Venezuela: Chavez, “chavismo” e Chiesa

di: Francesco Strazzari

Checché se ne pensi, Hugo Chavez, a motivo di quanto sta avvenendo drammaticamente in Venezuela, sull’orlo della guerra civile, merita una riflessione sia come personaggio sia come “padre” del socialismo del XXI secolo. Gli si riconosce tuttora di aver lottato contro la povertà, le stridenti disuguaglianze, soprattutto nei barrios. Vi è chi ritiene del tutto sorpassata la sua metodologia e velleitari i suoi piani.

Quattro sono i filoni del “socialismo del XXI secolo”, che lo stesso presidente Nicolas Maduro, in carica dal 14 aprile 2013, prosegue con accanimento: il socialista, il cristiano, l’indigeno e il bolivariano.

socialismo del XXI secolo

La Guardia Nacional Bolivariana contro i dimostranti. Caracas, 3.5.17 (Miguel Gutierrez/EPA)

Dal carcere alla presidenza

Chavez, il 4 febbraio 1992, a capo di un gruppo di cinque tenenti colonnello dell’esercito, trama un colpo di stato contro il presidente Carlos Andrés Pérez. Aveva meditato a lungo su un progetto militare golpista, ispirandosi alle idee di Simon Bolivar.

Fallito il golpe, Chavez viene messo in prigione e vi rimane fino al 1994.

Nel 1998, incredibilmente, vince le elezioni presidenziali. Lo acclamano perché batte il tasto della corruzione e promette di uscire dalla gravissima situazione economica del Paese. Metà della popolazione è sotto la soglia della povertà estrema.

Chavez va al potere democraticamente. Nel 1999 viene approvata la nuova Costituzione. Nel 2002 subisce un tentativo di golpe da parte dei militari. Una messinscena carnevalesca, tanto che viene subito rimesso al suo posto. Rieletto nel 2006 con il 64% dei suffragi, li vede a poco a poco sfumare.

Per mettere in atto il “socialismo del XXI secolo”, Chavez si avvale della Forza armata nazionale ( FAN), che ha riformato secondo i suoi progetti, divenendo il comandante in capo, abile e minuzioso controllore dei suoi ufficiali, tanto da operare significative espulsioni. Continua la sua predica marxista, con pressanti richiami al bolivarismo. Mette in atto un preciso progetto di ideologizzazione e di politicizzazione, che gli analisti battezzano con il nome di chavista. Il chavismo è dottrina onnicomprensiva.

Il secondo appoggio gli è dato dalla borghesia, che gli oppositori chiamano chavoburguesia, arricchita con il suo beneplacito.

Il terzo supporto gli viene dalla nomenklatura, l’imponente apparato statale, che si ingigantisce a dismisura.

L’elettorato di Chavez è soprattutto nelle campagne, dove il presidente fa affluire una consistente quantità di denaro per i programmi sociali, le misiones, che di fatto contribuiscono a diminuire la povertà.

Inizia la crisi

Ma dal 2007 si assiste al lento e progressivo declino del presidente causato da tre grandi crisi che investono il Paese: la crisi dell’energia, della sanità pubblica, della sicurezza cittadina.

Si infiammano nel Paese le discussioni sulla natura del chavismo. È senza dubbio un regime autocratico, perché non vi è separazione dei poteri. Chavez di fatto controlla gli organi dello Stato. È un regime totalitario, anche se vi sono i partiti politici, si tengono le elezioni, operano i sindacati, esiste il diritto di manifestare, vi è libertà di espressione, benché controllata, non vi è terrorismo di stato.

È un capitalismo di stato all’interno di un contesto autoritario e autocratico. Il progetto di riforma della Costituzione del 2007, rifiutato dalla popolazione, contemplava la nuova architettura dello Stato: centralismo e presidenzialismo. Celebre l’espressione di Chavez: «L’unico che può governare questo Paese in questa congiuntura sono io».

La riforma della Costituzione aveva tre scopi:

1) il presidente può essere rieletto all’infinito,

2) eliminazione di qualsiasi tipo di opposizione al potere esecutivo in generale e alla presidenza in particolare,

3) centralità dello Stato.

