Trump-Europa: cosa accadrà?

di: Lorenzo Prezzi (a cura)

Dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli USA abbiamo intervistato mons. Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, delegato della CEI presso la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece). A cura di Lorenzo Prezzi.

– Mons. Ambrosio, la vittoria di Trump nelle presidenziali USA favorisce i populismi europei e oscura il ruolo dell’Unione Europea. È forse l’ultima occasione per una rinnovata consapevolezza che il futuro del continenti o sarà unitario o non ci sara?

Lascio da parte le valutazioni politiche del fatto e cerco di cogliere alcune valenze sociali e culturali. Direi che è fin troppo evidente che l’Europa (e non solo) è molto sorpresa per la vittoria di D. Trump, una sorpresa che esprime preoccupazione e anche inquietudine. Forse merita ricordare la riflessione di Z. Bauman, decano dei sociologi europei. Egli evidenzia il fatto che Trump ha saputo giocare abilmente la carta dell’outsider e dell’uomo forte, proponendo una politica identitaria. È una forma di populismo? Forse sì, ma – come sappiamo – il termine è piuttosto problematico.

In USA molti osservatori non fanno molto riferimento alla nozione di populismo, assai ambigua. In ogni caso, le onde lunghe della globalizzazione stanno provocando sommovimenti non facilmente etichettabili con categorie tradizionali. Le stesse contestazioni del nuovo Presidente da parte di gruppi di zone metropolitane sembrano motivate da contrapposizioni profonde che sono da tempo interne alla società americana.

L’Europa non deve valutare la nuova leadership solo secondo gli schemi europei. Non deve sentirsi necessariamente schiacciata tra USA e Russia. Non dimentichiamo che il mondo è assai più multipolare di quanto si pensi: le due sponde dell’Atlantico sono sempre importanti, ma vi sono anche altre potenze. Poi mi pare che, anche nel recente passato, al di là delle dichiarazioni e delle strette di mano, la politica estera americana, anche in rapporto con l’Europa, è stata molto concentrata sugli “interessi americani”, anzi spesso sugli interessi di Wall Street, delle istituzioni finanziarie e sulle banche grandi e molto potenti.

Spero che la Brexit e la vittoria di Trump non siano l’ultima occasione per un cambio di mentalità e di passo della nostra Europa. Sono però un forte segnale. La divisione interna all’Europa porta alla sua dissoluzione o alla sua insignificanza, ma per superare la divisione occorre innanzitutto una seria autocritica e poi un forte rilancio culturale e politico.

Una rabbia molto concreta

– La frattura fra ceti dirigenziali e popolo sembra abbia pesato in USA. È attiva anche in Europa? Lo scontro fra paesi del Centro-Europa e Bruxelles ha anche questa ragione?

Ha pesato moltissimo in USA. Questa è una questione molto seria, che va al di là della contingenza elettorale. È interessante la reazione che viene espressa dal politico statunitense B. Sanders. Egli, certamente addolorato per l’esito elettorale, non manifesta stupore: questo senatore indipendente affiliato al Partito Democratico e uno dei candidati alle primarie del Partito Democratico, ritiene che Trump abbia conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta. Non solo. Secondo Sanders, questa rabbia è giustificata. Perché «la gente non ne può più di lavorare per guadagnare di meno, di assistere alla dislocazione in Cina e in altri paesi di lavori onorevoli, che i miliardari non paghino le tasse federali e di non poter pagare l’istruzione superiore ai loro figli». Per di più, Sanders afferma di essere anche disposto a collaborare con il presidente eletto, «se Trump intende davvero promuovere politiche tese a migliorare la vita delle famiglie e dei lavoratori».

Ma se la frattura ha pesato in USA, sta pesando anche nei singoli Paesi europei e tra i Paesi europei e le istituzioni europee. Le cause individuate da Sanders valgono anche per l’Europa? Credo di sì. Ma ritengo che occorra andare oltre. La globalizzazione, oltre ad aspetti positivi, ha introdotto squilibri enormi, il lavoro soffre moltissimo, la finanza è sempre più potente e più mobile, aumenta il divario tra ricchi e poveri. Tutto questo si paga in perdita di umanità, di fiducia. Il “sistema” lascia il futuro nelle mani di un mercato sfuggente e anonimo, i partiti dell’establishment sostengono un progetto d’élite, i leader politici e gli intellettuali spesso si limitano a svolgere il ruolo di “celebrità” da copertina o da tv.

