Transizione ecologica e nuove dipendenze

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Nicola Armaroli, chimico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, direttore della rivista scientifica Sapere, ci aggiorna, nel corso dell’inverno, sul tema energetico nel nostro Paese. È autore del volume: Un Mondo in Crisi. Gas, nucleare, rinnovabili, clima: è ora di cambiare.

  • Nicola, si sta, effettivamente riducendo il consumo di gas metano nel nostro Paese, secondo la direttiva europea dell’estate scorsa e secondo i buoni propositi da tempo espressi dalla politica?

Si sta profilando una riduzione su base annua pari all’8-9%: in pratica quanto avevamo stimato qui nell’intervista di agosto.

Consideriamo che ad ottobre-novembre vi è stato un caldo anomalo, quindi, il riscaldamento degli edifici è stato posticipato di oltre un mese. Anche a dicembre abbiamo avuto temperature ben superiori alle medie stagionali.

Dunque, il clima eccezionalmente mite, unito a un rallentamento delle attività produttive (principalmente dovuto al caro energia), hanno determinato il taglio della domanda. C’è stato infatti anche un netto calo dei consumi elettrici dopo la pausa estiva, soprattutto al nord, che rispecchia la contrazione della produzione industriale. Anche questo ha inciso sul calo dei consumi di gas: quasi metà della produzione elettrica italiana è basata sul metano.

Nel corso dell’anno vi sono stati onerosissimi interventi per le casse statali di entrambi i governi, che hanno permesso di attutire l’impatto dei prezzi dell’energia su famiglie e imprese, con il prezzo del gas salito alle stelle durante l’estate. Parliamo di oltre 60 miliardi di euro in totale, una cifra enorme.

Quindi, il risparmio c’è stato ma il quadro complessivo non è entusiasmante: aggravio dei conti pubblici, milioni di italiani che non riescono a pagare le bollette, calo della produzione industriale. Insomma, la guerra picchia duro.

  • C’è, secondo te, qualche componente di eticità nel risparmio di gas ed energia in questo inverno?

Purtroppo, non disponiamo di indicatori certi a riguardo. Possiamo solo limitarci ad alcune osservazioni personali. In generale, mi sembra di notare una maggiore attenzione ai consumi energetici, anche nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici (supermercati, teatri, piscine).

Questo potrebbe indicare un minimo di spinta etica, oltre naturalmente alla molla economica che resta sicuramente dominante.

  • Benché non siano state fatte ampie campagne pubbliche al riguardo…

Colleghi francesi e tedeschi mi dicono che nei loro Paesi sono state fatte campagne di sensibilizzazione per il risparmio di energia. Hanno messo a punto anche app per informare giorno per giorno e zona per zona i cittadini sui potenziali rischi di black-out.

Da noi mi risulta ci sia solo un indicatore per tutto il Paese sui vari giorni della settimana, il cosiddetto Ecologio consultabile sul sito di Terna. Insomma, lo Stato e le Istituzioni non si sono molto prodigate per educare alla moderazione dei consumi. Diciamo che la stagione ci ha dato sinora una bella mano. Il solito “stellone” italico, finché dura.

Forniture di gas
  • Sino a un anno fa, il principale fornitore di gas era la Russia. Ora?

Ad oggi sono disponibili dati ufficiali solo sino a novembre. Su base annua, la fornitura globale di gas dalla Russia via gasdotti all’Europa è passata da 150 a circa 30 miliardi di metri cubi: di questi, quasi 13 miliardi sono arrivati in Italia, contro i 29 del 2021, con una riduzione superiore al 50%.

Nel corso del 2022 i prezzi sono saliti sino ai livelli stratosferici di agosto (quintuplicati rispetto ad agosto 2021) quando le aziende, col disco verde dei governi, erano disposte a pagare qualsiasi prezzo pur di riempire gli stoccaggi.

Non è chiarissimo quanto il taglio del gas russo all’Italia sia dovuto alla volontà politica dell’Italia di comprare meno gas piuttosto che della Russia di venderne meno attraverso le rispettive aziende. Ma è indubbio che in Italia si continua a contare su una quota di gas russo tutt’altro che trascurabile, senza la quale l’inverno, pur mite, sarebbe più complicato.

