Il testamento di una generazione

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Ci sono libri che ti chiamano dagli scaffali delle librerie. Puoi provare a resistere, li soppesi, rileggi per l’ennesima volta i risvolti della copertina, ripassi qualche giorno dopo… alla fine ti arrendi. Così mi è successo con Generazione perduta (Testament of Youth) della giornalista inglese Vera Brittain (Giunti 2015): un libro che ho letto velocemente in tutte le sue 635 pagine.

Tra i libri usciti in occasione del centenario della prima guerra mondiale, mi ha colpito fin dalla copertina: è la foto, un po’ patinata, dell’abbraccio tra un giovane soldato in partenza per la guerra e la sua fidanzata. Ho poi saputo che dal testo è stato recentemente tratto un film, da cui l’immagine. Mi aspettavo però un qualche tipo di romanzo ambientato nel periodo. Invece si tratta delle “memorie ragionate” del periodo di tempo che va dal 1914 al 1925, scritte da una giornalista inglese che in Italia pochi finora conoscono (il libro infatti, tradotto in italiano solo nel 2015, era stato scritto nel 1930: dodici anni dopo la fine della prima guerra mondiale e nove anni prima dell’inizio della seconda).

Che cosa ha questo libro di speciale? Prima di tutto ha uno sguardo “altro”, diverso, sul periodo preso in esame. Si sono viste e sentite mostre e conferenze che hanno avuto al centro lo svolgimento delle varie fasi della guerra, la geografia del fronte, la posizione dei forti, gli spostamenti dei profughi, la guerra in montagna… In Generazione perduta chi parla è invece una giovane donna inglese, di buona famiglia che, alla soglia dell’età adulta, piuttosto prevedibile e stereotipata nell’Inghilterra post-vittoriana, si trova catapultata in una guerra che stravolgerà non solo la sua piccola vita di legami familiari e affettivi, ma il mondo intero.

Nata nel 1893 in una famiglia borghese, la giovane Vera trascorre un’infanzia e un’adolescenza indirizzate all’unica realizzazione possibile per una donna dell’epoca, quella di sposarsi “bene” e di mettere al mondo figli.

Vera ha un fratello di nome Edward, due anni più giovane, con il quale va molto d’accordo e che la ascolta attento quando compone racconti. Frequenta le scuole private femminili, che descrive così: «A quei tempi le scuole private femminili attraevano pochi genitori e ancor meno erano quelli veramente intenzionati a preparare le figlie per carriere impegnative o, semplicemente, per lavori pratici. Per le giovani, come per le loro madri, l’eventualità più chiara che si profilava all’orizzonte era il matrimonio e, malgrado la tenace insistenza con cui le presidi portavano avanti i propri ideali sul servizio pubblico, quasi ogni ragazza lasciava la scuola con due sole ambizioni: riprenderla il prima possibile per farsi ammirare dalle compagne nello splendore di un abbigliamento “da donna” e trovare un fidanzato prima delle altre» (p. 32).

La giovane è però seriamente attratta dagli studi classici e coltiva il desiderio di diventare una scrittrice, per cui chiede alla famiglia di poter sostenere gli esami per entrare a Oxford sulla scia di ciò che “ovviamente” avrebbe fatto il fratello. Dopo varie indecisioni i genitori acconsentono e Vera si prepara a lungo per sostenere gli esami da privatista, venendo poi ammessa al Sommerville college di Oxford nel 1914.

In quegli anni inizia a conoscere anche il movimento femminista inglese e le iniziative organizzate per ottenere il diritto di voto per le donne.

In quel periodo anche Edward inizia l’università e fa conoscere alla sorella un compagno di studi, Roland Leighton, con il quale la ragazza entra subito in sintonia, complice una grande consonanza di ideali.

Nell’agosto 1914, con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia a seguito dell’attentato di Sarajevo, inizia la prima guerra mondiale. Il padre, preoccupato per il futuro, torna a esternare il suo scetticismo per il proseguimento degli studi della figlia femmina, anche a causa delle possibili difficoltà economiche.

