Ardigò, cattolico “adulto”

di: Fulvio De Giorgi

Achille ArdigòLa figura di Achille Ardigò appare importante oggi per i credenti che desiderano vivere con impegno e responsabilità verso il Paese. Contro la sfiducia e l’assenza di partecipazione. A dieci anni dalla morte, la Chiesa bolognese e l’Istituto De Gasperi (24 febbraio 2018) hanno voluto ricordare un credente (a lungo “centrale” per la Chiesa cattolica, ma che negli ultimi anni è risultato purtroppo “marginalizzato”), un laico che ha vissuto testimoniato come indivisibile proprio l’impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana. La relazione del prof. Fulvio De Giorgi, storico dell’Università di Modena Reggio Emilia – Achille Ardigò nel cammino della Chiesa italiana tra annuncio del Vangelo e impegno per la giustizia e la partecipazione alla trasformazione del mondo –  mostra la lezione fondamentale di etica civile di Ardigò. Una lezione fatta di serietà della coscienza e del dovere, radicata e fondata in Cristo, che, partendo dalla lotta partigiana, attraverso le formulazioni ideali della Costituzione della Repubblica e del concilio Vaticano II, giunge fino agli ultimi decenni che stiamo vivendo, sempre nel segno della Resistenza.

1. Sono qui oggi non perché, come storico, abbia svolto ricerche specialistiche sulla figura e sull’opera di Achille Ardigò. Sono qui, in realtà, per un profondo debito personale – umano, civile e spirituale – che ho verso Ardigò. Ma soprattutto sono qui per proporre alla vostra attenzione quella che a me pare l’attualità di Achille Ardigò, soprattutto – anticipo subito – dell’ultimo Ardigò: il meno conosciuto, il più “silenziato”, eppure vitale, ancor oggi, nella profondità della sua analisi e nella forza, radicalmente evangelica, della sua proposta: la sua attualità, dico, per la Chiesa italiana.

Vorrei partire proprio da una pagina di ricordi dell’ultimo Ardigò, il quale nel 1998 scriveva: «Ricordo un episodio che è nettamente impresso nella mia memoria. Era la sera dell’ 11 febbraio 1980. In uno studiolo privato del centro di Roma, dell’allora segretario generale del CNEL Valentino, ci eravamo trovati, come già altre volte, un gruppo di amici o buoni conoscenti del padrone di casa. Tra essi, alcuni importanti opinionisti, qualche grand commis di stato, amici politici della sinistra morotea. C’era anche Vittorio Bachelet, allora vice presidente del CSM. La discussione si animò attorno alla constatazione di un grosso opinionista, appena tornato da importanti, per lui, incontri a Milano. La constatazione sua era che ormai non si poteva far politica senza fare affari, senza maneggiare grosse somme. Gli affari, parve di capire, erano ormai prerequisito alla politica efficace. I pro e i contro non mancarono a quella constatazione. Accompagnandomi a casa nella macchina blindata del suo ufficio, Vittorio Bachelet si fermò un poco con me a Corso Vittorio, all’altezza di piazza Navona. Riprendemmo insieme con preoccupazione la constatazione che tra il rassegnato e il cinico aveva fatto l’importante opinionista. Concludemmo che il cristiano in politica, se coerente, non poteva essere sempre uomo di successo e che bisognava resistere. Ricordo quella data perché il giorno dopo Bachelet veniva ucciso dalle “Brigate rosse” sugli scalini della sua facoltà».[1]

Ecco: è questa lezione fondamentale di etica civile, è questa serietà della coscienza e del dovere, radicati e fondati nella carità evangelica, cioè in Cristo, che, partendo dalla lotta partigiana, attraverso le formulazioni ideali della Costituzione della Repubblica e del concilio Vaticano II, giunge fino agli ultimi decenni che stiamo vivendo, sempre nel segno della Resistenza. Lezione civile, radicalmente laica, senza ombre di integralismo, eppure che ha il suo fondamento di senso nella fede cristiana: Resistite fortes in fide (1Pt 5,9).

Proprio dalla partecipazione coraggiosa al moto resistenziale, il giovanissimo Ardigò iniziò, come altri di poco più anziani di lui o suoi coetanei, l’impegno civile che divenne poi politico e culturale, nell’Italia democratica e repubblicana. Ed egli partecipò da protagonista, ancorché non nella prima fila del potere di governo, a quelli che sono stati i momenti più importanti e più alti della oggi cosiddetta “prima” Repubblica, quella che potremmo, da storici, chiamare la Repubblica democristiana, perché ebbe nella Dc il perno del suo sistema politico.

Ardigò partecipò così all’età degasperiana della Ricostruzione, da “alterno-interno”, cioè a fianco di Giuseppe Dossetti. Partecipò alla stagione del centro-sinistra, come pensatore di punta accanto ad Aldo Moro. E, dopo la fase di arretramento e di iniziale decadenza dei primi anni ‘70, fu ancora nelle importanti retrovie culturali della leadership di Benigno Zaccagnini e di Aldo Moro, durante la drammatica stagione della «solidarietà nazionale», che salvò le istituzioni democratiche italiane sconfiggendo il terrorismo ma non riuscì nell’intento di avviare un nuovo modello di sviluppo economico-sociale.

Quella stagione si interruppe, com’è noto, con l’assassinio di Moro. In quei tragici 55 giorni del rapimento dello statista pugliese, Ardigò si schierò dalla parte, cosiddetta, della trattativa e non di quella della cosiddetta fermezza. Come sappiamo, dal governo fu adottata la posizione della fermezza e Moro non fu liberato.

Dalla morte di Moro partì non solo, in modo più ravvicinato, la rapida fine della stagione politica della «solidarietà nazionale», ma partì soprattutto il processo che avrebbe portato al crollo del sistema politico italiano e, in esso, della Democrazia cristiana, nel giro di un decennio e nel contesto del crollo del comunismo e della fine del sistema politico mondiale del secondo dopoguerra.