I tecnici e gli economisti stanno guardando già all’inverno 2023-24. Posto il quadro generale, senza quei circa 13 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, l’Italia andrebbe in difficoltà. La nostra dipendenza in fatto di gas è tutt’altro che risolta.   

  • Qual è il quadro generale?

Sino a novembre, l’Algeria ha aumentato le sue forniture all’Italia di poco più del 10% rispetto al 2021. Ha raggiunto la quota di circa 21 miliardi di metri cubi, divenendo il nostro primo fornitore. Più di questo l’Algeria non poteva e non potrà fare, soprattutto in tempi brevi, sia per questioni infrastrutturali, sia perché non siamo gli unici che si sono rivolti a quel Paese per chiedere aumenti di forniture.

La Norvegia ha più che quadruplicato la sua quota nel gasdotto che entra in Italia dal Piemonte – da 1,5 a 7 miliardi di metri cubi su base annua – ma, evidentemente, anche questo importante contributo non basta per poter chiudere il rubinetto dalla Russia.

Per quanto riguarda il gas liquefatto (GNL) – che arriva con le navi metaniere ed ha un elevato impatto ambientale, oltre che un costo superiore – registriamo l’incremento del lavoro dei due rigassificatori più piccoli: su base annua Livorno è passato da 1,4 a 3,5 miliardi di metri cubi, mentre La Spezia ha più che raddoppiato dal valore di 1 miliardo del 2021. È utile ricordare poi che il principale fornitore di GNL per l’Italia è il Qatar.

Il mega giacimento di questo minuscolo Paese del Golfo Persico alimenta soprattutto il rigassificatore più grande, quello di Porto Viro di fronte al Delta del Po, di cui possiede una quota importante attraverso Qatar Energy. Nel 2022, da Porto Viro, sono stati messi in rete circa 7 miliardi di metri cubi di metano, uno in più rispetto all’anno precedente.

Qualche nave metaniera è arrivata ai rigassificatori italiani anche dagli Stati Uniti (https://www.avvenire.it/economia/pagine/usa-in-louisiana-il-gas-che-altera-l-ambiente), ma si tratta ancora di una quota marginale rispetto al totale. Paradossalmente, nel 2022 è aumentato in modo considerevole l’export di GNL dalla Russia all’Europa (Belgio, Spagna, Olanda, Francia): è molto più facile eludere sanzioni e contrapposizioni politiche con questo tipo di import rispetto a quello via tubo, che viaggia su infrastruttura fissa.

Secondo i programmi del governo, l’import di gas liquefatto via nave sarà potenziato nel breve termine dal rigassificatore di Piombino: la capacità prevista è di 5 miliardi di metri cubi l’anno. Il destino di questo progetto non è tuttavia ancora definitivamente fissato.

Nel quadro generale dei prossimi due mesi dobbiamo contemplare, come sempre, anche le incognite meteorologiche: questo fattore è essenziale quando si parla di gas. Siamo ancora nella prima fase dell’inverno. Qualche evento estremo – del tutto compatibile col mutamento climatico in corso – è ancora possibile.

Riassumendo, il quadro generale è caratterizzato da una sorta di incerto equilibrio, in cui il gas dalla Russia risulta ancora indispensabile nel breve-medio termine. Non è poi solo una questione di quantità, ma anche di costi. Per quanto tempo l’Europa potrà sostenere prezzi così alterati e volatili a causa della guerra?

  • Hai accennato a Piombino. Ci avevi parlato in estate delle due grandi navi – dotate di impianti di rigassificazione – acquistate da SNAM: a che punto siamo?

Entrambe le navi sono state acquistate. Una è appunto quella destinata al porto di Piombino. Secondo le previsioni iniziali doveva entrare in funzione già dalla prossima primavera: cosa che appare non scontata, vista la battaglia ancora in corso, con il Comune che si oppone tenacemente al collocamento in porto.

