Unione Europea: i profughi ucraini

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L’aggressione russa all’Ucraina riporta l’Europa agli esodi di massa di 20 anni fa, ai tempi delle guerre balcaniche serbo-bosniache e del Kossovo.

Anche allora centinaia di migliaia di persone e famiglie cercavano la salvezza nell’Europa occidentale. Allora – a differenza di oggi (almeno sino a questo momento) – era intervenuta militarmente la NATO, colpendo duramente, con bombardamenti pesanti, i territori e le popolazioni serbe: lasciando sul campo una realtà affatto pacificata che vede tuttora la presenza di forze militari dell’ONU.

L’accoglienza accordata – talvolta obtorto collo – ai profughi di allora prevedeva un limite temporale legato alla fine dei conflitti armati. Una “tolleranza” pro tempore che si sarebbe dovuta concludere con il rimpatrio. Una volta terminate infatti le operazioni militari, i Paesi europei ospitanti hanno messo in atto i progetti di rimpatrio, ma – va detto ora chiaramente – quasi tutti sono miseramente falliti, poiché le famiglie avrebbero dovuto rientrare in città spesso completamente distrutte, senza più infrastrutture e prive di condizioni di vita in sicurezza, sia alimentare che sanitaria.  La “temporaneità” è diventata perciò, nella gran parte dei casi, permanenza.

Dopo la guerra nei Balcani

Per ovviare alle difficoltà sperimentate nei Balcani, l’Unione Europea, ha deciso in seguito di riorganizzarsi, dandosi delle procedure normative in grado di affrontare le problematiche connesse alla gestione di movimenti di masse in fuga. Si trattava di prevedere quali assetti gestionali fossero da mettere in atto in caso di conflitti infra-europei e non solo. Era emersa la necessità di prevedere una migliore e più puntuale organizzazione dell’accoglienza in sicurezza di centinaia di migliaia di persone.

Per questo motivo, nel luglio del 2001, è stata adottata dal Consiglio d’Europa la Direttiva nr. 55 che tuttora prevede la protezione temporanea di 1 anno, prorogabile per un altro anno, per gli sfollati o i profughi che arrivino in massa alle frontiere dell’Unione. È precisamente questa la direttiva che viene in questi giorni adottata per aprire le frontiere ai profughi provenienti dall’Ucraina in fiamme.

Tale accoglienza, appunto, temporanea, prevede l’eventualità del rimpatrio volontario verso il paese d’origine qualora la situazione si normalizzi e, nel caso sussistano rischi personali di persecuzione o danni gravi o trattamenti degradanti, la possibilità di formulare richiesta di “protezione internazionale” che, allo stato attuale, verrebbe facilmente accolta, quantomeno come “protezione sussidiaria”, con concessione di un permesso di soggiorno della durata di 5 anni e di un libretto di viaggio per gli spostamenti verso Paesi terzi.

Ricordo che il dispositivo normativo comunitario è stato adottato da tutti i Paesi membri, Regno Unito incluso – tranne la Danimarca – ed ha avuto il merito di coordinare e dare uniformità ai sistemi di protezione temporanea a masse di persone in fuga. Ciò che non esisteva in precedenza.

Dall’articolo 12 è prevista la possibilità di lavoro e di frequentazione di corsi di lingua e di formazione professionale; dall’art. 13 è contemplato il diritto all’abitazione e ai servizi socioassistenziali; dall’art. 14 il diritto all’iscrizione scolastica dei minori di 18 anni.

La direttiva – ritenuto concluso lo sconquasso balcanico degli anni ’90 del secolo scorso – era rimasta inapplicata, sino, appunto, a questi drammatici nostri giorni, quando il 3 marzo 2022 è stata attivata dal Consiglio d’Europa per affrontare l’emergenza in Ucraina. L’Invasione russa, accompagnata dai violenti, indiscriminati, bombardamenti che non risparmiano sia i civili che le strutture a carattere umanitario, inclusi i corridoi di fuga, sta determinando – sappiamo – l’arrivo di centinaia di migliaia di sfollati nell’UE.

Unione Europea coesa e ospitale

L’Europa dei 27 ha dimostrato questa volta coesione e collaborazione inaspettate, stante i precedenti segnati dalle continue resistenze di alcuni paesi membri all’accoglienza di stranieri e di rifugiati: uno slancio solidale che sta suscitando non poca sorpresa (e qualche perplessità) presso le stesse organizzazioni umanitarie che da anni sono impegnate sul fronte dei salvataggi dei richiedenti protezione internazionale: organizzazioni spesso contrastate dagli Stati nelle loro opere di salvataggio in mare dei naufraghi in difficoltà, braccati dalla Guardia Costiera libica.

L’Europa è oggi sicuramente interessata da una pressione migratoria ben più consistente di quelle del passato, inclusa quella del 2015, a fronte dell’esodo dalla Siria di Assad. Si calcola che dall’Ucraina siano in fuga diversi milioni di individui, quasi esclusivamente donne, bambini e anziani, che sfuggono ai bombardamenti e alle barbarie della guerra.

