Venezuela: fame e paura

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1. Alcuni dati storici

Venezuela, un paese ricco di risorse naturali, attraversa in questi giorni la più grave crisi economia e sociale della sua storia. Per comprendere quanto sta succedendo dobbiamo ricostruire un po’ di memoria. Hugo Chávez è salito alla Presidenza nel 1999. La sua politica intendeva condurre il paese a quella che egli chiamava una maggiore «sovranità». Alla luce di questa premessa, il presidente prendeva decisioni volte a proteggere il paese da quanto potesse violare gli interessi nazionali. Durante il mandato del defunto presidente vennero espropriate centinaia di imprese allo scopo di affidarle all’amministrazione della gente del popolo organizzata in comuni. La sovranità sarebbe stata garantita quando i venezuelani fossero stati padroni dei mezzi di produzione. Scelte in odore di marxismo, anche se Chávez ha sempre rifiutato di essere considerato comunista.

Hugo Chávez

Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999 alla morte nel 2013

Gli anni tra il 1999 e il 2012 vedono consolidarsi un sistema politico che Chávez aveva battezzato col nome di “socialismo del XXI secolo”. L’accento sulla sovranità e l’insicurezza giuridica di un paese che non garantiva gli investimenti stranieri hanno causato il decremento degli investimenti privati, nazionali ed esteri. Le imprese amministrate dalle comuni andarono una alla volta chiudendo per la scandalosa corruzione e per la mancanza di competenza nella gestione e amministrazione. Il Venezuela ha finito presto per dipendere dalle importazioni per poter sopravvivere. Si arrestò la produzione di beni di ogni tipo, essendo i prodotti alimentari quelli che più mancavano alla popolazione. Il progetto di Chávez andò oltre le frontiere. Chávez indicava come nemico gli Stati Uniti, mentre costruiva ponti con gli altri paesi dell’America Latina, Con la Cina, i paesi arabi, l’Africa e l’Europa (soprattutto Portogallo e Italia). Buone relazioni internazionali erano garanzia di appoggio negli organismi sovranazionali. La diminuita produzione del Venezuela, compensata dalle importazioni, non ebbe dapprima conseguenze dirette sul singolo venezuelano. Il Venezuela dipende per il 90% dal petrolio. Gli alti prezzi del greggio permettevano un’economia di rendita per la quale i venezuelani godevano di beni a basso costo. La maggioranza poteva comperare automobili, viaggiare in tutto il mondo e acquistare prodotti di qualità attraverso Amazon.

Sul finire del 2012, ma soprattutto nel 2013, il Venezuela subisce un trauma. Il presidente Chávez si ammala. La sua ultima apparizione pubblica risaliva all’8 dicembre del 2012. Da quel momento si sarebbe visto soltanto il suo cadavere il 5 marzo 2013. Chávez lascia come successore Nicolás Maduro. Questi si era formato politicamente da giovane a Cuba. Il presidente vedeva in lui la possibilità di continuare il suo progetto.

Nicolás Maduro

Nicolás Maduro, presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 14 aprile 2013, dopo aver ricoperto il medesimo incarico dal 5 marzo 2013 al 14 aprile 2013 ad interim.

Nel periodo di assenza del presidente si diffondono una disinformazione e una corruzione devastanti. Non c’è governo. Nell’aprile 2013 viene proclamato presidente Maduro in seguito a elezioni sospette. Il presidente attuale non è evidentemente Chávez. Maduro si spinge verso un chiaro comunismo latinoamericano. A differenza di Chávez, va lentamente sfibrando le relazioni internazioni che erano state tanto curate. L’obiettivo sembrerebbe l’isolamento del paese. Debiti miliardari verso le imprese del trasporto aereo non vengono pagati, né si pagano alle compagnie telefoniche straniere gli addebiti per le chiamate internazionali e non si cancellano debiti miliardari a imprese del settore alimentare e vestiario che avevano esportato in Venezuela. In breve tempo, alcune linee aeree sospendono i voli verso il Venezuela e le chiamate telefoniche internazionali diventano impossibili. Il governo finisce per essere l’unico importatore di beni e controllare la rete di distribuzione alimentare e altro.

2. Il momento attuale

In Venezuela, nell’arco di tre anni si è passati dall’abbondanza di beni alla scarsità totale. Le imprese non espropriate dipendono totalmente dal governo, che controlla non solo le importazioni, ma anche il listino dei prezzi di vendita dei prodotti finiti. Alimenti e medicine scarseggiano e si acquistano con grandi sacrifici, lunghe file, attese di ore per avere tra mano uno o due prodotti.