L’involuzione morale e di potere del partito democristiano, già denunciata da Moro fin dal 1969, ma accentuatasi dopo la sua morte, negli anni del cosiddetto Preambolo e del CAF (acronimo per Craxi-Andreotti-Forlani), posero l’esigenza, avvertita da Ardigò e da altri, come vedremo, di salvare la tradizione cattolico-democratica, nel suo impegno per il bene comune, dall’inevitabile e inglorioso naufragio della Dc.

2. Peraltro, proprio quel tramonto fosco, accompagnato dallo stigma morale della corruzione e dell’affarismo, ha rischiato e forse rischia ancora di proiettare la sua ombra all’indietro e di cancellare, o quanto meno non far vedere, l’importanza storica e il lato positivo, in realtà prevalente, che la Repubblica democristiana aveva rappresentato per l’Italia. Ecco allora che la figura di Ardigò – che di quella Repubblica, come si è accennato, era stato protagonista – aiuta a comprenderne appunto il valore storico generale. Ma è anche vero il reciproco: senza un’intelligenza storica della stagione della prima Repubblica, non è possibile collocare storicamente la figura di Ardigò e dunque adeguatamente comprenderla.

Nell’impossibilità, peraltro, di svolgere ora questa più complessa e articolata ricostruzione storica, basti richiamare alcuni giudizi dello stesso Ardigò, nel famoso discorso che egli fece al primo convegno di S. Pellegrino: giudizi allora politici, ma che oggi possiamo assumere come “cifra” di ciò che storicamente la Repubblica è stata, sotto la guida e la visione etico-politica delle classi dirigenti cattolico-democratiche. In quella sua relazione del settembre 1961, Ardigò osservava: «La partecipazione dei cattolici alla Resistenza allarga una presenza nel mondo del lavoro industriale che l’azione cattolica, per vie diverse, aveva avviato soprattutto tra i nuovi ceti medi e tra le nuove masse operaie (dai centri industriali), provenienti da campagne non ancora scristianizzate. All’indomani della liberazione, il mondo cattolico, le forze cattoliche antitotalitarie, la corrente sindacale cristiana, sono presenti – da minoranze attive e pugnaci – nel mondo operaio del triangolo industriale, anche se hanno perso posizioni dominanti in altre direzioni già “bianche”; ad esempio, tra i mezzadri. Una sintesi politica più ampia sembra dunque possibile alla DC per la stessa maggiore ampiezza delle adesioni tra i ceti operai e i nuovi ceti medi urbani, oltre che nel mondo rurale e nella borghesia. E tuttavia De Gasperi, da grande politico quale era, avverte subito che la base sociale cattolica organizzata non è sufficiente ad affrontare la ricostruzione dello Stato contro la minaccia socialcomunista. Quella base occorre allargarla: occorre chiedere i più larghi consensi ad una politica nazionale democratica, ricostruttiva ed antifrontista non solo, né tanto, adesioni convinte a un’ideologia di partito. Così allargata, nei consensi elettorali, la DC potrà essere il partito della maggioranza degli italiani. […] Con De Gasperi, sin dall’inizio, avviene pertanto un salto di qualità nell’ideologia oltre che nella strategia politica dei democratici cristiani, rispetto alla sintesi politica di Don Sturzo. De Gasperi vede, nello Stato accentratore e soffocatore di autonomie dello Sturzo, vede lo stato di diritto, la più alta conquista storica e morale del risorgimento italiano. Si può dire che vide soprattutto positivo – e fu uno dei nostri crucci maggiori di dossettiani – là dove Sturzo aveva visto e vedrà – tornato in Italia – soprattutto negativo. […] Chi passerà le colonne d’Ercole – oggettivamente poste dalla grande industria e dalla metropoli industriale alla cultura “popolare” e democratico-cristiana – sarà – nell’espressione più sistematica e netta – Giuseppe Dossetti. […] Uno Stato rinnovato rinnova la Società. Ma quale tipo di Stato; ecco il problema. […] Lo Stato moderno, che, sul modello inglese assume la libertà come proprio fine è uno Stato in crisi perché il vero fine dello Stato deve essere la felicità umana, il bonum humanum simpliciter e tale finalismo deve essere deliberato e programmatico; non astratto ed episodico».

La lunga citazione era necessaria per rendere, con le parole di Ardigò, il senso storico della politica democristiana, che dunque costruì la partecipazione popolare, radicò la democrazia, affermando, dopo la dittatura, lo Stato di diritto, ma finalizzandolo al bene comune, cioè ad una politica del lavoro, del benessere diffuso, di allargamento dei ceti medi, di progressiva costruzione della forma italiana di Stato sociale. Certo si trattava di un processo di “socializzazione” che aveva allora caratteri transnazionali, ma di cui, in Italia, i cattolici democratici seppero farsi interpreti originali.

Sempre Ardigò nel 1961 notava: «La socializzazione procede sempre più rapida e più vasta. Ha i suoi grandi meriti, ma anche i suoi guasti e i suoi pericoli. Occorre guidarla. Non a caso, numerose sono le voci, in tutto il mondo, che si levano contro i pericoli della socializzazione produttiva e di quella politica statuale centralizzata, lasciate ad agire da sole, crescenti sempre più “in ampiezza e profondità” ma sempre più alienate dall’uomo, dalla persona, dalla famiglia, dai gruppi che difendono la charitas e l’innovazione e l’integrazione sociale alla scala dei valori umani».

Ecco, complessivamente considerata, al netto dei momenti alti e di quelli invece negativi sul piano civile e sociale, la Repubblica democristiana ha realizzato quella che Ardigò chiamava la «nuova sintesi politica». Si trattava, cioè, sempre per citare Ardigò, «di trovare una politica e le forze per attuarla, che insieme ordini e garantisca la difesa delle libertà dello Stato di diritto, lo sviluppo economico del Paese, l’allargamento dell’area democratica. In termini di struttura e cultura sociale, questa sintesi richiede che l’elettorato democratico abbia in sé esigenze di vita legate alla razionalizzazione, al rinnovamento civile e sociale, alla salvaguardia di valori morali e religiosi, fuori da chiusi tradizionalismi o da spinte eversive».

