Per un nuovo piano del lavoro

di: Domenico Rosati

La Corte Costituzionale ha depennato il quesito referendario sull’“articolo 18” che avrebbe ripristinato e ampliato il diritto del lavoratore ad essere reintegrato nel posto che occupava prima di essere ingiustamente licenziato.

Ha fatto bene, ha fatto male? Ha agito in modo autonomo,oppure ha ceduto a pressioni politiche? E che peso dare ai due quesiti residui, salvati dalla Corte: quello che abolirebbe i buoni-lavoro, i vouchers, e quello che ristabilirebbe la corresponsabilità tra committente e appaltatore in caso di trasgressione delle normative sul lavoro?

Oltre la cronaca

Guardando al semplice dato di cronaca, si deve convenire sul fatto che la Corte ha depotenziato la portata politica dell’iniziativa della Cgil. Questa rilanciava la storica battaglia sulla giusta causa nei licenziamenti individuali, una contesa che, dagli anni 50 in poi, ha sempre accompagnato lo scontro sociale tra movimento dei lavoratori e padronato. Raggiungendo il massimo della tutela con lo Statuto dei lavoratori (1970) e poi gradualmente ripiegando fino alla sostituzione della c.d. “reintegra” con un risarcimento monetario.

Sempre nell’ambito della cronaca, c’è l’obbligo di registrare che, caduto il quesito principale, la passione politica si esercita sul punto se attuare o meno una modifica delle norme rimaste in questione, in modo da evitare il referendum, oppure andare direttamente alla prova del voto. La quale comporta per i promotori – ed è bene tenerlo presente – il rischio di non raggiungere il quorum di legge. I due quesiti residui non hanno infatti la stessa capacità di mobilitazione di quello cassato.

Un supplemento d’attenzione

Sullo sfondo resta l’eventualità di un ricorso da parte della Cgil alle istanze europee, un’iniziativa di sicuro impatto propagandistico ma dall’esito tutt’altro che garantito. Infatti, le normative in vigore negli stati europei in materia di rapporti di lavoro non sono omogenee: privilegiare quella di un singolo stato provocherebbe la reazione degli altri.

La cronaca, a questo punto, deve segnare il passo, tanto più che, in lista d’attesa, sono altri eventi destinati a prendere lo spazio dei titoli di testa, a cominciare dalla legge elettorale, che dovrà pur farsi dopo la pronuncia della Corte e, a seguire, dalla scelta sulla data delle elezioni generali alle quali si affida il… destino della patria.

Ci si potrebbe dunque fermare qui se non ci si trovasse di fronte ad una circostanza che merita un supplemento di attenzione e, se possibile, uno sviluppo della ricerca.

Il destino del lavoro

Se i quesiti referendari erano, tutto sommato, dedicati ad aspetti limitati del problema del lavoro, inclusi tecnicismi di non agevole comprensione, una discussione seria su di essi avrebbe dovuto comunque chiamare in causa la ben più vasta questione del destino del lavoro nella fase storica che stiamo vivendo.

Con interrogativi di portata ben più vasta (e di più ardua decifrazione) di quelli scritti nelle formule dei quesiti proposti. E con una constatazione che è imposta dall’evidenza dei fatti: e cioè che, a differenza di un passato nel quale il “movimento degli uomini del lavoro” (uso non a caso l’espressione cara a Giovanni Paolo II) si riteneva in grado di collocare le proprie proposte allo stesso livello di quelle della controparte, ora questo non accade più.

Se manca l’alternativa

Accade invece che, mentre il capitale nelle sue molteplici forme, ha mostrato negli ultimi quattro decenni di avere un proprio disegno di sviluppo e di affermazione, il movimento dei lavoratori non ha esposto risorse tali da configurare un’organica alternativa.

