Unioni civili e scialo di valori

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«Una legge sulle unioni civili si può fare»: detto dal cardinale Ruini (e pur con tutta una serie di avvertenze a tutela dell’intangibilità del matrimonio) è parso davvero un segno di novità. Specie perché parole così … permissive sono state dettate al Corriere della sera all’indomani del family day che ha offerto la cifra più alta di un’intatta intransigenza cattolica. La novità consiste nel fatto che ora si esprime un possumus, sia pure assai condizionato, là dove in passato (ai tempi dei «DiCo» di prodiana memoria) la parola d’ordine univoca era stata quella del non possumus. E pensare che nel 2007 non si parlava di unioni tra persone omosessuali e si immaginava che la volontà dei conviventi dovesse esprimersi con uno … scambio epistolare.

Quanto è mutata la situazione e perché oggi ci i dichiara disponibili a discutere su ciò che prima era escluso? Perché – detto in volgare – non si invoca più l’osservanza dei principi (o valori, che non è la stessa cosa) definiti «non negoziabili»? È stata forse abrogata la «Nota dottrinale» della Congregazione per la dottrina della fede del 2002 sul «comportamento dei cattolici nella vita pubblica»? Perché non se ne evoca più la direttiva per cui «ad essa [la famiglia] non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale»?

Un contributo almeno propedeutico per sciogliere questi ed altri interrogativi viene da un saggio del prof. Vittorio Possenti apparso sulla rivista Italianieuropei (6/2015) dedicato, con contributi diversi, al pontificato di papa Bergoglio. Con il rigore intellettuale del filosofo, Possenti osserva che «dopo l’emanazione della nota Ratzinger (quella sopra citata) si è verificato un eccesso di ricorso al lessico del non negoziabile nell’area cattolica anche da parte della Conferenza episcopale». E prosegue: «Non v’era intervento o documento che non li richiamasse, creando così una reazione di rigetto». Sicché «il lessico volgeva con un notevole scialo verso il termine di valori non negoziabili».

A me sembra che questo sia un aspetto importante dell’indagine da compiere sulle vicende della Chiesa italiana davanti alle sorprese del mondo contemporaneo. Importante perché inaugura una modulazione autocritica che finora è mancata e che aiuta a superare la spiegazione più ovvia (e più clericale) e cioè che l’espressione non piace a papa Bergoglio e che, dunque, conviene uniformarsi.

Questa riflessione è appena avviata nel popolo di Dio che è in Italia e l’impulso di Francesco è ben lungi dall’essere assimilato se non nell’abbondanza dei richiami alla misericordia. Non si tratta di cambiare i principi ma di scongelare i comportamenti. E se è vero che ultimamente – e proprio nel dibattito sulle unioni civili – si sono colti atteggiamenti e manifestate iniziative che hanno (indipendentemente dall’esito) il sapore di un cambio di metodo nella direzione di un possibile negoziato, si deve notare che queste hanno preso consistenza solo dopo che qualche espressione episcopale ha potuto essere letta come un segnale di via libera. Meglio sarebbe stato che i laici anticipassero i vescovi; ma anche su questo versante c’è ancora molto cammino da compiere.

Intanto passano sullo schermo le convulse vicende del dibattito parlamentare, dove il tutto è alterato dalle esigenze dei partiti e l’oggetto del contendere si sposta: dal fare o meno una buona legge a quel che giova o può nuocere al governo. E così si perde l’occasione di meditare sulla distinzione introdotta da papa Francesco tra il matrimonio come «sogno di Dio» e tutte le altre forme di unione, da tenere nettamente distinte ma sicuramente non vietate, come accadeva nella citata nota del 2002.

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