«In quel momento cominciai a covare un rancore furibondo, una rabbia e un risentimento senza speranza. Attraverso quella lunga battaglia, mi ero costruita una via di fuga dalla mia odiata prigione di provincia… e adesso quella strada verso la libertà, conquistata tanto faticosamente, mi veniva negata da una bomba serba lanciata dall’altro capo dell’Europa a un arciduca austriaco. Forse non sorprenderà che, all’inizio, la guerra non fosse altro che un’esasperante interruzione della vita personale piuttosto che una catastrofe mondiale» (p. 96).

Seguono giorni e giorni di disorientamento, di frenetica lettura dei giornali nell’intento di capire che cosa stava succedendo e cosa sarebbe accaduto nell’immediato futuro. Edward e i suoi compagni di studio si sentono moralmente obbligati a prendere in considerazione l’idea di arruolarsi come volontari e così fanno, nonostante le molte perplessità e i tentativi di convincerli del contrario da parte di familiari e amici. Vera riporta che Roland le confidò in una lettera: «non credo che riuscirei ad abituarmi facilmente a una vita lontana da tutto, chiusa nell’immobile atmosfera studentesca. Mi sembrerebbe in qualche modo di sottrarmi come un codardo ai miei doveri… Sento di dover fare qualcosa di produttivo in questa guerra. Per me è una cosa molto affascinante, anche se spesso orribile, qualcosa di nobilitante e bello, qualcosa che la realtà primordiale eleva al di sopra di ogni fredda teorizzazione. Dirai che sono un militarista… Forse hai ragione».

Nel suo diario la giovane, a sua volta, scrive in proposito:

«Ebbi anche la sensazione che le sue parole fossero in contrasto con il suo dichiarato femminismo… ma allora, in tempo di guerra, fu così… l’effetto del conflitto sulla lotta delle donne fu molto deludente. Alle donne rimane tutta la monotonia e lo squallore della guerra ma nulla della sua euforia» (p. 108).

Vera rientra al college e prosegue il suo cammino di studentessa partecipando alle varie attività universitarie di tipo ricreativo e politico, sempre però accompagnata dal pensiero che la guerra sia qualcosa di distante da sé e dal suo piccolo mondo. Continua la sua corrispondenza con l’amico Roland che diventa sempre più sentimentalmente coinvolgente, nonostante le consuetudini dell’epoca riguardo alle rigide regole del corteggiamento.

A Capodanno del 1915 viene dichiarato esplicitamente il sentimento che li lega e che colora di senso lo studio dei classici greci e latini, l’addestramento militare e la composizione di poesie.

Roland parte per il fronte francese il 31 marzo 1915. Nelle settimane successive continua lo scambio di lettere attraverso le quali la giovane studentessa comprende gradualmente la terribile concretezza dello stare al fronte e della vita di trincea.

«Ieri sera, mentre rientravo, un proiettile mi è passato sibilando accanto alla testa. Io stesso non riesco a capacitarmi che ogni minima cosa che ha un suono o che vola vicino a me abbia nascosto in sé il potere di uccidere. Presto forse vedrò la morte andare da qualcuno vicino a me, rendermi conto che esiste e avere paura. Ancora non ho avuto paura… Ci sono le tombe di tre tedeschi un po’ più avanti lungo la trincea. Su di esse non ci sono nomi, solo un pezzo di legno con su scritto “Tomba tedesca – Riposino in pace”. Un tempo qualcuno deve aver amato l’uomo che vi è sepolto».

Edward invece rimane in Inghilterra più a lungo a causa di varie vicissitudini legate alla salute e all’addestramento, nonché alle scelte dei vertici militari.

Con il passare dei giorni, lo studio e le tanto sognate quanto normali attività universitarie cominciano a perdere il loro interesse. Vera matura la decisione di fare qualcosa di concreto per condividere l’impegno bellico del fidanzato e della nazione: si arruola dunque come infermiera, interrompendo gli studi per iniziare la formazione specifica ed entrare in servizio attivo in un ospedale inglese che accoglie i feriti rimpatriati.

