Sotto il cielo a 5Stelle

di: Domenico Rosati

collaborazione tra le sinistre e il Movimento5Stelle

Ha destato sorpresa il fatto che, a prefigurare una sorta di apertura ad una possibile collaborazione tra le sinistre e il Movimento5Stelle, sia stato ultimamente Pierluigi Bersani.

Proprio lui, il personaggio che, dopo le elezioni del 2013, aveva tentato – si direbbe in modo disperato – di convincere i neofiti grillini ad uscire dal bunker dell’autarchia. E che, per questo, era stato sottoposto ad un irrimediabile sbeffeggiamento in diretta streaming ad opera di personaggi tanto ignoti quanto arroganti e presuntuosi.

Il tema da svolgere

Un episodio di masochismo politico connesso all’eccitazione dei postumi della scissione del Pd appena consumata? O la volontà di non lasciare inesplorata un’area che si accredita come decisiva per le sorti del paese? Tutto può essere. E, tuttavia, il tema da svolgere rimane il seguente: “Come relazionarsi con una entità che si propone con molti caratteri repellenti da un punto di vista democratico e che, malgrado le intere grandinate di errori e di sbandamenti compiuti, mantiene un ritmo di espansione che la fa percepire, oltre i sondaggi, come destinata ad essere la maggior forza del paese?”.

L’analisi politica convenzionale ha già pronti gli scaffali in cui archiviare il fenomeno: demagogia, populismo, estremismo ecc.; ma, se si esce dalla cerchia dei luoghi comuni, ci si accorge che ogni singola collocazione è insufficiente a spiegare il fenomeno.

Populismo, non basta

Assegnare il grillismo ad una matrice populista è persino scontato. Ed è innegabile che il richiamo al concetto di popolo come luogo di riferimento dei “cittadini” è il suo refrain più enfatico. Ma si commette un errore se non si valuta il peso che, nelle dinamiche interne, viene assegnato a tre fattori che non figurano con la stessa caratura in altre incarnazioni del populismo.

Essi sono: l’affermazione del principio “uno vale uno” come criterio-base della partecipazione popolare; il ruolo della logica informatica nella comunicazione e nella stessa elaborazione del pensiero; infine, il “principio del capo”.

Quale che sia il giudizio sulle forme che assumono nell’esperienza concreta queste tre caratteristiche, è indubbio che esse configurano una “essenza” originale e in gran parte inedita sullo scenario della politica.

Ormeggio provvisorio

Populismo, dunque, come “genere prossimo” ma con una differenza specifica rappresentata da una peculiare struttura molecolare di base e da un riferimento insindacabile di vertice.

Sarebbe però un errore valutare come definitivo un ormeggio come quello accennato. Tanti sono ancora gli elementi che sfuggono ad una cognizione conclusiva. E comunque tanti sono gli ingredienti che si agitano in quel contenitore.

Provo a identificarli in forma interrogativa: Fin dove arriva la critica alla democrazia rappresentativa che il movimento conduce in nome della democrazia diretta?

Episodi come il presidio sui tetti di Montecitorio o la più recente intrusione negli uffici della Presidenza manifestano solo un’irritazione per l’asserita incapacità della “casta” di emendarsi dai così detti “privilegi medievali” che detiene? Oppure sono il riflesso di un atteggiamento più radicale che traduce l’immagine grillina dell’“aprire il parlamento come un scatola di tonno” in una pura e semplice abrogazione della democrazia rappresentativa?

E l’intimazione “arrendetevi” che sta a significare? È l’ultima trovata di un comico che smette di far ridere o c’è dell’altro di cui preoccuparsi?

Eccessi di sbadataggine

La mancanza di un’analisi adeguata sulla fenomenologia del grillismo porta ad eccessi di sbadataggine. Ma non esistono più, nel presente, le energie culturali che consentivano, per dire, al vecchio Pci di esercitare la propria curiosità sulle strutture e le motivazioni del mondo cattolico del dopoguerra; curiosità ricambiata da quelle avanguardie cattoliche per le quali conoscere i presunti avversari era la premessa di un corretto agire politico.