L’altro rigassificatore galleggiante è destinato a Ravenna: qui non ci sono opposizioni ma, in ogni caso, non sarà pronto prima della metà del 2024. Vista la situazione – al momento – non si può escludere del tutto che alla fine entrambi i rigassificatori galleggianti possano essere posizionati sulle coste dell’Emilia-Romagna, senza coinvolgere Piombino. Ciò aumenterebbe i rischi sull’approvvigionamento 2023-2024.

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  • Gli stoccaggi o riserve di gas di cui ci avevi pure parlato a che punto sono, in questo momento?

Al momento, per le ragioni “favorevoli” di cui ho detto, la situazione è sotto controllo. Al 31 Dicembre 2022 gli stoccaggi SNAM ammontavano a 9.3 miliardi di m3, 2,6 in più rispetto a fine 2021. In assenza di eventi metereologici estremi o interruzioni significative dei flussi in ingresso, si prevede che gli stoccaggi chiuderanno l’inverno a 3 miliardi di m3, il quadruplo dell’anno precedente. La situazione induce un moderato ottimismo, ma l’allerta resterà sino a fine marzo.

Le preoccupazioni si sono già spostate sul prossimo inverno. Senza dirlo troppo in giro, si spera che non diminuisca ulteriormente la quota dalla Russia, almeno per un altro paio di anni. A quell’epoca tutti sperano che la guerra sia finita e il quadro complessivo decisamente cambiato. In che direzione è difficile immaginarlo ma, quando si parla di questi argomenti, tutti sono pronti a dimenticare in fretta torti e ragioni, anche dei conflitti.

Il sabotaggio di North Stream
  • Qual è la situazione attuale dei gasdotti russi che arrivano in Europa? Cosa resta della fornitura del gas russo ai paesi del Vecchio Continente?

Il gasdotto Yamal collega il Nord della Siberia alla Germania e ai Paesi dell’Europa dell’Est, attraversando la Bielorussia. La Russia lo ha chiuso pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina; poche settimane fa si è detta pronta a riaprirlo, ma per ora non se ne è fatto nulla. Il gas russo arriva però in Italia attraverso l’altro asse, il gasdotto Brotherhood (Fratellanza), alimentato dai giacimenti di Urengoy, che si trovano a sud-est di Yamal.

Questa infrastruttura attraversa l’Ucraina che ne trattiene una parte per il proprio fabbisogno e incassa concessioni di transito per il restante che si muove ulteriormente verso ovest, arrivando il Italia al passo del Tarvisio. È quello che oggi porta la quota residuale di gas russo verso l’Europa, e il maggior beneficiario resta l’Italia. Prima della guerra vi era un terzo canale di rifornimento, il North Stream 1, che collegava direttamente la Russia alla Germania attraverso il Baltico, mentre nel 2022 doveva entrare in funzione l’altra condotta sottomarina tra i due Paesi, il North Stream 2. Ma la storia di questi due gasdotti ha preso un’altra piega, come sappiamo.

In breve, per quanto possa sembrare paradossale, l’unico dei 4 canali di rifornimento di gas siberiano all’Europa ancora aperto è quello che attraversa il teatro di guerra. Questo fa capire quanto questo conflitto sia molto più intricato di quanto spesso appare.

  • Cosa sappiamo di quanto è accaduto ai gasdotti North Stream?

Si è trattato di un atto deliberato di sabotaggio avvenuto a cavallo delle zone economiche esclusive di Danimarca e Svezia. Le condotte erano piene di gas e le esplosioni hanno causato la più grande emissione puntuale di metano in atmosfera della storia, superiore a quella avvenuta nel 2016 per un incidente a un deposito di stoccaggio in California. Le stime del rilascio di gas in atmosfera variano, arrivando sino a 500.000 tonnellate, che equivarrebbe a 1,5 volte le emissioni annuali di gas serra della Danimarca, tanto per dare un’idea (il metano è un gas serra decine di volte più potente della CO2).

Non ne sentivamo il bisogno, ma le menti raffinate che hanno pianificato l’azione avevano ben altri pensieri. Vi sono diverse inchieste in corso da parte di vari Paesi, anche alleati (Svezia, Danimarca, Germania, Russia). Mi sembra il modo migliore per non arrivare a nulla.