L’esperienza del dolore e della sofferenza altrui, accompagnata dalla fatica fisica personale, permette alla giovane donna di affrontare lo scorrere del tempo lontano dal fronte e senza notizie del fidanzato. Fino a quando, mentre è in trepidante attesa del rientro di Roland per una licenza di Natale, non le giunge la notizia che è morto il 23 dicembre 1915 per le gravi ferite riportate a seguito di uno scontro a fuoco.

I mesi successivi, segnati dal duro lavoro in corsia, dal rapporto con le altre infermiere e i propri superiori, con la propria famiglia e quella di Roland, rappresentano il lungo e faticoso cammino dell’elaborazione del lutto, in parte sostenuto anche dalla spasmodica ricerca di tutte le informazioni possibili sulle circostanze in cui la morte di lui era concretamente avvenuta, dalla rilettura delle sue lettere e poesie e da un ostinato, cupo isolamento interrotto a tratti dagli incontri con gli amici comuni altrettanto in lutto per la morte del brillante studente universitario, amico e compagno di studi.

Il 10 febbraio 1916 “finalmente” anche il fratello Edward parte per il fronte francese e tornano a ripetersi l’attesa e l’angoscia di chi a casa vive nella continua speranza di ricevere notizie. La situazione del fronte occidentale è sempre più drammatica e confusa e ormai la convinzione dell’imminente fine del conflitto è definitivamente tramontata. Nella giovane volontaria inizia a farsi strada l’idea che, dopo quanto ha vissuto, tornare a Oxford alla fine della guerra per riprendere gli studi avviati non sia più proponibile.

Durante la Battaglia di Albert, nell’estate 1916, il fratello rimane ferito. Torna in patria per essere curato e gli viene riconosciuta la Croce di guerra per il coraggio dimostrato durante la battaglia: ha appena 21 anni.

Vera inoltra la domanda per prestare servizio volontario all’estero e viene mandata per un anno a Malta. Lì il contrasto tra la bellezza dell’isola e la drammaticità del suo lavoro contribuirà in maniera decisiva alla riflessione sull’insensatezza della guerra.

«Mi tornò in mente una frase dei giorni degli esami a Oxford. L’avevo citata non molto tempo prima a Edward in una lettera da Malta: “Gli dei non saranno arrabbiati per sempre…” Pensai che venisse dall’Iliade e da quelle tranquille serate con la mia insegnante di lettere classiche a leggere le storie delle battaglie per la triste Troia. Com’eravamo simili ai guerrieri di quegli antichi conflitti! Confidavamo anche noi negli irresponsabili capricci di un Dio infastidito, affinché ci liberasse dagli errori macroscopici e dalle barbarie delle quali noi soltanto eravamo responsabili e da cui soltanto noi potevamo liberare noi stessi e la nostra aggressiva civiltà!» (p. 374).

«Tra il 1914 e il 1919, giovani uomini e donne, tragicamente puri di cuore e inconsapevoli dell’egoismo degli anziani e del loro cinico sfruttamento, non facevano che dedicare se stessi a uno scopo che credevano, e continuavano a credere, nobile e perfetto. Quando il patriottismo cominciò a “indossare abiti logori”, quando il dubbio e il sospetto iniziarono a insinuarsi, più ardito e frequente era il ricorrere di quella devozione, e più deliberata era la convinzione che i nostri sforzi fossero motivati e la nostra causa fosse giusta» (pp. 375-376).