Questa sintesi fu attiva e feconda fino alla fine degli anni ’60, per poi declinare, prima nel suo intrinseco profilo valoriale e morale, poi anche conseguentemente in quello politico-strutturale, fino al suo definitivo e non certo luminoso tramonto.

Nei suoi esponenti migliori, uomini e donne democratici, al centro e in periferia, questa sintesi politica era stata infatti, necessariamente, costruita alla luce di quelli che Ardigò indicava come i cinque valori

«1) dell’autonomia politica relativa dei cattolici;

2) della funzione autonoma dei corpi intermedi (famiglia, comuni, classi) contro gli eccessi dello Stato liberale accentratore;

3) della difesa e del consolidamento della libertà nello Stato di diritto, attraverso la alleanza delle forze politiche democratiche;

4) del partito nuovo, non solo organizzato;

5) dello Stato artefice di sviluppo armonico pianificato».

3. Questo richiamo al più ampio contesto della storia repubblicana era necessario per un’esigenza di verità, ancora non pienamente nitida, neppure nell’ambito della storiografia, ancorché siano ormai superati alcuni vieti ideologismi del passato. Ma era altrettanto necessario per comprendere l’importante costruzione storica alla quale Ardigò partecipò e della quale si sentì sempre erede: un’eredità sintetizzata dalla Costituzione e dal pensiero etico-politico di De Gasperi, di Dossetti e di Moro; un’eredità che, a un certo punto, fu necessario dissociare dalle sue ultime, deformate ed eticamente degenerate espressioni, che ne avrebbero potuto segnare una definitiva fine storica e una soluzione di continuità.

Osservata dal punto di vista della storia della Chiesa, questa stagione può essere definita montiniana, perché i laici cattolici che la guidarono erano stati formati da Montini o gli erano comunque vicini o a lui e ai suoi ideali pastorali guardavano: sia nel pre-Concilio, sia nella difficile prosecuzione e compimento del Concilio, dopo la morte di Giovanni XXIII, sia, infine, nella stagione post-conciliare, ricca di fermenti e anche di dissensi, ma vivissima pastoralmente e spiritualmente. Inutile ricordare che, in modi diversi, tanto De Gasperi quanto Dossetti, tanto Moro quanto Bachelet, per non parlare di La Pira e di Lazzati, erano legati a Montini. Ed è altrettanto inutile sottolineare come i morotei, tra i quali senza dubbio Ardigò, si sentissero in sintonia con Paolo VI.

L’ultima stagione politica di Aldo Moro, quella della solidarietà nazionale, coincise con l’ultima stagione pastorale di Paolo VI, quella della “Civiltà dell’Amore”, rappresentata dalla Gaudete in Domino e dalla Evangelii nuntiandi.

Appunto in quegli anni e sotto la sapiente regia del montiniano mons. Bartoletti, che proprio al traguardo venne a mancare, si tenne nel 1976 il primo convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Evangelizzazione e promozione umana, che raccolse il meglio degli intellettuali cattolici democratici italiani, tra i quali Ardigò, e che rappresentò finalmente la piena acquisizione del Vaticano II da parte della Chiesa italiana coralmente considerata.

Come punto d’arrivo, quel convegno giungeva in ritardo di circa un decennio: se si pensa che, in America Latina, l’assemblea di Medellin si tenne nel 1968, ci si rende conto delle vischiosità e dei freni della situazione ecclesiale italiana e delle occasioni perdute che tale ritardo comportò. Come punto di partenza esso avviò processi nuovi e positivi per circa un decennio, anche se potenzialmente la sua forza propulsiva avrebbe potuto durare ancora, ma purtroppo fu invece – come si vedrà – interrotta.

È da richiamare, dunque, questo processo dinamico che si avviò sul piano pastorale. Possiamo farlo con le parole conclusive della relazione di Ardigò al convegno del 1976. Egli infatti indicò una lucida prospettiva kerygmatica: si «richiede – disse – l’annuncio della “nuova via” di Cristo in mezzo agli uomini, nel cuore degli uomini, che li accompagni nelle sofferenze, nei sacrifici, nelle lotte ma anche nel bisogno di dare un senso assoluto alla vita personale, nella fraternità pacifica e nella comunicazione con il Signore».[2] Potremmo dire che lo spirito della “teologia della liberazione” era mediato, essenzializzato e fondato nel personalismo mounieriano e nell’escatologismo dossettiano, con un più carsico riferimento di fondo ai gesuiti Hugo e Karl Rahner.

4. Era vicina tuttavia una svolta dai tratti tragici. Il 1978 infatti – come ho già ricordato – fu un momento periodizzante con la morte, nel giro di pochi mesi, prima di Aldo Moro e poi di Paolo VI. Si avviò allora una doppia e reciprocamente contraddittoria distonia tra piano ecclesiale e piano politico. E in tale tenaglia i cattolici democratici, e Ardigò tra essi, si trovarono coinvolti.

Voglio dire – schematizzando molto – che, in una prima fase, ci fu una Chiesa più aperta e una politica più chiusa e in decadenza e, in una seconda fase, esattamente l’opposto: una politica in fase di creatività dinamica e una Chiesa arroccata e rattrappita.

Nella prima fase, dunque, dal 1978 alla fine degli anni ’80 circa, fino – potremmo dire – al crollo del muro di Berlino e del comunismo nell’Europa orientale, la situazione ecclesiale italiana fu aperta, in progressiva creatività conciliare, mettendo sempre più e sempre meglio a frutto il lascito del convegno del 1976. Sul piano della politica italiana fu invece un periodo involutivo e di decadenza, rappresentato dalla formula del cosiddetto Preambolo e infine dal CAF, che si concluse nel 1992 con l’esplodere dello scandalo di Tangentopoli.