Crisi economica in Venezuela

«In Venezuela, nell’arco di tre anni si è passati dall’abbondanza di beni alla scarsità totale»

Il governo sfrutta la situazione per mostrarsi come il grande benefattore perché vende a basso prezzo pacchi di alimenti a gruppi di persone del ceto popolare. Alla scarsità si aggiunge un’inflazione superiore al 100% su base annua. La classe media non c’è più. Gli stipendi sono ridicoli. Ci sono tre tipi di cambio con il dollaro. Uno preferenziale per medicine e alimenti: 12 bolivar; un altro ufficiale e fluttuante il cui valore oscilla intorno ai 450 Bs, che però sale quotidianamente, e un cambio “nero” – poiché il governo non vende dollari – che chiede per un dollaro 1.050 Bs. Se il salario mensile di un venezuelano è di 15.000 Bs, il suo valore al cambio ufficiale fluttuante è di 34 $, ma al cambio “nero” – quello effettivo – il valore del salario scende a circa 14,5 $. Un kg di carne costa 4.000 Bs, le uova 3.000, l’olio 1.200. Il salario di un mese di un venezuelano comune è appena sufficiente per mangiare una settimana. Questa è la dura realtà.

A tutto ciò si aggiunge la paurosa situazione strutturale di violenza criminale. Quanti di noi siamo andati a lavorare nel “cerro” (quartieri poveri) abbiamo incontrato giovani provvisti di armi moderne: pistole, mitragliette e granate. Oltre che tenere in soggezione gli abitanti del quartiere, estorcono il pizzo ai commercianti della zona per lasciarli tranquilli. L’insicurezza è tale che a Caracas non c’è vita notturna e nessuno si azzarda a denunciare questi fatti per timore di ritorsioni. I sequestri sono diventati pratica frequente, perché i riscatti procurano ai delinquenti somme ingenti di denaro, a volte in dollari. Fame e paura sono due costanti nella vita quotidiana dei venezuelani.

Da turisti del mondo siamo diventati mendicanti di cibo nei supermercati. Prima di questa situazione, Leopoldo López (dirigente politico che ha trascorso più di due anni in carcere) e altri politici venezuelani hanno portato in piazza grandi folle a manifestare il proprio scontento. Dal 12 febbraio 2014 fino al maggio di quello stesso anno il Venezuela si popolò di proteste. Il governo ha risposto con la repressione e la ripetuta violazione dei diritti umani. La mobilitazione puntava all’abbandono del presidente. Il tenore delle manifestazioni si raffreddò quando venne convocato un tavolo di dialogo, ma purtroppo il dialogo si fermò soltanto alla dichiarazione di buone intenzioni.

Da allora lo scontento sociale è incontenibile. Senza cibo, senza medicine, con tagli frequenti di elettricità, con la delinquenza che la fa da padrona e una delle inflazioni più alte del mondo, il pericolo di un’esplosione sociale è alle porte. Tuttavia il governo controlla l’alto comando militare, cui è stato affidato il controllo delle imprese. Nel settore militare la corruzione è vistosa. Così come si parla di un cartello dei controllori del traffico di droga nel quale si suppone siano coinvolti alti funzionari del governo. Questo fatto è stato reso pubblico dalla stampa internazionale e quella nazionale vi ha fatto eco. Lo scontento si è palesato nelle elezioni parlamentari del 6 dicembre 2015, quando il governo non solo ha perso la maggioranza parlamentare, ma si è fermato a un terzo della rappresentanza totale.

Il nuovo scenario politico ha riacceso il clima di confronto. La lotta fra il potere legislativo e quello giudiziario è notoria. Il potere giudiziario, designato dal vecchio Parlamento, è composto da giudici che sono stati membri del governo di Maduro e organici al suo partito. Per questo qualunque azione del potere legislativo volta a  indebolire il presidente è interpretata dai giudici come un golpe istituzionale. Per contro, il Parlamento interpreta come golpe istituzionale il blocco delle sue decisioni. Sostituire il presidente per cambiare direzione al paese, introducendo modifiche sostanziali, non pare risolvere i problemi. Chi ha ottenuto benefici dal governo, benché non immediati, non intende rinunciarvi. Né appare facile restituire le imprese ai precedenti proprietari.

3. Necessità del dialogo

Non basta cambiare il governo. È necessario un dialogo. Alcuni settori forti dell’ambito militare e politico dispongono del potere delle armi. Il presidente ha dato prova che non intende dimettersi e minaccia di difendersi ricorrendo anche alle armi se necessario. I militari sono divisi: alcuni vorrebbero continuare alleati al governo, altri già dichiarano che è necessario cambiare. Il pericolo di una guerra civile non è possibilità remota, è, ben di più, una realtà molto prossima.

La Conferenza episcopale venezuelana, nel suo ultimo Comunicato del 27 aprile, esorta il popolo venezuelano al dialogo: «Ciascuno, nel ruolo che gli compete, è chiamato a dare al popolo un esempio di  “incontro e dialogo” in favore della convivenza nazionale. In questa stessa linea, si devono cercare, insieme, quelle soluzioni a problemi di vitale importanza che il popolo reclama » (Comunicato, n. 9).