La mia sensazione, spero davvero di sbagliarmi, è che non sapremo mai cosa sia successo quella notte. Anche se ritengo a dir poco implausibile che in una delle zone più trafficate e controllate del pianeta qualcuno abbia potuto compiere un’azione di quel tipo su un’infrastruttura cruciale senza farsi notare. Però è semplicemente la mia sensazione, che non vale nulla.

  • Quale effetto potrà avere il tetto fissato dall’Europa al prezzo del gas?

Va precisato innanzitutto che si tratta di un provvedimento con diversi vincoli, che fa riferimento solo ai prezzi della principale borsa del gas europea, quella di Amsterdam. È un meccanismo piuttosto complesso che è passato per un soffio con l’astensione di Olanda e Austria, lasciando comunque diversi Paesi scontenti, per un motivo o per l’altro.

Il tetto è stato fissato a 180 euro al megawattora (MWh). Un MWh equivale a circa 100 metri cubi di gas (il consumo medio di una famiglia italiana in 15-20 giorni invernali). A fine 2022 il prezzo del gas è sceso a 80 euro al MWh e qualcuno sostiene che il prezzo è diminuito per effetto dell’accordo sul tetto. In realtà il prezzo del gas è calato per l’abbassamento dei consumi che ha ridotto drasticamente la domanda. Il tetto c’entra ben poco, in questa fase.

Il meccanismo del tetto entrerà in funzione dal 15 febbraio 2023 e varrà per un anno. Scatterà se, per 3 giorni lavorativi consecutivi, il prezzo di Amsterdam supererà i 180 €/MWh, oppure sarà superiore di 35 €/MWh al prezzo di riferimento globale del mercato internazionale del GNL.

L’accordo prevede la rimozione del tetto nel caso in caso di gravi problemi di approvvigionamento, il che non mi sembra esattamente una dimostrazione di forza del provvedimento. Il vero test del tetto sarà l’estate, quando i Paesi europei saranno impegnati a riempire nuovamente gli stoccaggi e la domanda salirà di nuovo. La prova potrebbe essere difficile, perché la coperta (cioè l’offerta) sul mercato mondiale del gas è corta, e non si prevede un suo aumento significativo per alcuni anni. I mercati continueranno ad essere volatili.

Il tetto mira a penalizzare la Russia, ma poi potrebbe penalizzare anche altri fornitori disincentivando il loro soccorso in caso di emergenza approvvigionamento. Più in generale, fissare un tetto al prezzo del gas in un mercato sempre più orientato – purtroppo – al trasporto via nave può essere un’operazione rischiosa. Le navi, infatti, possono prendere facilmente altre destinazioni più remunerative, a differenza dei gasdotti. Ho detto purtroppo, perché, come non mi stanco di ripetere, il gas liquefatto ha un impatto ambientale maggiore di quello via tubo.

Indipendenza energetica
  • Nel mentre il tetto al prezzo del petrolio è già entrato in vigore: quali sono gli effetti?

La Russia ha annunciato che taglierà le forniture di petrolio e prodotti raffinati ai Paesi che applicano il tetto, a partire dal 1° febbraio 2023. Ha anche anticipato l’intenzione di ridurre la propria produzione giornaliera per determinarne l’incremento dei prezzi a livello mondiale, continuando a guadagnare allo stesso modo e magari anche di più.

Una possibile conseguenza di queste tensioni potrebbe essere un aumento del prezzo del gasolio in Europa: il 30% di questo prodotto raffinato, ci arriva dalla Russia. Insomma, un ginepraio, su uno dei mercati più opachi del mondo. Solo in Italia il contrabbando dei carburanti ha un giro d’affari da capogiro, proviamo a immaginare cosa può succedere a livello mondiale, quando si parla letteralmente del liquido che muove il mondo e viene esportato quasi esclusivamente da Stati che sono la quintessenza dell’opacità. Chi ci capisce qualcosa è bravo.

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  • Come ci si può emancipare?