Un rovesciamento di segno si ebbe tra fine anni ’80 e avvio degli anni ’90, probabilmente come contraccolpo alla fine del “secolo breve”. Allora la Chiesa italiana si ritrasse in una prospettiva centralistica e verticistica, con toni integralistici e dinamiche di neoclericalismo interno: la svolta, lentamente maturatasi dal convegno ecclesiale di Loreto del 1985, si stabilizzò con l’arrivo del card. Camillo Ruini, nel 1991, alla guida della CEI, e con il lancio, da parte sua, nel 1994, del cosiddetto “Progetto culturale”, ratificato dal convegno ecclesiale di Palermo nel 1995. Dunque, dal 1995 al 2007, quando Ruini lasciò la presidenza della CEI, o al 2008, quando si dimise da vicario di Roma, si ebbe questa stagione del “Progetto culturale”.

Sul piano politico, invece, dopo il ciclone di “Mani pulite” e la fine dei partiti e del sistema politico della prima Repubblica, si ebbero nel 1995, con un attivo protagonismo di cattolici democratici, la nascita dell’Ulivo e i due governi di Romano Prodi, il secondo dei quali fu fatto cadere nel 2007.

Dunque, questa doppia elica dicotomica ebbe un momento periodizzante – in qualche modo si concluse o si avviò a conclusione – tra il 2007 e il 2008. Achille Ardigò morì appunto nel 2008. Possiamo dunque dire che l’ultima parte della sua vita testimonia questa singolare situazione, che – come si può capire – fu soprattutto dolorosa per i cattolici democratici e montiniani, in particolare nell’ambito ecclesiale. Ma, come vedremo, le esperienze di vita sono sempre multidimensionali e anche da questa stagione arida possiamo raccogliere indicazioni positive, proprio guardando a chi, come l’ultimo Ardigò, ne fu vittima perché ne intravide l’insito errore e cercò di superarlo.

Sul piano ecclesiale, dunque – come ho accennato –, tra il 1978 e la prima metà degli anni ’80, si ebbe il piano pastorale della CEI Comunione e comunità, decisamente innovatore nel senso dell’ecclesiologia comunionale e collegiale del Vaticano II; si ebbe pure nel 1981 il documento della CEI La Chiesa italiana e le prospettive del Paese in cui si dava l’indicazione di ripartire dagli ultimi e non si concedevano più “deleghe in bianco” ad una Dc in caduta morale.

L’ideale di Chiesa che veniva, in quel momento, portato avanti è ben espresso da un intervento del 1985 del vescovo pugliese (ma che aveva avuto un importante momento formativo giovanile a Bologna) Tonino Bello, il quale scriveva: «Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella dell’insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per vocazione. Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa […] una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea col vangelo».[3]

Mi scuserete la lunga citazione, ma mi pare che don Tonino Bello esprimesse limpidamente i tratti, la sensibilità e lo stile di una Chiesa e di un’ecclesiologia che, nel giro di poco tempo, furono esattamente ribaltati, punto per punto, in vista di un modello che dava sicurezza, ricompattava, cercava rivincite sociali, ostentava forza, chiedeva spazi, esigeva visibilità minacciosa, semplificava brutalmente la complessità, brandiva valori non negoziabili e negava esequie religiose.

Intanto, però, per tutta la prima parte del pontificato di Giovanni Paolo II, nella CEI di Ballestrero (presidente dal 1979 al 1985), con a fianco Martini, Cè e Pappalardo, si sviluppava il disegno conciliare. E, in questo contesto e traendo ispirazione e incoraggiamento da esso, si ebbe pure l’importante esperienza della Lega Democratica, che si concluse poi attorno al 1987. Ardigò, insieme a Scoppola, ne fu alla testa e ne rappresentò – insieme soprattutto a Paolo Giuntella e ai giovani a lui vicini – l’ala sinistra, quella cioè che ormai dava per irredimibile la Dc e guardava oltre. Una vera centralità, in quella vicenda, ebbe l’esperienza dei bolognesi ed emiliano-romagnoli: Achille Ardigò, certo, ma anche, in qualche modo, il romano Pietro Scoppola (che negli anni ’70 fu figura leader della prestigiosa rivista bolognese Il Mulino) e, ancora, Paolo Prodi e Nino Andreatta, Gigi Pedrazzi e Franco Pecci, il modenese Ermanno Gorrieri e il forlivese Roberto Ruffilli: fino, potremmo dire, al più giovane Romano Prodi. Questo cattolicesimo bolognese, di scuola lercariana e nelle espressioni diversamente dossettiane di ciascuno, aveva il fascino di una cifra che oggi si direbbe glocal e che allora Pedrazzi sintetizzava nello slogan: pensare mondiale, conoscere nazionale, agire locale.

La Resistenza etico-politica, a cui si accennava inizialmente, era ora resistenza a quella chiamata di correità che voleva che tutti coloro che erano impegnati in politica fossero coinvolti e collusi nelle commistioni politica-affari, se non anche politica-mafia.

Ha successivamente scritto Ardigò, polemizzando con Buttiglione: «Come testimone critico di quegli oscuri anni ottanta, (di quelli col CAF predominante), mi sento di dover obiettare che i metodi di quella politica frammista agli affari economico-finanziari meno legali, non “erano quelli di tutti”. Essi si imposero con grande spietatezza in pochi anni ma non senza resistenze e opposizioni, dal lato di singole coscienze, al nuovo stile. Quanti onesti politici a disagio in quel tempo “cafiano” sono stati emarginati dalla politica, per non avere accettato i metodi “di tutti quelli che volevano e vogliono far carriera comprando e facendosi comprare”».[4]

Fu, dunque, in quel momento che Ardigò pubblicò, in prima edizione nel 1980 e in seconda, subito, nel 1982, il volume Crisi di governabilità e mondi vitali: monografia sociologica scientificamente condotta, senza dubbio. Ma anche entusiasmante manifesto etico-politico, consentitemi di dire, per molti di noi allora. A rileggerlo oggi può sembrare strano, non essendo esso certo scevro da tecnicismi e gergalismi specialistici, eppure così fu. Era una prospettiva che consentiva alla tradizione cattolico-democratica, del dossettismo in senso lato, come laburismo cattolico e socialismo spirituale, di defluire finalmente al di fuori dell’alveo della Dc, avvertito come ormai largamente corrotto e impraticabile e anche come storicamente superato in sé.

