USA: storie di frontiera

di: Marcello Neri

Confine USA-Messico

Cosa è cambiato negli ultimi due anni al confine statunitense col Messico? Non è forse che la nostra ossessione con Trump, con le sue politiche ballerine e instabili come ogni cinguettio affidato alla rete, non ci consente di vedere qualcosa che va oltre, ed è molto più importante, dell’indignazione liberale di quello che resta del ceto progressista? Cosa vuol dire, politicamente, che un’altra America è solidale con il destino incerto dei migranti condividendone la quotidianità con gesti di cura e dedizione?

Sono solo alcune delle domande che dovremmo porci, ogni volta che assistiamo a un commento mediatico ben standardizzato riguardante la situazione al confine fra Stati Uniti e Messico.

Le anime della Nazione

Perché su quel confine convivono, liminalmente, uno accanto all’altro il business indotto dalla privatizzazione ed esternalizzazione di servizi che dovrebbero essere pubblici, da un lato, e la gratuità solidale di volontari e operatori sociali che sono lì in ragione di una convocazione da parte dell’umano ferito e abbandonato a se stesso, dall’altro.

La disponibilità a monetizzare l’indigenza e lo spaesamento di uomini, donne e bambini, e quella a mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze senza chiedere nulla in cambio, si fronteggiano tra loro. Ma dicono anche di due anime incomposte che scorrono profonde nello spirito statunitense: dove tutto può diventare affare, e dove ci si può spendere anonimamente per riconsegnare dignità a un umano estraneo e ignoto.

Una contraddizione, se vogliamo; ma, forse, così è degli Stati Uniti: un paese contraddittorio in se stesso, in cui coesiste il molteplice senza che le sue diverse sfaccettature giungano mai a un’effettiva riconciliazione fra loro. Razza, condizione sociale, provenienza etnica, appartenenza religiosa – sono tutte profonde linee di faglia attraverso cui passa una forza magmatica che scuote in continuazione il corpo sociale della Nazione.

Esodi famigliari

Nel giro di pochi anni è cambiata la tipologia del migrante richiedente asilo al confine degli Stati Uniti. Se un paio di anni fa si trattava prevalentemente di uomini giovani (tra i 15 e 40 anni), oggi abbiamo a che fare con interi nuclei famigliari (dai neonati di pochi mesi ai nonni in età oramai avanzata) che cercano non tanto di oltrepassare il confine, quanto piuttosto di stabilizzarsi legalmente sul territorio statunitense.

Ascoltando coloro che lavorano sul posto da tempo, questa trasformazione di esodi famigliari lascia intendere un netto peggioramento delle condizioni di vita nei paesi di origine (prevalentemente dall’America Centrale e dallo stesso Messico). Questo a livello di sicurezza sociale, di qualità civile della convivenza, del tasso di criminalità, delle possibilità lavorative ed educative.

L’assorbimento totale dell’attenzione internazionale intorno alla zona di confine tra Stati Uniti e Messico, così come agli eventuali accordi politici che possono essere raggiunti tra i due paesi, impedisce di vedere adeguatamente quanto avviene a sud della linea di frontiera. Un’ampia fascia territoriale che sta vivendo una degenerazione dei livelli minimi di dignità umana delle condizioni di vita quotidiana e un ampliamento incontrollato di forme autoritarie e violente di gestione politica del potere.

Criminalizzazione della richiesta di asilo

Coloro che entrano oggi negli Stati Uniti, e vengono immediatamente bloccati dalla polizia di confine e dalle autorità per l’immigrazione statunitense, sono quasi tutte persone che lo fanno legalmente – ossia chiedendo asilo e avviando le pratiche giuridiche necessarie alla valutazione del caso da parte dell’autorità giudiziaria.

Si tratta, quindi, di una condizione di legalità di fronte alla stessa legge americana; che però, di fatto, viene gestita come se si trattasse di una «fase criminale» di permanenza sul territorio statunitense. In primo luogo, perché i richiedenti asilo non sono liberi di muoversi; in secondo luogo, perché si trovano a dover soggiornare in centri che sono sostanzialmente di detenzione, fino a quando non giunge la sentenza del giudice.

Insomma, una condizione riconosciuta e tutelata dal diritto internazionale viene gestita come se si trattasse un crimine compiuto.

A questo si deve aggiungere l’estrema complessità dell’iter legato al riconoscimento della domanda di asilo sul territorio statunitense, in assenza quasi totale di procedure di mediazione culturale e linguistica. Sostanzialmente, vi è la necessità che ogni domanda di asilo sia seguita da un avvocato per avere una qualche speranza che essa possa essere accettata.

Se poi i gruppi famigliari vengono smistati in differenti centri di detenzione, allora diventa praticamente impossibile fare un’applicazione unica di asilo per tutti i membri. Questo moltiplica ulteriormente i livelli di intermediazione a cui i migranti devono ricorrere in vista dell’ottenimento della condizione di asilo.

Raccontare la propria storia

Davanti alle attività e alla disponibilità dei volontari che operano al confine fra gli Stati Uniti e il Messico, le persone in attesa di giudizio rispetto alla loro richiesta di asilo si sorprendono che vi sia una fetta della popolazione americana che guardi a loro senza timore né rancore.

Sono passati tra mille peripezie e rischi per raggiungere una linea di confine oltre la quale pensavano di trovare unicamente ostilità e rifiuto; e nonostante questo si sono comunque messi in viaggio verso una terra che ai loro occhi risultava essere tutt’altro che promessa.

Ben pronti a scambiare le condizioni di vita nei paesi di origine con una marginalità perpetua – segnata, nel loro immaginario, dal disprezzo perpetuo della popolazione statunitense. Ed è proprio sul confine che anch’essi scoprono un volto altro degli Stati Uniti, un coacervo di organizzazioni caritative, sociali e legali che si prendono cura di persone che giungono lì senza alcuna aspettativa né prospettiva (se non quella di lasciarsi alle spalle la vita da cui provengono).

Vi è un’operosità del bene, un incontro di umanità che si scoprono – magari anche solo per un breve periodo – sorprendentemente prossime l’una all’altra, una pratica della giustizia civile che cerca di rendere onore all’umano e alla storia ferita da cui proviene, che dobbiamo imparare a percepire in maniera più affinata. Ci sono molte storie da raccontare lungo questa striscia di terra; raccoglierle e dare loro voce sarebbe un gesto profondamente politico nel contesto odierno.

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