Adriano Olivetti, uomo di fede

di: Franco Ferrarotti
stabilimenti

Ivrea, gli ex stabilimenti della Olivetti di via Jervis

Nei dodici anni in cui gli sono vissuto accanto (quando ero all’estero, lontano, in India o in Cile, non c’era sabato che non mi arrivasse la sua telefonata), Adriano Olivetti non mi ha mai parlato direttamente e in maniera specifica della questione religiosa. Ne parlavamo, forse anche spesso, ma in modo indiretto, talvolta obliquo, quasi a dar ragione a Tertulliano là dove scrive diffusamente di un cristiano «lógos spermatikós», che afferma Cristo prima di Cristo e che rende cristiani anche coloro che non sanno di esserlo.

Olivetti, sul quale sono fiorite leggende relative ai suoi interessi per le scienze più o meno occulte, dall’astrologia ai riti divinatori, dalla numerologia alla grafologia, era, senza ombra di dubbio, un uomo intimamente religioso. Nel senso preciso che aveva e coltivava in sé un forte senso del mistero e riconosceva i limiti dell’esprit polytecnicien, lui, che pure era un laureato del Politecnico di Torino e un imprenditore dinamico e creativo, in grado di far quadrare i conti e di tenere in ordine i bilanci.

Di padre ebreo e di madre valdese, confluivano in lui la grande tradizione del profetiamo biblico, da un lato, e il rigore etico protestantico, dall’altro. Ma le due tradizioni non convivevano semplicemente sulla sua persona, meccanicamente riunite o giustapposte, all’insegna di un sincretismo irresponsabile.

In Olivetti trovavano, grazie alla sua conversione al cattolicesimo, una sintesi positiva, dottrinalmente coerente e organizzativamente garantita. Potrei forse spingermi a dire che Olivetti aveva risolto per conto suo la spinosa questione del pleroma, ossia del rapporto fra giudaismo e cristianesimo. Gli autori cui si riferiva come punti di riferimento essenziali erano Emmanuel Mounier e Jacque Maritain, intorno ai quali non gli nascondevo le mie radicate perplessità. Ma l’autrice che ci vedeva uniti e interiormente consonanti era Simone Weil.

Con Olivetti mi è accaduto più volte di parlare anche del famoso direttore della Quinzaine, Charles Péguy. Come Simone Weil, Péguy poteva definirsi un cattolico con riserva. Perplessi e riluttanti, Weil e Péguy non si erano mai decisi a entrare in chiesa e a ricevere i sacramenti come tutti gli altri fedeli, pur convinti di far parte del «popolo di Dio» e di essere stati accolti nel Corpus mysticum dei credenti.

Olivetti faceva gran conto, malgrado le critiche che non cessavo di sussurargli, sia di Emmanuel Mounier, l’autore di Révolution personaliste et communautaire, che di Jacques Maritain, con particolare riguardo a Humanisme intégral. Con una punta di cattiveria, come dire?, etimologica, gli dimostravo che il concetto di «persona», nonostante le interessanti elaborazioni teologiche della patristica cristiane, voleva solo dire, in fondo, e indicare la «maschera», quella che gli attori del teatro classico greco-romano portavano davanti alla faccia e attraverso la quale «suonava» (per-suonava) la loro voce. Più facili mi riuscivano le nostre polemiche a carico di Jacques Maritain, date le sue esplicite simpatie per il dittatore spagnolo Francisco Franco. Ma, come ho potuto osservare in Una teologia per atei (Roma-Bari, Laterza, 1983), la proposta di Maritain nasce e si nutre di queste insufficienza, che sono a un tempo teoriche e pratiche. Più che un libro, Umanesimo integrale è in questo senso un manifesto. Colpisce in esso in primo luogo la coerenza organica del disegno generale, quel gusto dell’architettura del testo che tradisce la buona scuola tomistica, e insieme una scrittura essenziale, la frase asciutta, talvolta apodittica, quella felicità dell’enunciato concettuale, caratteristicamente francese, che civetta con l’attualità senza farsene mai, o quasi mai, schiavo.

Maritain fonda la sua proposta di «umanesimo integrale» su una critica radicale delle insufficienze, opposte e simmetriche, della democrazia liberale e individualistica, essenzialmente borghese, e del collettivismo di ispirazione marxistica. La critica è radicale, ma non puramente negativa e demolitrice. Maritain resiste alla tentazione della stroncatura, che pur sarebbe possibile. La hybris polemica è mitigata in lui dalla robusta consapevolezza di una continuità storica la cui perdita sarebbe un impoverimento per tutta la cultura occidentale. Come quei cristiani dei primi secoli che avevano ancora addosso l’odore umido delle catacombe e che costruivano le loro chiese saccheggiando i templi pagani e rimediandovi marmi e colonne e capitelli e materiale vario per la loro propria costruzione, Maritain sa che l’umanesimo integrale presuppone necessariamente l’umanesimo naturale.