Scriveva Ardigò, suscitando – ripeto – entusiasmo tra le righe e gli impliciti sottesi: «Con l’espansione del capitalismo in economia, della scienza in luogo della teologia e in luogo delle immagini tradizionali del mondo […] si è rotta per moltitudini di gente l’unità o familiarità tra soggettività e società. L’unità di integrazione comincia per molti a cedere il posto alla dissociazione, segmentazione e separazione […] tra ciò che è intimo e familiare e ciò che è anonimo e collettivo, tra il “noi” e il “loro”.[5] […] in periodi in cui il privato non mercantile ha perso consistenza, in cui i mondi vitali ascrittivi sono stati rinsecchiti e la loro tradizione si è persa, o si sono autoesclusi, nelle sfere privato-particolaristiche, allora il ponte della transazione ha da essere ricostruito o rinnovato con delle mediazioni comunitarie elettive. Con mediazioni di “comunità scelta” […]. Donde la rilevanza di quelle iniziative […] che si formano per aggregazioni spontanee di vari mondi vitali e di gruppi di “nuove nascite” (religiosi, politici, civili, esistenziali). È a queste iniziative di privato-sociale (col favore o almeno la non-ostilità del sistema sociale di riferimento) che occorre rivolgersi perché contrastino oggi la crisi della transazione o il circolo vizioso oppressivo di una socializzazione (pubblicizzazione) dei mondi vitali quotidiani […]».[6]

Potrebbe apparire un linguaggio criptico, se inteso come proposta politica, e tale forse in effetti era. Ma si trattava, comunque, dell’indicazione di un superamento del vecchio orizzonte partitico democristiano, certo verso un ambito ancora nebuloso di soggettività collettiva, come “mondi vitali” aperti all’impegno civile. Tuttavia fu un ideale storico concreto che – insieme all’impegno comunitario di tutta la Lega democratica e poi degli allora giovani della Rosa Bianca – ha consentito, come ho già accennato, ad una parte della tradizione cattolico-democratica di dissociarsi dalla fine ormai chiaramente inevitabile della Dc e di “mettere in salvo” un patrimonio ideale non compromesso e ancora storicamente fungibile ma anche di svilupparlo innovativamente, come si sarebbe visto solo qualche anno dopo, alla fine del sistema politico nato nel dopoguerra, prima con l’esperienza del Movimento per la Democrazia-La Rete nel 1991 e poi nel 1995 con la nascita dell’Ulivo e con i governi di Romano Prodi.

Achille Ardigò

Inaugurata la Piazzetta Achille Ardigò in via Zamboni, nel centro di Bologna.
Presenti il sindaco, l’arcivescovo, i familiari e l’Associazione A. Ardigò (1 marzo 2016)

5. E, tuttavia, queste ultime esperienze mancarono della sponda ecclesiale: venne meno – per riprendere le parole appena citate di Ardigò – il «favore o almeno la non-ostilità del sistema sociale di riferimento». Fu una situazione veramente stupefacente e, per molti, dolorosa. Quando un gruppo non piccolo di cattolici, tra cui molti di più giovane età, che si erano formati sul Concilio, giungeva al momento di poter assumere responsabilità politiche e civili, la Chiesa tagliava i ponti con loro e li sconfessava, perfino acremente irrideva al cosiddetto “laicato adulto o maturo” (che era stato l’obiettivo quasi ossessivo degli anni conciliari e immediatamente post-conciliari). E così, sul piano ecclesiale, mentre l’olio delle lampade veniva sprecato e consumato in fuochi fatui di mera apparenza, i talenti venivano sotterrati.

Anche l’ultimo Ardigò – lui che aveva sempre avuto una presenza forte e vivace e amata nel “mondo vitale” della sua Chiesa locale e nazionale – visse questo ostracismo.

Gigi Pedrazzi nel 2008, subito dopo la morte di Ardigò, ha ricordato con legittima amarezza «un laico cattolico importante come è stato Achille Ardigò, il quale, nella sua vita, è stato a lungo “centrale” per la Chiesa cattolica, ma che negli ultimi anni è risultato “marginalizzato”».[7] «Venti o trent’anni fa cominciò a perdere di centralità e a venire marginalizzato, iniziandosi l’età dei “nuovi movimenti ecclesiali”».[8] «In quest’ultimo contesto, suo e nostro, “esternava” con la tranquilla sicurezza di chi non chiede nulla, salvo chiedere che si giudichi un dovere dire ciò che si pensa. […] “se c’è una cosa che mi addolora nel card. Ruini è che non abbia più stima nei laici credenti, come se ci ritenesse tutti incapaci di ricavare opinioni politiche positive dai principi indicati dalla Chiesa”; “la curia bolognese, molto organizzata, è rappresentativa, ma solo di metà dei fedeli bolognesi”: sono frasi che abbiamo visto a lui attribuite da giornalisti competenti, e mai smentite o circoscritte dopo la loro pubblicazione».[9] E così, dagli anni ’90, si è avuta «la diminuita presenza di scritti e citazioni di Ardigò nella stampa cattolica “ufficiale”, nazionale e locale, e della sua persona tra i relatori invitati in convegni diocesani o della presidenza CEI, impegnata nel suo “Progetto culturale” […]: esattamente quanto Ardigò non condivideva affatto, e avrebbe voluto si discutesse».[10]

Si trattò, per Ardigò e per altri, di una “traversata” – per usare il titolo di un libro di p. Sorge del 2010 –, ma di una traversata nel deserto, che non giunse, per lui, neppure a intravedere la Terra Promessa. Sembrava infatti allora che il paradigma da preferire e da perseguire non fosse quello di laici cattolici formati e informati, bensì uniformati e conformisti.

La comunità ecclesiale, dunque, non puntava a educare, con un lavoro necessariamente lungo e paziente, all’autonomia e alla coscienza critica, evangelicamente critica, ma puntava a ottenere – con richiami da caserma e adunate oceaniche – ubbidienza e docilità, da parte di un laicato tenuto perennemente minorenne, anzi bambino. Ciò portò nel tempo ad una desertificazione delle voci più libere e creative, senza che potessero fiorirne altre, più giovani, destinate a succedere loro.