La vera novità della concezione chavista dello Stato sta nel noto poder comunal: il progetto nazionale di Chavez deve essere alla base di ogni struttura e organismo locale. Il parlamento, a maggioranza chavista, approva la famosa Legge abilitante, prevista dalla Costituzione, che dà al presidente i poteri di legiferare mediante decreti per 18 mesi su qualsiasi ambito della vita nazionale. La manovra viene criticata perché approvata da un parlamento totalmente in mano al partito del presidente con lo scopo di bloccare le funzioni del nuovo parlamento, dove siede anche l’opposizione.

Chavez è in realtà il capo del Partito socialista venezuelano (PSUV), che dirige ispirandosi al modello di partito di matrice leninista, di cui sono note le caratteristiche: centralismo democratico, verticalismo, assenza totale di discussione all’interno, rigida disciplina militare e governo della società nelle mani del partito.

Il progetto di riforma costituzionale viene bocciato il 2 dicembre 2007 anche da una parte dei chavisti e Chavez riceve un grosso colpo, che lo rende talmente nervoso da insultare pubblicamente i contrari alla riforma con epiteti indegni di un presidente. Il chavismo perde alla base e incontra sempre maggiori perplessità, come dimostrano le elezioni regionali e locali e il referendum del 2009.

Chavez non si arrende, anzi tra il 2008 e 2009 allarga il raggio di azione dello Stato: occupare tutti gli ambiti della vita civile, soprattutto in economia. Ma la sopravvalutazione della moneta, l’inflazione galoppante, la fuga dei capitali, il deterioramento dell’economia lo stanno mettendo alle corde. Molti intellettuali lo abbandonano; gli studenti si mettono all’opposizione; la gerarchia cattolica è fortemente critica temendo l’instaurazione di un regime leninista alla cubana.

Scende in campo la Chiesa

 La Conferenza episcopale scende in campo l’11 gennaio 2008: il motto Patria, socialismo o morte è contrario alle aspirazioni del popolo.

Il 13 gennaio 2009 i vescovi pubblicano un’Esortazione sulla situazione del Paese e il rinnovamento etico. Scrivono che la vita quotidiana per molti è un «vero dramma». Attaccano i salari altissimi di cui godono i funzionari statali, mentre la popolazione sprofonda nella povertà.

Il 6 aprile 2009 denunciano il clima di violenza e si dicono preoccupati per la mancanza di sicurezza. I sequestratori, i sicari, i narcotrafficanti e i contrabbandieri restano impuniti.

Il 23 marzo 2009 rilevano «una progressiva identificazione di partito-Stato, la polarizzazione e divisione del Paese, che colpiscono il sistema democratico. È necessario restaurare e rafforzare lo stato di diritto».

Nell’Esortazione del 10 luglio 2009 denunciano che si è accelerata «l’imposizione arbitraria e unilaterale del progetto di socialismo del XXI secolo, il quale non rispetta la volontà popolare».

Sulla polarizzazione ideologico-politica ritorna l’Esortazione del 7 luglio 2010: il regime la finisca con gli attacchi personali al card. Jorge Urosa, arcivescovo di Caracas, e riafferma che «è inaccettabile l’imposizione di uno Stato socialista che si ispira al regime comunista cubano, che si va realizzando con leggi e fatti che non tengono conto della volontà popolare e della Costituzione in vigore».

Nell’Esortazione dell’11 gennaio 2011, ricordando il bicentenario della Dichiarazione d’indipendenza del Venezuela, attaccano l’Assemblea nazionale che dà priorità a un’agenda ideologica con lo scopo di instaurare un sistema socialista e totalitario di Stato e di governo contrario alla Costituzione del 1999, che «disconosce la sovranità popolare, ferisce gravemente il bene comune, l’istituzionalizzazione democratica e i diritti dei venezuelani».

Chavez viene colpito da una grave malattia ed è costretto a sottoporsi a chemioterapia. Muore il 5 marzo 2013.

Il 14 aprile 2013 prende il suo posto il sindacalista Nicolas Maduro. Diventa il protagonista della storia di drammatici eventi della sua presidenza alle prese con continui conflitti, manifestazioni di piazza, morti e feriti. Un braccio di ferro con le opposizioni che vogliono farla finita con il chavismo.

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