La tragica debolezza dell’Europa è strettamente connessa alla sua tragica dipendenza energetica. L’unico modo per sottrarsi ai ricatti energetici che subisce da decenni è muoversi con decisione verso le uniche forme di energia di cui disponiamo, quelle rinnovabili.

Non c’è altra opzione, ma purtroppo sembra che la classe politica spesso non voglia capire. Sono già partite le lamentazioni sulla direttiva europea per l’efficientamento degli edifici. L’Italia sembra incapace di riforme strutturali. Preferiamo vivere giorno per giorno e crisi per crisi, elargire bonus una tantum, svenarci per comprare e sprecare gas in edifici colabrodo, perpetuare una dipendenza mortale coi peggiori regimi del mondo. Efficientare il patrimonio edilizio è un’occasione straordinaria per uscire da questi incubi. Lo capiremo?

  • “Extraprofitti”: a che punto siamo?

Dopo le elezioni sembra che il dibattito sugli extraprofitti si sia spento. La tassazione degli enormi profitti realizzati nell’ultimo anno da alcune aziende che commerciano energia non ha avuto per ora successo: poche aziende hanno pagato e, sulla legge voluta del governo precedente, pendono ora ricorsi per incostituzionalità.

L’unica certezza è che, in tutto il mondo, in un momento storico in cui dobbiamo uscire con decisione dai combustibili fossili, le aziende del settore stanno macinando guadagni giganteschi. Forse un giorno i libri di storia scriveranno molte pagine su quest’epoca di contraddizioni devastanti e grandi occasioni perdute.

  • Le aziende sostengono che i loro profitti sono necessari per realizzare la transizione energetica verso le “rinnovabili”.

Ci sono aziende molto impegnate nella transizione, anche grandi aziende italiane. Ma ce ne sono anche tante impegnate in uno sfacciato greenwashing, spesso dopo aver passato decenni a negare il riscaldamento globale.

È uscito in questi giorni un articolo su Science che dimostra come gli scienziati della più grande multinazionale americana del settore, avessero previsto 50 anni fa con grande accuratezza il trend di riscaldamento globale causato dell’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera. Quella stessa azienda si è prodigata per decenni a spargere dubbi o negare i risultati della scienza del clima.

  • Dicevi che si stanno piuttosto muovendo le piccole imprese e i privati: confermi?

Nel 2022 le installazioni di elettricità rinnovabile in Europa sono aumentate del 50% rispetto all’anno precedente. In Italia i collegamenti in rete del fotovoltaico sono triplicati, passando da 0,9 (2021) a 2,6 Gigawatt (2022). Siamo il Paese che è cresciuto di più insieme al Portogallo, che già è molto avanti rispetto a noi. Questo è avvenuto indubbiamente per iniziativa dei privati, aiutati dagli incentivi fiscali dello Stato: è sicuramente una strada su cui andare avanti senza esitazioni.

Entro un paio d’anni verrà aperta in Sicilia la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici d’Europa, con una produzione prevista di 3 Gigawatt all’anno: è presumibile che almeno parte di tale produzione vada a beneficio delle installazioni in Italia. È comunque un segnale incoraggiante del ritorno della produzione fotovoltaica in Italia e in Europa.

Il Governo Meloni
  • Il presidente del Consiglio ha affermato che non dobbiamo cadere dalla dipendenza dalla Russia a quella dalla Cina. Come commenti?

È una frase ormai molto ricorrente, che è diventata però spesso un luogo comune. Atteniamoci ai fatti. Le riserve accertate di idrocarburi sul territorio europeo ammontano a meno dell’1% del totale mondiale. Dipendiamo e dipenderemo sempre più da qualcun altro. Uscire dalla dipendenza russa significa cadere nella dipendenza di Paesi quali Algeria, Qatar o Arabia Saudita: non lo definirei un progresso significativo in termini di credenziali etiche e di rispetto dei diritti umani dei nostri fornitori.

Passando alle rinnovabili, non esiste la dipendenza dalla materia prima energetica: i flussi rinnovabili (sole, vento, acqua, geotermico, biomasse) sono sovrabbondanti ovunque, con pesi diversi a seconda della collocazione geografica. La dipendenza può esistere invece riguardo ai convertitori e agli accumulatori di questi flussi. Tale dipendenza si suddivide a sua volta in due aspetti: tecnologico e della materia prima.

