Russiagate, politica estera allo sbando

di: Franco Monaco

Salvini

Brutta storia quella del Russiagate nostrano. Sotto molteplici profili. A cominciare da quello giudiziario. Da tempo, ben prima delle registrazioni delle quali siamo venuti a conoscenza, la procura di Milano ha aperto un’inchiesta per corruzione internazionale nei confronti di uno stretto collaboratore di Salvini, sospettato di avere procacciato un colossale finanziamento illecito alla Lega, attraverso una compravendita sottocosto di gas russo (con conseguente accantonamento di fondi neri da destinare a tangenti).

Se l’operazione si sia poi concretata lo stabilirà la magistratura. Ma, sin d’ora, si possono fissare tre elementi: 1) a dispetto di chi si affanna a minimizzare, il tenore delle registrazioni è molto circostanziato, trasmette l’idea che il negoziato fosse già in fase avanzata, solo da perfezionare nei dettagli tecnici; 2) il protagonista (Savoini) è uomo organico alla Lega e allo stesso Salvini, figura di collegamento con il governo e il partito di Putin; 3) la reazione del leader della Lega nonché vicepremier è stata nervosa, reticente, aggressiva. Al punto da negare una doppia evidenza: sia la portata della questione, esorcizzata con imbarazzanti battute; sia la circostanza che l’uomo al centro del caso non fosse affatto un anonimo millantatore, ma appunto persona intima e organica a Salvini.

L’imbarazzo di Salvini

Una reazione imbarazzata ed elusiva che si è spinta al punto di rifiutarsi di fornire i doverosi chiarimenti in parlamento come giustamente richiesto non solo dalle opposizioni, ma anche dal partner di governo e persino dal premier Conte. “Avvalersi della facoltà di non rispondere” è comportamento lecito per un indagato in sede giudiziaria (come ha fatto puntualmente Savoini), ma non lo è per un ministro, che ha il preciso dovere di non sottrarsi al confronto con le Camere.

Ma il caso riveste una straordinaria rilevanza sotto il profilo politico. Con specifico riguardo alla politica estera del nostro paese. Mai come oggi incerta, indecifrabile, contraddittoria. Salvini, l’uomo forte dell’attuale stagione politica nostrana, da tempo coltiva un rapporto speciale con la Russia di Puntin. Solo di recente, con un viaggio negli Usa, ha dato l’impressione di voler correggere la rotta. Con uno zelo nell’allineamento alle posizioni di Trump che appunto tradisce la consapevolezza di dovere smentire le sue annose e reiterate liason con il Cremlino. Una spericolata oscillazione, che finisce per generare sconcerto e diffidenza su entrambi i fronti e più ancora in Europa.

Intendiamoci: sta nella tradizione lunga della politica estera italiana una vocazione incline alla mediazione e dunque anche a una positiva interlocuzione con soggetti terzi rispetto agli storici alleati occidentali, Usa ed Europa. Da Moro ad Andreotti a Craxi, per citare solo alcuni leader della prima Repubblica, e poi con Berlusconi e Prodi nella seconda Repubblica, l’Italia, pur sempre saldamente ancorata al fronte atlantico ed europeo, ha sempre tenuto aperto un canale anche verso altri interlocutori: la Russia, il Mediterraneo, il  Medio Oriente, il mondo arabo.

Ma sempre informando e motivando presso i propri tradizionali alleati tali aperture. Non facendo il doppio gioco, in un mix leggero di dilettantismo e di furberia degna più di mediocri mercanti che non di statisti.

Una politica estera inesistente

Nulla impedisce che il governo, se crede, possa rimettere in discussione le linee portanti della nostra politica estera, ma lo dovrebbe fare con trasparenza e a viso aperto, tematizzando e parlamentrarizzando la svolta. Non in forma estemporanea, occasionale, oscura. Ad acuire la confusione e a compromettere di riflesso la nostra reputazione/affidabilità internazionale concorre altresì la circostanza che i partner di governo, ossia i 5 stelle, a loro volta brillano per occasionalismo e schizofrenia (potremmo anche dire nullismo) in politica estera.

Come si è visto su vari, recenti dossier: Libia, Venezuela, via della seta cinese. Per tacere del loro clamoroso deragliamento sulle frange estremiste dei gilet gialli che aprì un caso diplomatico con la Francia.

In questa fiera dell’improvvisazione e della confusione forse un solo elemento di coerenza si può riconoscere a Salvini, indistintamente estimatore di Putin e di Trump: la vena nazionalista, il “prima i nostri”, la ostilità al multilateralismo, l’affinità elettiva con le leadership autocratiche e, per converso, il fastidio verso i capisaldi delle democrazie liberali. Quelle bollate come obsolete da Putin nella sua recente intervista-manifesto ideologico affidata al Financial Times. Una coerenza non esattamente rassicurante.

Italia isolata in Europa

Incertezza, ambiguità, sbandamenti che puntualmente si riflettono nel nostro vistoso isolamento nel teatro europeo. Come si è riscontrato nel negoziato che sta ridisegnando i vertici degli organismi comunitari e che ha visto il governo italiano totalmente fuori gioco. Come sorprendersi se, per la prima volta nel dopoguerra, i partiti al governo in Italia sono estranei alle forze politiche che reggono le istituzioni europee (popolari, socialisti, liberali)? se la Lega aderisce a una famiglia politica sovranista ed euroscettica decisamente minoritaria? se i 5 stelle non sono riusciti ad accasarsi in nessuna famiglia politica europea?

In definitiva, il nostro Russiagate suggerisce l’impressione che i protagonisti, ma anche i loro referenti politici più o meno coinvolti negli opachi negoziati moscoviti, siano finiti entro un gioco geopolitico infinitamente più grande di loro. Senza averne la consapevolezza e soprattutto la statura. Peccato un dettaglio: che costoro oggi siano alla guida del nostro paese. Come non pensare ai celebri versi di Dante “nave senza nocchiere in gran tempesta”? o alla nota metafora sarcastica di Lenin sulla ignara cuoca catapultata alla guida dello Stato?

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