Come una guerra lascia vuoti di generazioni e guasti che durano lungamente nel tempo, siamo oggi ancora tra le macerie di quel grande fallimento pastorale, con un inaridimento di massa del laicato, con una quasi totale rottura nella trasmissione della fede alle generazioni più giovani e con un evidente (e forse salutare) declino del ruolo della Chiesa italiana nell’ambito della Chiesa universale: guasti che non si supereranno se non con un lungo cammino.

Nel rivolgere dunque l’attenzione, in questa parte finale del mio intervento, all’ultimo Ardigò, l’Ardigò emarginato e rimosso, vorrei innanzi tutto osservare che dobbiamo evitare due opposti errori interpretativi: da una parte, minimizzare quell’ostracismo, dall’altra, volerne quasi una vendetta postuma con asprezza polemica.

Intanto, dunque, non bisogna minimizzare. Il far calare il silenzio, marginalizzare, togliere di fatto la parola è stata la via “soft” che, nel post-Concilio, dopo l’abolizione dell’Indice dei libri proibiti e dello strumento della scomunica, ha preso la censura delle idee e della coscienza. Mentre di Rosmini, ora beato, si mettevano a suo tempo all’Indice opere ortodossissime e benemerite come Le Cinque Piaghe e la Costituzione secondo la giustizia sociale, mentre Semeria veniva mandato in punizione-esilio all’estero e Laberthonnière, anch’egli pienamente ortodosso, era condannato al silenzio pubblico, quasi murato vivo, adesso – in un clima civile di libertà e democrazia – si ricorre ad una censura indiretta, ma altrettanto intellettualmente umiliante e soprattutto in antitesi con quel diritto alla libertà di parola nella Chiesa, riconosciuto – nel post-Concilio montiniano – dalla Communio et progressio.

Questa constatazione va fatta con il distacco del giudizio storico, senza acredine rancorosa e rivendicazioni irate e polemiche. Proprio gli esempi prima richiamati mostrano come svolte storiche profonde fanno cadere in disgrazia e quasi considerare eretico chi solo poco prima era ascoltatissimo e fatto segno dei più grandi onori. E questo può anche avvenire (e anzi spesso è avvenuto) a danno della stessa Chiesa.

6. Ciò ci consente di analizzare il caso dell’ultimo Ardigò con la serenità che fu di Ardigò stesso. La svolta epocale, in questa occasione, fu la fine del secolo breve e il crollo dell’URSS e del comunismo nell’Europa orientale. Lo stesso pontificato di Giovanni Paolo II che, fino ad allora, era stato creativamente espansivo, con il magistero di solidarietà e di pace e con la difesa dei diritti umani, fino al momento culminante, nel 1986, della Giornata mondiale di preghiera per la pace, ad Assisi, ebbe però difficoltà e sostanzialmente non riuscì a trovare una dimensione adeguata al mondo post-comunista, post-1989: ne intravide lucidamente i rischi e pericoli, ma non seppe sviluppare risposte pastorali articolate ed efficaci. Non abbiamo il tempo per analisi storiche più distese e meditate, ci basti solo evocare quel progressivo affermarsi della globalizzazione neoliberale, con le sue due facce: quella culturale del nichilismo post-ideologico e post-moderno e quella sociale dell’individualismo più radicale, che fa entrare in sofferenza ogni legame sociale disinteressato. Progressivamente espandendosi, quasi senza ostacoli, dopo aver vinto il comunismo, questa globalizzazione neoliberale ha infine realizzato, nell’ambito della storia del cristianesimo e della Chiesa cattolica, quello che è stato definito uno tsunami socio-culturale.

La seconda parte del pontificato di Giovanni Paolo II, come si è detto, non è riuscita a dare risposte all’altezza dei problemi posti da questo radicale cambiamento d’epoca, probabilmente anche per le sempre più gravi condizioni di salute del pontefice.

In questa complessiva condizione di inadeguatezza storica si iscrive, dunque, anche la situazione italiana. In Italia i vertici di una sempre più verticistica compagine ecclesiale lessero i processi in corso, quelli della globalizzazione, come una forma neoideologica anti-cristiana, come un nuovo totalitarismo culturale, successivo al comunismo ma, in qualche modo, in continuità con esso per il carattere ateo e materialistico.

Elaborarono, pertanto, una strategia pastorale di risposta, nella forma del “Progetto culturale”, che apparve di grande respiro, anche se poi non si rivelò tale. Essa, in ogni caso, nasceva da un grande sforzo di intelligenza, che tuttavia condusse ad una soluzione sbagliata che impedì pure la possibilità che se ne rilevasse l’errore. Leggendo infatti, erroneamente, la globalizzazione neoliberale come un totalitarismo culturale si pensò di opporle un totalitarismo culturale opposto, attestato sulla dottrina cristiana, rigidamente codificata, su valori non negoziabili, su intransigenza comunicativa e mobilitazione sociale di massa, per una semplificatrice soluzione nazional-cattolica alla coesione sociale in difficoltà.

Ma la globalizzazione neoliberale non era un neototalitarismo, anzi era la decostruzione post-moderna, preventiva e metodica, di ogni orizzonte totale di discorso. E così la pastorale del “Progetto culturale” fu facilmente neutralizzata, decostruita e metabolizzata, rubricandola come formulazione di interessi cattolici, da accontentare, corporativamente, quanto basta, e da accogliere finché si può, cioè nella misura in cui non si intaccavano l’individualismo ruggente, il mercato e il profitto. Si realizzò, dunque, anche in Italia, in quel periodo quasi ventennale, quello che è stato definito un disastro antropologico: giudizio corretto ma lacunoso e omissivo, perché andrebbe completato con l’ammissione, appunto, di un grande fallimento pastorale.

Purtroppo l’intrinseca dinamica centralizzatrice, verticistica e autoreferenziale della pastorale del “Progetto culturale” impediva che ci fossero “gruppi di controllo” che ne segnalassero l’eventuale errore. Così le voci critiche, come quella di Ardigò, che lucidamente e non polemicamente ne individuavano le debolezze, non furono ascoltate e furono anzi, come si è detto, silenziate.