La dipendenza tecnologica non esiste: gli europei non debbono imparare da nessuno a fabbricare pannelli, pale eoliche, batterie, pompe di calore, elettrolizzatori e tutto il resto. Passando a quella delle materie prime, mi sembra ci sia un’informazione un po’ superficiale.

  • Cosa intendi, potresti chiarire?

Da un secolo, la produzione mineraria è stata progressivamente portata fuori dal continente europeo: l’Europa ricca e densamente popolata ha preferito estrarre minerali altrove, spesso a prezzi molto più bassi. La legge di riferimento italiana per la ricerca e la coltivazione delle miniere è datata 1927. Le miniere e le cave sono attività talvolta invasive che impattano sull’ambiente circostante e possono trovare ostilità nella popolazione locale. Però anche in Europa vi sono importanti risorse minerarie: è notizia di questi giorni la scoperta di una miniera di terre rare in Svezia. Sarà socialmente più agevole sfruttarla che in Italia, dove abbiamo una densità di popolazione 8 volte maggiore.

Detto questo c’è una differenza basilare tra le due “classi” di risorse minerali energetiche: i combustibili fossili (che non avremo mai in quantità significative) debbono essere estratti in continuazione altrimenti il sistema economico si blocca. I minerali per i convertitori e gli accumulatori delle energie rinnovabili (che in parte abbiamo) si estraggono solo una volta, poi si possono e si debbono riciclare: il litio della batteria della mia auto potrà essere usato da mio figlio e da mio nipote, un litro di benzina lo uso io e finisce lì.

Il sistema dei fossili è la quintessenza dell’economia lineare, dove oltretutto il rifiuto (CO2) scatena la crisi climatica. Il sistema delle rinnovabili può e deve essere gestito con criteri di economia circolare, dove il rifiuto rientra all’interno del sistema economico.

Per quanto riguarda l’ossessione cinese, è verissimo che oggi quel Paese ha un predominio sulla estrazione e raffinazione di diversi materiali, in particolare metalli. Ma più che biasimare loro, forse dovremmo fare autocritica per la nostra scarsa lungimiranza, come abbiamo finalmente fatto col gas russo. È stata infatti spesso una nostra scelta avvalerci di quote enormi di produzione mineraria e industriale in altri continenti: non ci ha costretti nessuno.

È d’altro canto anche vero che, nel caso dell’industria fotovoltaica, il governo cinese ha fatto per anni il cosiddetto dumping, investendo enormi capitali pubblici per vendere sottocosto e concentrare la produzione fotovoltaica sul loro territorio. È un’operazione scorretta dal punto di vista delle regole di mercato, che ha però consentito a cittadini e imprese di tutto il mondo di acquistare materiale fotovoltaico dalla Cina a prezzi molto bassi, dando un impulso decisivo al decollo globale del settore, con benefici a lungo termine per tutti.

In ogni caso, ci sono 200 paesi in transizione energetica. È impensabile che tutto ciò che serve nel mondo per questo processo epocale – pannelli, batterie, pompe di calore, elettrolizzatori ecc. – possa essere prodotto in un solo Paese, per quanto grande, come la Cina. Insomma, d’ora in avanti c’è posto per tutti, altrimenti non ce la faremo. Diamoci da fare, invece che perdere tempo a recriminare o paventare rischi di nuove dipendenze.

  • In campagna elettorale molto ancora si è parlato di ritorno al nucleare da fissione. Il recente – riuscito – esperimento di fusione nucleare negli Stati Uniti ha poi rinverdito le attese di emancipazione dalle dipendenze energetiche, tramite il nucleare variamente inteso. Cosa ne pensi?

La mia posizione sul ritorno del nucleare in Italia è nota. È vero che alcuni partiti – tra cui ora alcuni al governo – ne hanno parlato ampiamente in campagna elettorale. Ma è altrettanto vero che ora l’argomento è sparito dalla discussione, anche se di tanto in tanto tornerà inevitabilmente a galla, soprattutto come arma di distrazione.