Dopo la morte in battaglia di altri due cari amici, Vera Brittain ottiene di tornare in servizio all’estero, questa volta in Francia, mentre Edward, ristabilitosi, era tornato al fronte, nei pressi di Ypres. L’esperienza in Francia è più dolorosa e difficile delle precedenti perché l’ospedale si trova molto vicino ai luoghi di combattimento e gli uomini che vengono soccorsi hanno riportato ferite gravissime; nella maggior parte dei casi stanno per morire. Inoltre molti di essi sono prigionieri tedeschi, dei quali l’infermiera Brittain scrive: «Prima della guerra non ero mai stata in Germania e probabilmente non avevo mai incontrato un tedesco. Così fu in qualche modo sconcertante essere spedita, completamente sola … in mezzo a trenta rappresentanti di quella nazione che, come mi era stato detto ripetutamente, aveva crocifisso i canadesi, tagliato le mani ai bambini e sottomesso donne pure e innocenti con “atrocità” indescrivibili. … In parte mi aspettavo che uno o due di quei pazienti sarebbero scesi dal letto e mi avrebbero violentata, ma presto scoprii che nessuno di loro era nella condizione di poter violentare nessuno, o di fare qualsiasi cosa che non fosse aggrapparsi con incredibile sforzo a una vita in cui il piatto della bilancia pendeva pesantemente dalla parte opposta alla loro» (pp. 379-380).

«Dopo un secondo di esitazione, presi le dita pallide tra le mie, pensando a quanto fosse ridicolo che io stessi tenendo la mano di quell’uomo come se fossimo amici quando forse, solo una o due settimane prima, a Ypres Edward aveva fatto di tutto per ucciderlo. Il mondo era impazzito e noi eravamo tutte vittime… quello era l’unico modo di vedere le cose. Io e quei ragazzi devastati e in fin di vita stavamo pagando allo stesso modo una situazione che nessuno di noi aveva desiderato o fatto nulla per far accadere» (pp. 382-383).

Per molte settimane la sua vita è fatta soltanto di turni di lavoro massacranti, di dolore, morte e continuo pericolo mentre uno dopo l’altro centinaia di soldati muoiono nel corso dell’avanzata tedesca.

In seguito alla disfatta italiana di Caporetto, il battaglione di Edward viene mandato in supporto agli alpini sull’altipiano di Asiago, che nel giugno del 1918 diviene teatro di scontri accaniti e sanguinosi durante i quali anch’egli perde la vita, il 15 giugno 1918.

Di nuovo Vera percorre il doloroso cammino dell’accettazione della perdita, ma con una intensità maggiore a causa del legame profondo che aveva sempre avuto con il fratello. Le settimane passano in un cupo isolamento che i brandelli di notizie strappati ai commilitoni di Edward sopravvissuti non riescono a lenire nemmeno in parte. «La mia unica speranza adesso era di diventare un completo automa, lavorando meccanicamente e non fingendo nemmeno più di essere spronata da ideali» (p. 458)

***

Fin qui i fatti relativi al periodo bellico dal punto di vista dell’autrice. Nell’ultima parte del libro, dal titolo significativo di “Sopravvissuti non voluti”, Vera Brittain rende conto del suo personale percorso di ritorno alla normalità, fatto di scelte relative alla ripresa degli studi, alla prospettiva di un lavoro nel campo del giornalismo e della scrittura, all’impegno civile e politico, alla adesione convinta e concreta agli ideali del nascente pacifismo della Società delle Nazioni e finalmente alla ricostruzione faticosa e sofferta della sfera sentimentale.

Con sottolineature e sfumature diverse la giornalista inglese ripete più volte che l’immediato dopoguerra per lei e per i suoi coetanei si è fin da subito delineato come una lacerazione insanabile tra chi era sopravvissuto, in modo casuale, insperato e comunque non meritorio, alla macchina distruttiva del conflitto e la generazione immediatamente successiva, che dal conflitto era stata inevitabilmente solo sfiorata per puri motivi anagrafici. Sente come assolutamente necessario, per sé e per tutti, capire come il conflitto mondiale fosse potuto accadere e come potesse essere evitato in futuro. Sceglie quindi di tornare a Oxford ma di passare a studiare storia.