Nel 1998 Ardigò scriveva: «Il rischio del “Progetto culturale” nell’età della globalizzazione è di semplificare eccessivamente il tema della mediazione. Nei primi anni cinquanta, di fronte ai primi trionfi dell’american way of life, Dossetti col suo gruppo politico, attraverso Cronache sociali, cercò invano di contenere la semplificazione che la Chiesa istituzione produsse per contrastare il socialismo reale. Non vorrei che oggi si ripetessero, da parte della Chiesa istituzione, altre semplificazioni».[11] E aggiungeva: «Mi sembra prevalga nella proposta del “Progetto culturale” qualcosa che va messo in discussione. Vale a dire la convinzione che, con l’elaborazione di un’antropologia cristiana in quanto progetto culturale mediativo sulle culture del pluralismo e del bipolarismo, sia possibile, da parte della Chiesa istituzione, normare una nuova aggregazione culturale unitaria dei laici cattolici, specialmente per guidare le loro scelte pratico-politiche, riducendone l’alea della decisione personale […] cercando un organico mix tra dottrina sociale cristiana e regole accettate dalle culture mondane».[12] «Ma essa Chiesa non può pensare di sottovalutare la difficoltà del contesto reale né affidare solo o tanto a un “Progetto culturale” il superamento dei suoi riconosciuti mali interni: lo scarto enorme tra principi enunciati dal magistero e prassi ordinaria della pastorale, come tra pratica religiosa e vissuto quotidiano».[13] «Anche per ciò, la Chiesa e i cattolici che operano nel mondo politico e sociale non possono ignorare la prudenza che nasce dalla carità, circa gli effetti imprevisti negativi che potrebbero determinarsi sulla coesione sociale, qualora si preferisca l’uso del “Progetto culturale” come spada tagliente in meri termini di conformità ai principi».[14] «E però, ancora per qualche tempo, la nostra, come singoli e come Chiesa, non può non essere, in tema di integrazione di valori e di coesione sociale, una navigazione a vista, in tempo reale, senza semplificazioni irrealistiche, senza la pretesa di poterci dotare una tantum di un libretto di navigazione che dia risposte già precodificate e che ci risparmi il rischio continuo della scelta e della sperimentazione».[15]

7. Ma, lasciando da parte la pacata e stringente critica di Ardigò al “Progetto culturale”, le cui insufficienze sono ormai evidenti, quale analisi egli faceva della globalizzazione e quali risposte storico-pastorali intravedeva?

La visione d’insieme era molto chiara e, tralasciando la più complessa e sofisticata analisi, si può sinteticamente richiamare in alcuni tratti perché ancora attuale, pur essendo di vent’anni fa: «Da un lato, v’è la potente attrazione di prassi e valori di modernizzazione mercantile, tecnologica e multimediale, alla scala dell’intero pianeta. Dal lato opposto, vi è la controtendenza che porta alle secessioni nello spazio locale contro il globalismo, alla tentata chiusura dei confini locali ai grandi flussi immigratori, all’irrigidimento di tradizioni in senso xenofobo, per la difesa regressiva di identità culturali rinvianti a radici etniche, culturali, linguistiche, religiose, ambientali, pre-moderne.[16] Il capitalismo globale ci costringe a vivere in un solo mondo, sia che si sia pronti sia che non […].

Nella globalizzazione il profitto corre molto più in fretta della solidarietà. La globalizzazione in tal guisa schiaccia la società civile, oltre che la politica. Più globalizzazione produce più migrazioni, più disagio sociale, i cui costi collettivi non sono mai conteggiati a fronte dell’incremento dei profitti. Globalizzazione significa de-localizzazioni dell’attività produttiva, con supersviluppo delle fasce più alte di reddito, alta disoccupazione, riduzione delle garanzie del welfare state là dove già consolidate. […] Vi sono continenti di Terzo mondo che, anche grazie alla globalizzazione, sono entrati nel pieno sviluppo economico. Ma altri, anche a noi vicini, sono in prolungata depressione. Donde l’alimentarsi di quei fenomeni massicci di esodo disordinato verso l’Europa del benessere, contro cui si hanno reazioni di rigetto e di paura, e di regressioni politiche, sempre meno marginali da parte dei già residenti».[17]

In questo contesto storico – che è ancor oggi la nostra quotidianità e che ben conosciamo – Ardigò inseriva tre linee di proposta per la Chiesa, ciascuna indipendente e autonoma, ma da perseguirsi insieme: una sociale, una per la riforma interna della Chiesa stessa e una per l’evangelizzazione. È evidente che solo il congiunto operare su questi tre ambiti avrebbe potuto costituire una risposta adeguata alle sfide della globalizzazione.

Non possiamo, ovviamente, dire se tale risposta sarebbe stata efficace, certo si mostra ben diversa da quella del “Progetto culturale”. Direi comunque che appare ancora attuale, nella misura in cui è ancora attuale il contesto storico a cui si riferiva.

Sul piano sociale, crollata l’opposizione comunista «spetta – secondo Ardigò – alla Chiesa cattolica far argine, in nome della dottrina del bene comune, ai guasti di un liberismo economico lasciato a se stesso».[18]

Il principio del bene comune – orientamento attuale per ogni pensiero politico e conseguente azione di cattolici – era inteso da Ardigò come sintesi dell’intera dottrina sociale cristiana ed era declinato attorno a sei assi:

  1. il primato della persona umana;
  2. l’universalismo dell’umanità in quanto formante una sola famiglia;
  3. il diritto-dovere degli attori sociali a perseguire il pieno sviluppo umano e morale di sé e degli altri;
  4. il principio di sussidiarietà nei rapporti sociali;
  5. «il principio della solidarietà (comunitaria e globale umana) con l’assoluta priorità per i diritti della persona umana dei poveri, degli emarginati e degli oppressi, delle minoranze conculcate dal potere collettivo, anche al di sopra degli interessi legittimi delle singole parti»;[19]
  6. il principio ecologico.