Era però in Simone Weil che le nostre vie, solo per un breve tratto divaricate, ancora una volta, gloriosamente, si riunivano. Con Weil si tornava alle fonti, alla lettura e allo spirito dei Vangeli. Ricordo con nettezza una intera notte di discussioni, trascorsa nell’Hotel Vesuvius di Napoli, la vigilia del discorso d’apertura della campagna elettorale della III Legislatura, nel maggio del 1958. Il discorso sarebbe stato tenuto nel teatro cittadino naturalmente da Olivetti, che appariva preoccupato, ai limiti dell’ossessione, a proposito di certe citazioni dal Vangelo di cui, come per solito, il suo testo appariva costellato. Io gli suggerivo di valersi del noto episodio del giovanissimo Gesù, appena pubere, che scaccia i mercanti dal Tempio, gridando loro che avevano trasformato la casa del Padre in una spelonca di ladri.

Troppo duro, mormorava Olivetti. Rischiamo, qui a Napoli, di alienarci troppa gente. Si ripiegava sulla parabola del cieco che guida altri ciechi e tutti naturalmente finiscono nel fossato. No. Troppo pessimistico. Fu scelta alla fine la parabola del buon samaritano, con cui Olivetti avvertiva una certa congenialità.

Olivetti riteneva riduttiva la mia concezione «etimologica» di persona. Egli si riferiva all’insegnamento della patristica cristiana in particolare a Gregorio nisseno, e qui francamente non potevo seguirlo. Trovava anche il mio concetto di «individuo autotélico», cioè in grado di porre a se stesso, autonomamente, uno scopo, un télos, di vita eccessivamente protetto e estraneo dal punto di vista del necessario ancoraggio sociale.

Solo la parola di Dio poteva qui venire in soccorso. L’eredità protestante della madre emergeva, a questo proposito, chiarissima in Olivetti. La sua ricerca della citazione biblica giusta era spasmodica e appassionata. Aveva qualche cosa di luterano. Mi ricordava la massima di Lutero: natura Verbi est audiri. Ascoltare la parola di Dio e praticarla. Nessuna distinzione o cesura fra parola e azione. Fra convinzione e comportamento. La connessione fra pensiero e azione ha da essere assoluta. Di qui, l’utopia olivettiana e la funzione sociale dell’utopia ad evitare che una società si avviti su se stessa e imploda, producendo uomini fungibili per una società defunta. Debbo ammettere che non lo seguivo. La parola di Dio non mi bastava ascoltarla per praticarla. Lo stesso problema di Dio lo vedevo con riguardo all’uomo, creatura storica e meta-storica nello stesso tempo. Sentivo Dio presente come un assente. Non mi importava granché dell’esistenza o dell’inesistenza di Dio. Il problema fondamentale, l’ombra, di cui l’uomo non poteva fare a meno e che peraltro non riusciva ad afferrare, era il mistero di Dio. A Olivetti questo spasimo desiderante non era sufficiente. Solo la Rivelazione divina avrebbe potuto appagarne il bisogno di significato, la sete di verità: un Dio non segregato, non custodito nelle chiese, ma presente e vivo nella realtà quotidiana del mondo umano.

copertinaLo scorso 4 luglio 2018, l’UNESCO ha accolto nel Patrimonio mondiale dell’umanità «Ivrea, città industriale del XX secolo». Nel 1908 a Ivrea nasceva la Olivetti, frutto del sogno all’epoca utopico del suo fondatore Adriano Olivetti, non un semplice marchio, ma un grande progetto sociale, ancora oggi innovativo, che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città. A cavallo tra gli anni Trenta e Sessanta del 1900, Ivrea diviene il fulcro delle più avanzate riflessioni in campo industriale e socio-economico, architettonico e urbanistico che hanno contribuito a renderla una città all’avanguardia, a partire dalla prima fabbrica in mattoni rossi fino ai nuovi e rivoluzionari modelli sociali, costruiti attorno all’utopia umanistica posta come filosofia aziendale. Il testo di Ferrarotti qui ripreso è un capitolo del suo La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB, Bologna 2013.

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