In Italia non abbiamo ancora selezionato un sito di stoccaggio definitivo delle scorie da fissione prodotte 60 anni fa. Ne troveremo uno per quelli che produrremo fra 60 anni, come richiede la tassonomia europea? In Italia il nucleare non si farà mai, per molteplici ragioni che ho spesso indicato altrove e che non sto a ripetere.

Per quanto riguarda la recente notizia sulla fusione cui accennavi, corre l’obbligo di precisare che stiamo parlando di un risultato rilevante dal punto di vista scientifico, ma ancora molto lontano da qualsiasi realizzazione pratica ai fini della produzione di energia elettrica.

L’esperimento è stato realizzato concentrando la potenza di decine e decine di potenti laser su una capsula d’oro del diametro di 3 millimetri, ottenendo un rilascio di energia, in forma di radiazione, superiore del 20% alla quantità iniettata (ma certo non a quella utilizzata dagli enormi laboratori impiegati per realizzare l’intero test!).

Ciò che non è stato detto a sufficienza è che questa attività è stato ampiamente finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e mira al mantenimento della supremazia nel campo della ricerca sulle bombe a fusione, senza violare il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (CTBT), un trattato internazionale che impone un limite alla potenza degli ordigni nucleari sperimentali. In tutto questo, l’elettricità che deve arrivare nelle case e nelle industrie c’entra ben poco ed è sconsolante che l’informazione su questo risultato scientifico sia stata enormemente gonfiata, creando nelle persone aspettative infondate.

L’ho detto, l’ho scritto e lo ripeto: non c’è un minuto da perdere, la transizione energetica la dobbiamo fare con le tecnologie esistenti oggi e non con quelle future o futuribili. L’emergenza climatica ci impone di correre. Adesso. Non indugiamo troppo su opzioni il cui contributo alla transizione da qui al 2050 sarà nullo, come la fusione nucleare.

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Last Generation
  • A proposito di urgenza: ritieni che gli obiettivi sul clima fissati da COP 21 a Parigi nel 2015 siano ancora raggiungibili?

Il fatto tragico è che mentre noi parliamo la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera – principale responsabile dell’emergenza climatica – continua ad aumentare. Al di là dei buoni propositi firmati in pompa magna e dello scarico di responsabilità tra Paesi, la Cina è più veloce dell’Europa nella transizione verso le energie rinnovabili. Siamo comunque tutti in ritardo. Per raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi il mondo dovrebbe fare in 7 anni – da oggi al 2030 – ciò che non ha pervicacemente fatto negli ultimi 30. Lo dico con grande tristezza nel cuore: non è credibile.

Sono molto preoccupato. L’obiettivo di un innalzamento medio di temperatura del pianeta a “solo” 1,5°C sembra ormai miraggio, la nostra inazione ci sta proiettando su traiettorie di valori più alti, minimo 2°C. Questo, naturalmente, non vuol dire che dobbiamo mollare.

  • Cosa pensi delle azioni eclatanti dei ragazzi di “Ultima Generazione” nel tentativo di richiamare opinione pubblica e politica sulla emergenza climatica?

Il lavoro che faccio mi permette di essere a contatto coi giovani e percepisco sempre più la loro angoscia per la situazione climatica del nostro pianeta. Giovani che organizzano proteste fantasiose ed eclatanti senza danneggiare irreparabilmente (è tipicamente così) monumenti ed opere d’arte e senza creare disagio a cittadini che sono anch’essi vittime (mediamente meno consapevoli) della crisi in corso, ha la mia totale simpatia.

Molto meno i benpensanti che li criticano o li scherniscono, negando di fatto l’esistenza dell’emergenza climatica. La cosa è particolarmente fastidiosa quando i suddetti benpensanti sono rappresentanti istituzionali che avrebbero il potere e il dovere di guidare il cambiamento di rotta.

Il problema non sono le manifestazioni di protesta, il problema è l’inazione che scatena quelle manifestazioni. I ragazzi lo sanno: ci stiamo giocando l’osso del collo, cioè la sopravvivenza della civiltà moderna. Il tempo delle chiacchiere è finito.

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