Ho presente, per fare un esempio della mia biografia, l’idea di una “alternativa al capitalismo in nome dell’uomo” che caratterizzò l’iniziativa delle Acli negli anni 70 del secolo scorso; o quella dell’esperienza francese della CFDT (la sigla che incorporò il sindacato cattolico), che puntava con convinzione su un’ipotesi di autogestione dell’economia. E penso anche, per tornare in Italia, alle suggestioni di una programmazione democratica che ebbero cittadinanza nel ciclo del miglior centrosinistra.

L’egemonia del mercato

Si immaginava che una forte dialettica sociale avrebbe spostato gli equilibri e i poteri nella società fissando in modo stabile e più equo il rapporto tra le esigenze di un capitale garantito circa la possibilità di fare profitto e un mondo del lavoro rassicurato sul pieno godimento dei diritti civili e sociali.

Era la logica di un riformismo che, nell’accezione comune, voleva dire tendenza ugualitaria delle riforme, a partire dalla precondizione dell’uguaglianza rappresentata dalla piena occupazione, allora ritenuta possibile.

Le tendenze del capitale, che pure non sempre si erano mostrate ostili a tale disegno, si sono però gradualmente orientate in una diversa direzione: quella dell’egemonia della finanza e della globalizzazione dell’economia.

Ne è seguita una torsione culturale che ha imposto in ogni direzione, sociale ma anche istituzionale – vedi l’Europa –, il criterio della subordinazione di ogni scelta alle esigenze di un mercato tanto impersonale quanto ingovernabile.

In balìa delle variabili

Là dove (forse incautamente) si era propugnato il concetto del salario come “variabile indipendente” da ogni altro fattore, è subentrata una visione del lavoro come variabile dipendente dalle esigenze del mercato. La dove – è il caso della dottrina cattolica – si rifiutava l’idea che il lavoro potesse essere assimilato da una merce (Rerum novarum) si è tornati esattamente ad una concezione mercantile della prestazione d’opera. Per cui dalla “piena occupazione” si è passati alla “massima occupazione”, dove quel “massima” sta per la quota compatibile con le istanze primarie del sistema.

La dimensione planetaria dell’economia e le inusitate potenzialità dell’informazione elaborata (manipolata) e trasmessa in tempo reale hanno rappresentato due frontiere sulle quali il movimento dei lavoratori o è giunto in ritardo o non è arrivato affatto.

Un deficit strategico

Il sindacato, ad esempio, non è riuscito ad elaborare una strategia di presenza a scala internazionale che consentisse di potenziare la capacità rivendicativa dei lavoratori dei paesi meno sviluppati, in modo da scoraggiare il loro impiego come esercito industriale di riserva ai danni dei colleghi delle aree economicamente più progredite.

Allo stesso modo, non ha avuto la capacità di porre il tema dell’occupazione piena e dignitosa come architrave della propria azione, riducendola spesso al contenimento degli esuberi di personale e – quel che più conta – restringendo la propria base associativa e con essa la propria influenza politica.

La coda e la testa

In questo scenario, le questioni relative al rapporto di lavoro e alle sue vicende, che pure hanno una loro importanza, rappresentano, in un certo senso, la… coda del problema. Che non si risolve se non si trovano la forza e il modo di riprenderlo dalla testa.

Qui deve funzionare una ritrovata simbiosi tra mondo del lavoro, incluso quello che non lavora, e politica che si impegni su un terreno difficile e anche inesplorato.

È vana utopia immaginare un nuovo, moderno piano di sviluppo nel quale l’obiettivo del pieno impiego venga considerato prioritario, al punto da perseguirlo, per quanto possibile, lungo gli itinerari del mercato, senza però esitare di fronte a scelte di grandi iniziative fuori mercato per blocchi di domanda di pubblica utilità?

Uno slogan corrente nel sindacato e nei circoli progressisti della politica è che il problema del lavoro non si risolve cambiando in senso restrittivo le norme del diritto del lavoro. I fatti hanno dimostrato che, se si lascia aperta una valvola, i flussi vanno là dove il lavoro costa meno ed è meno esigente.

Si faccia o non si faccia il referendum residuo, rimane la sfida di un progetto-lavoro che sia all’altezza dei tempi.

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