Questo riferimento al bene comune, così declinato come orientamento fondamentale, non doveva essere inteso come precettistica culturale teorica e astratta. Ardigò notava che la Chiesa doveva assumere la «missione di far superare tali dilacerazioni sociali e culturali – connesse alla globalizzazione senza freni e agli eccessi integristici e xenofobici in esasperata difesa. E però la missione non può ricondursi in prevalenza all’efficacia di una mediazione culturale perché nessuna lezione morale razionalmente proposta può avere efficacia, nelle scristianizzate moltitudini di persone, senza che prima nelle coscienze e nelle volontà più lontane siano insorte domande personali e interpersonali di senso, per merito di carismi religiosi. Non possiamo convertire la gente del post-moderno solo o tanto con precetti e sillogismi. Occorrono carismi e creatività personali e interpersonali».[20]

Questo si vedrà meglio quando parlerò dell’evangelizzazione. Intanto questa prospettiva di bene comune, applicata anche all’interno della Chiesa, suggeriva piste di autoriforma interna. Era il secondo ambito: «Il bene comune […] ha da vedere riconosciuti, anche nella vita della Chiesa, nuovi sviluppi nei rapporti tra i sessi, i popoli e le generazioni (inclusivi anche di aspetti cruciali della morale sessuale nei cui confronti la Chiesa cattolica, specie con Giovanni Paolo II, ha rivelato una rigorosa intransigenza). […] Se si vuole il bene comune […], anche la Chiesa cattolica deve riconoscere il contributo com-primario delle donne, non solo nelle opere di carità e di educazione, ma anche nella teologia e nel governo delle istituzioni ecclesiali. La Chiesa deve poter applicare, inoltre, il principio di sussidiarietà pure nel rapporto tra le Chiese locali, specie non europee, e la Santa Sede».[21] Mi sembra un’interessante agenda di riforma della Chiesa: inascoltabile e inascoltata all’epoca in cui fu formulata, ma evidentemente vera, tanto da non poter essere rimossa ancora oggi.

Infine, il terzo ambito, il più difficile, era quello dell’evangelizzazione. Qui la via indicata da Ardigò era «la promozione/conversione dell’intenzionalità di senso dei credenti»,[22] tenendo «conto degli atti di senso delle persone dei credenti»,[23] nel pieno rispetto della loro libertà. La parola-chiave era interiore, spirituale e fenomenologicamente coscienziale: era “senso”.

Spiegava Ardigò: «Intendiamo per senso […] l’intervento di un atto di coscienza immediato o di pensiero riflesso con cui la persona trascende l’abitudine, e la stessa conformità a una data norma per abitudine, alla ricerca di un valore personale intrinseco al singolo atto, anche con emergenza di un nuovo significato. […] una pastorale di prima evangelizzazione deve suscitare una risposta di senso. Solo se e quando la persona, da sola o in rapporti intersoggettivi, scopre il significato intenzionale personale che dà all’atto, anche la conformità alla norma diventa responsabilità perché frutto di libera determinazione».[24] E aggiungeva: «L’evangelizzazione può essere tanto più efficace quanto più è autentica profezia, carisma dello Spirito […]. L’evangelizzazione oggi può, ad es., privilegiare la teologia dei novissimi (morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) difficilmente richiesti per una mediazione culturale col mondo [leggi “Progetto culturale”]. Eppure le domande sui novissimi stanno al fondo della domanda di senso della vita di moltitudini di umani anche oggi».[25]

In conclusione, sul piano dell’evangelizzazione, Ardigò non credeva nella prospettiva del “Progetto culturale”, indicando quello che potremmo chiamare un “Progetto mistico”. L’ultimo Ardigò citava spesso la mistica, in particolare quella carmelitana, da Giovanni della Croce a Teresina di Lisieux a Edith Stein. E proprio la “notte oscura” di s. Giovanni della Croce, con i suoi richiami anti-razionalistici, gli appariva come lo scacco, nella fede, di ogni approccio culturalista.

Scriveva: «Senza dubbio, la via della mistica “notte oscura” è un cammino di minoranze elette e solo per un periodo del loro arduo percorso di purificazione verso Cristo. Ma il significato di tali richiami non può non essere di riconoscere l’insopprimibile gerarchia della vita di fede (che ha da essere scienza della croce dei credenti) che alimenta la ricerca autentica di senso delle persone, dentro e fuori i percorsi cognitivi delle culture e dei precetti di moralità sociale».[26]


[1] A. Ardigò, Dottrina, culture, senso: a proposito del «progetto culturale» della CEI, Edb, Bologna 1998, p. 82.
[2] A. Ardigò, La Chiesa e la società italiana, relazione al convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana (Roma, 30 ottobre – 4 novembre 1976).
[3] A. Bello, Sui sentieri di Isaia, Luce e Vita-la Meridiana, Molfetta 1989, pp. 217-218.
[4] Ardigò, Dottrina, culture, senso: a proposito del «progetto culturale» della CEI, cit., pp. 81-82.
[5] A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi vitali, Cappelli, Bologna 19822, p. 14.
[6] Ibid., p. 20.
[7] L. Pedrazzi, Una tradizione viva. La passione spirituale e politica di un laico cristiano, in “Il Regno”, (2008), 16, p. 573.
[8] Ibid., p. 574.
[9] Ibid., p. 575.
[10] Ibid.
[11] Ardigò, Dottrina, culture, senso: a proposito del «progetto culturale» della CEI, cit., pp. 48-49.
[12] Ibid., p. 8.
[13] Ibid., p. 22.
[14] Ibid., p. 26.
[15] Ibid., p. 29.
[16] Ibid., pp. 37-38.
[17] Ibid., pp. 39-40.
[18] Ibid., p. 66.
[19] Ibid., p. 71.
[20] Ibid., p. 48.
[21] Ibid., p. 76.
[22] Ibid., p. 12.
[23] Ibid., p. 16.
[24] Ibid., p. 9.
[25] Ibid., p. 18.
[26] Ibid., p. 14.

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Un commento

  1. Ivano Strizzolo 4 maggio 2018

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