I prelati della Chiesa venezuelana si pongono al fianco della gente che soffre e affronta molte difficoltà per procurarsi cibo e medicine. La chiarezza e la concretezza dei vescovi comportano un serio discernimento sulla situazione e invitano il cristiano a non aver paura: «Tutti i cattolici hanno la responsabilità di irrobustire la solidarietà con il prossimo e nelle comunità. È questo il primo apostolato. Chi fa parte dei consigli comunali detiene uno strumento utile allo scopo. Ascoltiamo papa Francesco: “Vivano i conflitti in modo evangelico, trasformandoli in occasione di crescita e riconciliazione» (Comunicato, n. 8).

Conferenza episcopale venezuelana

«La Conferenza episcopale venezuelana, nel suo ultimo comunicato del 27 aprile, esorta il popolo venezuelano al dialogo»

Non si tratta di cercare né la competizione, né la rassegnazione; né un discorso appassionato, né una passività complice della situazione. Nel clima di difficoltà politica la gerarchia della Chiesa ha un suo peso specifico, al punto che il governo trova scomode le dichiarazioni dei vescovi. D’altro canto, i vescovi corrono il rischio di identificarsi con una parzialità divisiva. L’equilibrio è necessario per non acutizzare il conflitto e proporre soluzioni viabili. L’atteggiamento evangelico e civile della gerarchia ecclesiastica si stanno mostrando fondamentali in questo momento. Più che elaborare un progetto politico, i vescovi esortano a partire dal Vangelo e propongono soluzioni possibili a partire dalla fede.

«Vogliamo mettere in guardia il popolo! Che non si lasci manipolare da quelli che offrono un cambiamento della situazione per mezzo della violenza sociale. Ma nemmeno da coloro che esortano alla rassegnazione, o coloro che lo vorrebbero costringere con le minacce al silenzio. Non dobbiamo lasciarci vincere dalle tentazioni! […] Il Vangelo ci chiede efficacia! Ci rivolgiamo a chi detiene un potere pubblico, nei diversi ambiti e in quanto loro compete, perché ascoltino con rispetto la voce del popolo, le diverse espressioni delle sue numerose necessità e delle sue legittime richieste» (Comunicato, n. 3).

Nel Comunicato non ci sono condanne né applausi, ma solamente esortazioni, che contribuiscono a ricostruire uno stato di diritto, da parte di pastori preoccupati per la crescente violenza, la fame e la desolazione della propria gente. La proposta di dialogo deve darsi come obiettivo il bene del paese. Tutti i pastori e quanti detengono responsabilità nella missione evangelizzatrice sono chiamati a esercitare la carità, allo scopo di rendere possibile l’incontro, la fiducia reciproca e il dialogo. La carità come pratica e il dialogo come forma di incontro sono le proposte che l’insieme dei vescovi chiedono a quanti esercitano un ministero ecclesiale, dal catechista al vescovo.

«È necessario “primerear” nella carità. È stata questa l’imperitura lezione della storia della Chiesa. Tutte le nostre comunità ecclesiali devono aprire uno spazio, per convertirsi in “case di incontro e di dialogo” per quanti cercano sinceramente e disinteressatamente di costruire la pace. Tutto questo lo fondiamo sulla parola di Dio, l’eucaristia, la preghiera e la carità evangelica» (Comunicato, n. 10).

La preoccupazione per il paese relativizza il limite delle nostre frontiere. Numerose istituzioni nell’ambito dei diritto umani (UNASUR, OEA, ONU) e lo stesso Vaticano hanno manifestato pubblicamente preoccupazione per la situazione del Venezuela. La Santa Sede ha proposto che il segretario Paul Richard Gallagher offrisse i suoi buoni uffici per mediare. Il governo però, senza dare spiegazioni, ha respinto l’offerta e ha chiesto che sia l’ex-premier spagnolo, Zapatero, a lanciare il ponte tra i due principali attori politici del paese.

Il processo di dialogo è una sfida difficile, però inderogabile. L’opposizione addossa tutti i mali al governo e al suo sistema. In causa è il socialismo non solo i suoi esponenti. Manca una riflessione seria sulle verità del discorso del defunto presidente Chávez, da riproporre con nuovi attori, senza per questo ripetere la stessa modalità di esercizio del potere. Le questioni poste del defunto presidente continuano ad avere valore; risposte, tuttavia, non sono ancora giunte e di ciò nessuno si occupa. D’altro canto, il governo ha mostrato il volto duro e, al momento di sedersi al tavolo del negoziato, la mossa nei confronti del card. Gallagher si è rivelata una dimostrazione di sfiducia e prepotenza. A questa mossa andrebbe sommata la cancellazione di una visita del presidente Maduro a papa Francesco. Se a questo aggiungiamo che il governo non autorizza la Caritas a ricevere dall’estero aiuti alimentari e medicinali per i venezuelani, ci facciamo un’idea di quanto sia difficile colloquiare con chi non intende ascoltare. Senza dubbio non v’è altro cammino se non il dialogo: o ci ascoltiamo o ci uccidiamo!

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