La differenza rispetto alle consistenti migrazioni del passato, tuttora attive dall’Africa e dal sud-est asiatico, può essere ravvisata nella violazione di uno Stato di carattere europeo prossimo ai confini della UE, coinvolto – in primo luogo – in un conflitto di difesa della propria integrità territoriale e delle proprie istituzioni democratiche e che, nella decisione di combattere ad oltranza l’esercito dell’invasore, vuole mettere in salvo generazioni di bambini, adolescenti e donne, mantenendo gli adulti maschi sul campo di battaglia.

In secondo luogo – la presenza di centinaia di migliaia di donne ucraine attive soprattutto come care givers o assistenti domestiche in tutti i paesi dell’Unione, quindi anche in Italia, rende la tragedia ucraina molto più prossima e quasi “familiare” alle comunità e ai territori che tuttora abbondantemente fruiscono di tale preziosa presenza.

Come già accaduto nel caso dei conflitti nei Balcani, l’Europa dovrà da subito mettersi in testa che gli attuali profughi, sia per il genere che per l’età, potranno decidere di restare stabilmente sul territorio europeo. È un fenomeno noto nelle migrazioni contemporanee: generazioni di bambini e di giovani cresceranno dunque in Italia e in Europa, ben coscienti di ciò che è successo ai loro padri, zii e parenti rimasti in patria per combattere per la libertà.

Possiamo perciò già intravedere il radicamento di un forte risentimento generazionale nei confronti di chi ha determinato tutto questo. Mentre occorre e occorrerà, già dal futuro prossimo, da parte nostra e di tutti i paesi d’Europa, un’aggiunta di sforzo educativo per la pace e per la riconciliazione. Non sarà facile, ma dovremo farlo, se vorremo preparare ancora la pace piuttosto di altre guerre.

Molte migrazioni

L’impatto emotivo ed empatico delle tragedie delle guerre aumenta in base alla prossimità geografica e al coinvolgimento personale o familiare. Il caso dell’Ucraina lo dimostra. Ogni migrazione forzata ha delle caratteristiche e delle cause proprie che assumono le sembianze di tragedie personali e familiari simili in tutte le circostanze belliche.

Solo una presa di coscienza globale dei diritti personali e collettivi per la libertà e l’autodeterminazione pacifica dei popoli consente il sussulto di solidarietà che non cede il passo alle distanze e all’estraneità delle parti e dei popoli in causa. È un compito di civilizzazione dei rapporti e delle responsabilità collettive che richiede tenacia e coerenza, senza perdere di vista le oggettive difficoltà e le sfide a cui si va incontro, anche in casa propria.

La concomitanza dei diversi flussi migratori contemporanei che colpiscono l’opinione pubblica in modo differente e che vedono reazioni di empatia sicuramente diverse, richiede “saggezza” politica di ampio respiro, per non minimizzare o ignorare gli stessi diritti alla vita e alla dignità di chi non ci è immediatamente prossimo, ma senz’altro lo è per la nostra comune natura umana. Sminuzzare o distinguere i diritti fondamentali tra persone porta alla lunga al disconoscimento degli stessi diritti e del principio di prossimità.

Ricordo che in questi giorni continuano sia le migrazioni lungo la dolente rotta balcanica dal sud-est del nostro mondo, sia lungo la mortifera rotta mediterranea. Continuano le condizioni disumane di sfruttamento e di violenza in Libia e sulle nuove vie della tratta della schiavitù contemporanea dal sud Sahara e dal Corno d’Africa, così come dal Vicino Oriente o dal subcontinente indiano.

L’attenzione giustamente dovuta alla tragedia ucraina non può permettere di mettere nel cassetto dell’indifferenza le altre tragedie che segnano il pianeta, da quelle più prossime a quelle più lontane.

Ucraini in Italia

Pongo ora qualche dato. Gli ucraini attualmente residenti in Italia sono circa 236 mila, di cui 188.800 donne: di queste in età lavorativa, ossia tra i 15 e i 64 anni, sono 151.200. Di queste 97.000 risultano regolarmente occupate come “badanti” mentre una minoranza è impiegata nella ristorazione o nel servizio domestico. Una piccola parte è disoccupata o casalinga. È da tener presente che, fino ad ora, i bambini sotto i 14 anni rappresentavano solo l’8% dei residenti, mentre gli anziani oltre i 65 anni circa l’11,6%.

Al 2022, il 70% dei residenti ucraini ha un permesso di soggiorno di lungo periodo, ed è quindi pienamente inserito nella vita socioeconomica del nostro Paese.  Ai residenti – evidentemente registrati in anagrafe – si deve sommare un numero difficilmente quantificabile di presenze ucraine aggiuntive per effetto dell’esenzione del visto di entrata in Italia per permanenze entro i 3 mesi.

