Sui dazi commerciali degli USA

di: Alessia Mosca

dazi commerciali

«Perdono tutti in una guerra commerciale». Non potrebbe essere più chiaro il monito uscito dalla bocca della nuova presidente del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, durante la sua prima apparizione pubblica di martedì 8 ottobre. Un commento che mi trovo a condividere, per quanto da vicino conosco i rischi dell’arroccarsi, oggi nel XXI secolo, su posizioni protezionistiche. E per quanto esse siano di facile presa proprio perché sembrano rispondere immediatamente a temi caldissimi, sia da parte di chi li affronta quotidianamente sia per i normali cittadini-consumatori.

La dichiarazione della Gregorieva rappresenta solo una delle prese di posizione in tema dazi che si stanno susseguendo sempre più fitte in questi giorni, spinte dal grande dibattito (per non dire confusione) scatenato dalle azioni del presidente statunitense Donald Trump sulle importazioni verso gli USA.

Sempre martedì, lo stesso Mattarella era intervenuto da Copenaghen, dove era in visita di Stato, affrontando il pericolo di una guerra commerciale: «Si rischia una spirale che contraddirebbe lo spirito euro-atlantico. Per questo serve una risposta unita dell’Unione Europea. Nessun Paese da solo può pensare di risolvere la questione dazi».

È evidente la necessità che, nel quadro mondiale, l’Europa si muova unita in materia commerciale, oggi forse come mai prima, per non venire costretta e rallentata da una guerra commerciale prima di tutto con gli Stati Uniti. Ma anche l’Italia, tra le altre, dovrebbe essere in prima linea in questo senso: secondo un’analisi realizzata da Ice New York sui dati delle dogane USA, i dazi imposti pesano infatti soprattutto su Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna ma, subito dopo, sull’Italia.

L’Europa deve reagire

Ci troviamo in un momento storico in cui le previsioni, pessimistiche, del FMI – che verranno meglio dettagliate la prossima settimana con la pubblicazione delle prospettive per il prossimo anno – riconoscono le ragioni di quello che la Gregorieva ha chiamato synchronized showdown, una resa dei conti sincronizzata, nei problemi globali quali il cambiamento climatico, le tensioni geopolitiche (Brexit, per esempio) e i confronti commerciali.

Davanti a un quadro simile proprio l’Europa può e deve confermarsi protagonista nel dettare il passo, collaborando prima di tutto al suo interno e ponendosi, quindi con i suoi interlocutori, come voce unita e unica.

Tra i commenti di questi giorni caotici, ho trovato utili le argomentazioni sintetizzate in un recente articolo del New York Times che contestualizzano e smontano alcune delle principali rivendicazioni dei sostenitori degli interventi protezionistici statunitensi.

A chi sostiene che gli stati interessati non interverranno con contromisure si porta a riprova il fatto che la Cina, su tutti, si è già mossa in questo senso. L’Europa da parte sua, sta rafforzando le alleanze alternative alla relazione transatlantica. Per citarne alcuni, basti vedere gli accordi bilaterali già siglati con Canada, Giappone, Singapore e quelli in via di definizione con Vietnam, Mercosur e Messico.

Un’altra tesi afferma poi che l’introduzione di dazi invoglierà le aziende USA a tornare in patria. Tesi fuorviante questa se non proprio smontata dai fatti: continua infatti a essere molto più conveniente restare (o andare) a produrre altrove.

Le guerre commerciali non sono mai buone e, in definitiva, non si vincono mai. Se nell’immediato si possono notare alcuni effetti all’apparenza positivi, alla lunga i risultati dimostrano tutta la fragilità di piani di chiusura dei mercati. Nell’epoca della comunicazione istantanea, facilmente i dati sul breve periodo sono strumentalizzabili per proclami volti a vincere le elezioni.

In questo l’Europa può e deve dettare il passo e proporsi come protagonista di un cambiamento che sappia gestire le sfide che la globalizzazione porta con sé.

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