La conseguenza è che ci si affida alle sintesi sommarie, alle sentenze senza appello, per cui o ci si affilia senza riserve alla “qualunque” grillina oppure si decreta su di essa l’anatema totale in nome di una incompatibilità non sempre dimostrata.

Infilare le perline  

C’è poi un atteggiamento minimale, quello che si limita a infilare le tante perline delle gaffes o degli errori o delle malefatte degli esponenti dal Movimento nelle vicende della gestione dei comuni in cui sono impegnati. La materia non manca davvero, ma si tratta sempre di episodi limitati e non risolutivi.

Ma anche qui occorrerebbe una maggiore capacità di selezionare e discernere gli argomenti. Ad esempio, in occasione delle celebrazioni in Campidoglio dell’anniversario dei Trattati di Roma, la sindaca Virginia Raggi ha pronunciato un discorso la cui chiara impronta europeista meritava di essere confrontata con le tante sciatte banalità che in argomento sgorgano dalle fonti grilline.

Lo stesso ragionamento si può fare a proposito della cosiddetta “moneta fiscale”, come strumento volto ad integrare, non a sostituire, la funzione dell’euro attivando una sorta di “circolazione extracorporea” basata su detrazioni fiscali trasferibili.

Altro esempio, stavolta chiaramente negativo: i vaccini. Solo adesso, dopo che molti danni sono stati compiuti, il mondo scientifico sembra accorgersi del sostanziale vuoto dell’impianto “magico” con cui, anche sotto il cielo a cinque stelle si è coltivata l’idea che la profilassi vaccinale era un complotto di Big Pharma e che si potesse fare “prevenzione da solo”.

Lavorare meno, guadagnare tutti…

Vi sono poi casi e situazioni connesse alla realtà di problemi che affliggono l’epoca presente, per i quali non sarebbe inappropriata una maggiore attenzione anche a proposte dell’area grillina, specie quando non ne abbondano da altre provenienze.

Si prenda la questione del lavoro giovanile. Qui il movimento ha chiesto aiuto ad un sociologo, il prof. De Masi, non da oggi attivatore di sensibilità e di proposte sul tema. Di quelle ultimamente avanzate si può senz’altro dire che ricalcano l’antico (e forse logorato) slogan “lavorare meno – lavorare tutti”, detto in francese partage du travail, ma non si può negare che una simile suggestione entra a pieno titolo in una realtà che preannuncia non la crisi di una forma di lavoro ma la crisi del lavoro tout court.

 Ancora più singolare, infine, è il caso del così detto “reddito di cittadinanza”, uno dei cavalli di battaglia più usati dal Movimento e sicuramente alla base di molti consensi ottenuti o da conquistare sul campo. La formula circola da anni ed è rimasta del tutto indeterminata, in un contesto di ambiguità di cui s’è giovato in termini di consenso solo il Movimento proponente. Non c’è stato, in effetti, un serio tentativo di andare a leggere le carte che i 5 Stelle avevano tutto l’interesse a mantenere coperte.

Fine della franchigia

Quali spunti per una provvisoria conclusione? Se quel che precede ha un senso e se i segni degli aruspici, i desideri dei pretendenti e gli errori o le omissioni degli avversari accreditano l’ascesa al potere dei Cinquestelle, il tempo che ci separa dalla prova andrebbe meglio utilizzato. Come? Semplicemente entrando nel merito delle idee, delle proposte e anche delle allusioni che, ai vari livelli, provengono da quel mondo e pretendono di farsi linee guida di un futuro voluto.

È un diritto-dovere dei cittadini in quanto tali, da esercitare nel segno di quell’“uno vale uno” che non è prerogativa di una sola parte politica ma di ogni componente della società.

Dentro questo esercizio del diritto di cittadinanza possono e debbono essere messe alla prova tutte le ipotesi di lavoro che vengono avanzate nel nome di una formazione politica che ha mostrato di coltivare grandi ambizioni. E deve, fisiologicamente, cominciare a render conto delle sue intenzioni e dei suoi atti.

Negli ultimi tre anni il Movimento5Stelle e i suoi dirigenti hanno usufruito di una sorta di franchigia politica che ha consentito loro di assolvere pienamente il ruolo di opposizione senza farsi carico degli obblighi propri di una forza di governo.

Ora, prima che si voti, debbono abituarsi a rispondere.

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