La mobilità senza obbligo di visto favorisce inoltre, con una certa facilità, il lavoro sommerso – quindi non registrato – spesso svolto a rotazione, intercalando lavoro e rientri temporanei a casa, in Ucraina, per assistere figli o genitori anziani.  Il contributo economico garantito dalle rimesse ai figli e parenti residenti nel Paese di origine si aggirava, solo nei primi 9 mesi del 2021, sui 200 milioni di euro.

È dunque assai prevedibile – sta già avvenendo – che una buona parte di profughi ucraini intenda ricongiungersi con un proprio familiare già da tempo residente in Italia, oppure ritornare a molte famiglie italiane che hanno goduto di un’assistente domiciliare ucraina. Molte famiglie italiane hanno offerto e stanno offrendo infatti la loro disponibilità per una prima accoglienza. Si può dire che le filiere familiari incrociate rappresentino il nerbo dell’attuale accoglienza. E questo è sicuramente un vantaggio che il nostro Paese ha nell’affrontare questa emergenza.

Migranti discriminati

Tra le migliaia di profughi provenienti dall’Ucraina presentatisi alle frontiere orientali dell’UE sono arrivati anche cittadini di alcuni Paesi africani e asiatici che si trovavano in Ucraina sia per studio che per lavoro, ovvero nel tentativo di raggiungere l’Europa Occidentale, anche passando da quelle parti.

Sono stati segnalati purtroppo alcuni episodi di “triage” razziali delle persone che si sono presentate ai check-point di frontiera. Diversi cittadini non ucraini sono stati fermati e discriminati. Una brutta storia di distinzione tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, con condizioni di accoglienza differenziate in base alla pelle e al passaporto di provenienza, eventi che si sono manifestati soprattutto alla frontiera polacca.

Ora anche i residenti o presenti in Ucraina per vari motivi vanno accolti e, se necessario o richiesto, vanno aiutati per il rientro nei Paesi di origine oppure a formulare la richiesta di protezione internazionale. Una presenza del genere era ben prevedibile poiché da anni esistono flussi migratori che attraversano la Russia, l’Ucraina o la Bielorussia per raggiungere l’Europa da nord-est.

Non mi pare conveniente rivendicare solidarietà selettiva per gli uni o per gli altri popoli in sofferenza ed esposti a tragedie immense. Ritengo più produttivo mettersi “senza se e senza ma” dalla parte delle vittime di tutti gli scacchieri di guerra o di violenza, fame e disastri ambientali inclusi.  La sfida più ardua e impegnativa consiste nel trovare le vie di possibile riconciliazione tra parti avverse, non solo sul campo di battaglia, ma anche nei dibattiti interni ai Paesi liberi e democratici, perché effettivamente lo siano.

Ogni giorno vengono trasmesse notizie di manifestazioni pro-Ucraina, ma anche contro la NATO e contro le massicce spese militari annunciate dai governi dell’Europa Occidentale, Italia inclusa.

Coordinamento statale

Non possiamo rinunciare a sostenere e a difendere la ragionevolezza dei processi di disarmo in cui vengano coinvolte le comunità nazionali più che i governi che le rappresentano, spesso impegnati a perseguire obiettivi strategici di influenza e di mercato. Occorre già pensare a quali iniziative mettere in atto per recuperare fiducia e comprensione tra cittadini russi e ucraini e non solo.

Gli aiuti e gli sforzi di solidarietà attuati da cittadini e istituzioni non possono mettere in sordina le necessità umane: quelle veramente strategiche per il nostro futuro e per il futuro dei nostri giovani. Non mettiamoci nella scia senza alternative – oltre che lontana da Cristo – del patriarca di Mosca!

Il coordinamento e gli aiuti per l’accoglienza dei profughi vengano al più presto garantiti dallo Stato, attraverso le Prefetture e gli Enti Locali, e vadano a rafforzare le capacità di accoglienza delle strutture del Sistema di Assistenza e Integrazione, facendo da supporto ai privati cittadini che già stanno spontaneamente accogliendo gli sfollati, spesso parenti di persone in servizio nelle case italiane, cittadini divenuti di fatto insostituibili per la stessa accoglienza “istituzionale”.

L’apporto solidale di privati, delle Chiese, del cosiddetto terzo o quarto settore della società ha la necessità della garanzia di un progetto che metta a disposizione alloggi, posti di lavoro, accesso alla sanità e alla scolarizzazione dei minori: tutti diritti previsti dalla Direttiva 55 e che le istituzioni, in sinergia con gli attori sociali, devono promuovere e mantenere operativamente per un’inclusione socioeconomica effettiva e duratura. Quella attuale è un’emergenza infatti di lunga durata, come le precedenti. Come tale va affrontata.

Sono tuttavia convinto che l’emergenza possa trasformarsi in una risorsa aggiuntiva per la ripresa demografica ed economica – nel verso della solidarietà – del nostro Paese. Ma solo se tutti davvero – italiani ed europei – lo vogliamo!

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