Sull’Europa Centro-orientale pesano certamente queste stesse ragioni, aggravate dal fatto che la loro speranza (forse un po’ ingenua) è stata delusa. Sono stati prontamente accolti nell’Unione Europa, ma l’Europa non è diventata la “casa comune”, cioè con vera vicinanza e solidarietà. D’altronde, i processi storici e culturali sono lunghi, occorre ricordarlo in questa nostra cultura adolescenziale del “tutto e subito”. Poi vi sono anche, almeno per alcuni di questi Paesi centro-orientali, questioni storiche e culturali che contano molto e che favoriscono la paura, come la crescita della sfera d’influenza, che alcuni chiamano “neo-ottomana”, della Turchia. Occorre ascoltare le paure per cercare di superarle, l’Europa occidentale non può fare un’opera di imposizione della propria cultura: sarebbe destinata al fallimento.

– All’ultima assemblea della Comece, di cui lei è vice-presidente, si è parlato molto di Brexit. Che cosa l’ha particolarmente colpito?

La grande preoccupazione dei vescovi delegati dell’Inghilterra, della Scozia e dell’Irlanda: questo mi ha colpito parecchio. Non si tratta solo di una preoccupazione per le questioni economiche e finanziarie ma per la vita quotidiana delle persone e per le relazioni tra i cittadini. Il Regno Unito è “in” Europa e ha sempre avuto relazioni profonde, anche se tensionali, “con” l’Europa. E continuerà ad averle, perché la storia non si cancella. Cosa farà la Scozia? E in Irlanda cosa avverrà? Nell’Irlanda del Nord, i cosiddetti troubles (i “disordini” di qualche decennio fa, con lotta e guerriglia con 3.000 morti) possono riemergere: già vi è stata qualche avvisaglia. L’auspicio è che il Regno Unito e l’UE si guardino in faccia e si confrontino: il dialogo è per il bene dei nostri popoli. Al di là della questione dell’appartenenza politico-economica del Regno Unito all’UE, i vescovi dell’Inghilterra, della Scozia e dell’Irlanda continueranno a far parte della Comece: desideriamo lavorare insieme, con la loro presenza e il loro contributo.

 Come famiglia di nazioni

– Che idea si è fatta del compito futuro del cristianesimo nel suo insieme verso il destino del continente?

Suggerisco un esempio. Visto il non semplice rapporto fra l’Europa occidentale e quella centro-orientale, sarebbe molto importante favorire ciò che san Giovanni Paolo II auspicava, che l’Europa potesse pienamente a respirare con i suoi “due polmoni”, quello della cultura, tradizione e spiritualità orientale e quello della cultura, tradizione e spiritualità occidentale. Cominciamo noi, dalle nostre Chiese, da noi vescovi. Se non ci si conosce e non ci si ascolta, è difficile lavorare e respirare insieme. È un piccolo esempio: ci aiuta a capire che il nostro orizzonte di impegno cristiano coinvolge il destino dell’Europa.

Vorrei poi accennare alla necessità di un’Europa dello spirito perché l’Europa possa combattere l’apostasia da se stessa, come dicevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma non è meno drammatico l’interrogativo di papa Francesco nel ricevere il Premio Carlo Magno. Egli ha posto il seguente interrogativo: «Che cosa ti è successo, Europa?». Poi ha precisato: «Cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?». Questo interrogativo riguarda direttamente tutti noi, le nostre Chiese e le nostre comunità cristiane. Non riguarda solo l’Unione Europea, le istituzioni europee, ma riguarda anche le nostre diocesi, i fedeli laici, la nostra nazione. Come prendere coscienza che la risposta a questo interrogativo è la nostra missione di Chiesa? Qui è in gioco sia il futuro del cristianesimo nei nostri Paesi e in Europa sia il destino dei nostro continente.

Edificare insieme, collaborando, un’Europa che sappia presentarsi a se stessa e al mondo (la narrazione di sé è davvero problematica), sappia interpretarsi e realizzarsi come una “famiglia di nazioni”, sappia riscoprire e riproporre per l’oggi i valori alti che hanno modellato tutta la storia europea, dalla dignità della persona umana al carattere sacro della vita, dal ruolo centrale della famiglia alla libertà di pensiero, di parola e di professione delle proprie convinzioni religiose, dalla collaborazione di tutti per il bene comune al lavoro come bene personale e sociale. Se, con fedeltà creativa, vengono riscoperte quelle radici cristiane che, nonostante la voluta dimenticanza, hanno comunque positivamente segnato la storia europea, allora un nuovo e serio confronto dell’Europa con il Vangelo e con i valori da esso proposti è la carta da giocare con fiducia.

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