«Finita la guerra e passata la confusa sensazione di ritrovarsi soli in un mondo ormai estraneo, iniziò a farsi strada nella mia mente il desiderio di comprendere come fosse potuta accadere una tragedia di tali proporzioni… di riuscire a capire in che modo quelli della mia generazione, e io stessa, forse per ignoranza, o per ingenuità, fossimo stati plagiati, usati e infine massacrati. Quando tutto era cominciato, ricordo, la guerra mi aveva fatta infuriare. Avevo cercato di ignorarla… ma poi dovetti accettarla come un fatto, e alla fine fui costretta a prendervi parte, per imparare a sopportare l’angoscia, il dolore e la fatica che esigeva da me, e poi per testimoniare con tormentata impotenza la morte, non soltanto di coloro che avevano avuto una parte tanto importante nella mia vita, ma anche di tutti quegli uomini coraggiosi e rassegnati a cui avevo fatto da infermiera e che non ero riuscita a salvare. Ma tutto questo non è bastato. Il mio compito, adesso, è quello di scoprire tutto ciò che c’è da sapere sulla guerra per cercare di prevenirla – se mai una sola persona potrà riuscirci – e fare in modo che non succeda ad altri nei giorni a venire. Forse lo studio approfondito del passato riuscirà a spiegarmi molte cose che in questo sconvolgente presente sembrano inspiegabili. Forse gli strumenti per la nostra salvezza ci sono già, racchiusi nella nostra storia, nascosti accuratamente da guerrafondai senza scrupoli, e aspettano solo di essere riscoperti e riconosciuti dagli uomini e dalle donne di domani» (pp. 478-479).

Al termine degli studi (in un clima di forte estraneità rispetto alle nuove, giovani studentesse che per la prima volta iniziavano l’università; e comunque spesso ancora discriminata in quanto donna), è ancora fortemente convinta che niente potrà più colmare il vuoto affettivo che si è prodotto attorno a lei. Va a vivere con un’amica e collega in un appartamento di Londra dove entrambe lavorano per mantenersi faticosamente indipendenti con la professione di giornaliste e scrittrici (un’altra delle eredità non previste e ancor meno volute della guerra).

Nel corso del 1921 compie con l’amica Winifred Holtby un “pellegrinaggio” in Italia raggiungendo il cimitero inglese di Granezza, sull’altipiano di Asiago, in visita alla tomba del fratello; successivamente si reca in Francia, a Louvencourt, sul luogo di sepoltura del fidanzato Roland.

Collabora attivamente all’Unione per la Società delle Nazioni percorrendo l’Inghilterra come relatrice in numerose conferenze e partecipa più volte ai lavori dell’Assemblea in Svizzera, constatando amaramente che molti degli ideali che guidavano lei e altri delegati venivano messi in secondo piano dalla «tradizione diplomatica e dell’intrigo», riconoscendo che «gli uomini rifiutano deliberatamente di comprendere l’ovvio, persino quando quella comprensione va a loro vantaggio. Ancora ottimista nonostante la guerra, avevo creduto che gli uomini di stato avessero soltanto bisogno di rendersi conto degli errori del passato per evitare di ripeterli, e che bastasse soltanto mostrare loro il cammino della pace per far sì che lo percorressero… Era fin troppo chiaro che la lotta dell’internazionalismo come ideologia sarebbe stata più lunga e più dura di quanto avessimo immaginato» (pp. 549-550).

Vera si impegnò in politica partecipando alle campagne a sostegno dell’emancipazione femminile; faticosamente pubblicò il suo primo romanzo, La marea oscura. Infine conobbe un giovane professore che, dopo un rispettoso ma costante e fermo corteggiamento, basato sul rispetto e la condivisione delle idee oltre che su un solido e forte sentimento d’amore, la sposò nel 1925.

Il pensiero di questa giovane donna, elaborato alla fine della prima guerra mondiale, si scontrò non molti anni dopo con le atrocità della seconda.

Vera Brittain è nota in Inghilterra anche per altri libri e articoli scritti nella sua lunga esistenza, che si è conclusa nel 1970. Per sua volontà le sue ceneri sono state sparse dalla figlia sulla tomba del fratello, nel cimitero di Granezza.

(da “Il Margine”, n. 4/2016)

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