco): altrimenti, in un Parlamento a seggi ridotti, il dominio definitivo delle segreterie sulle liste brucerà i parlamentari più liberi, confermando solo i più fedeli. Il rapporto cittadini-eletti, già debolissimo, sarà ancora più tenue.

Allora ci sarà davvero il rischio che qualcuno, ben più concreto di Grillo, si chieda se quel Parlamento rappresenta ancora il Paese, e se serve a qualcosa. E se non sia meglio, e persino più democratico, scegliersi in modo plebiscitario “chi ci governa”. Come appena fatto alle Regionali.

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