Benedetto Giuseppe Labre, patrono dei mendicanti

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Benedetto Giuseppe Labre

A Roma, in zona Torraccia nel 4º Municipio del comune, il 15 ottobre 1989, con decreto del cardinale vicario Ugo Poletti veniva eretta la parrocchia di San Benedetto Giuseppe Labre: consacrata dal vicario Camillo Ruini il 15 novembre 1997, è stata affidata al clero diocesano.

Un legame forte tra questo santo, di origine francese, e la Città eterna: era il 16 aprile 1783, mercoledì santo, quando Benedetto Giuseppe si accasciava sulle scale all’uscita dalla chiesa di Santa Maria dei Monti dopo aver partecipato alla seconda celebrazione eucaristica della giornata. Riconosciuto dal macellaio del quartiere, Francesco Zaccarelli, e ricoverato nel suo retrobottega che fungeva da abitazione, è spirato poco dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e recitato il vespro: la forte debilitazione fisica dovuta alla vita vagabonda di senzatetto aveva fermato il suo cuore a soli 35 anni.

In occasione della “Giornata mondiale dei poveri” vale la pena conoscere il santo (le cui spoglie riposano in Santa Maria dei Monti) che è protettore dei mendicanti e dei senzatetto, il cui culto è assai vivo in Francia, sua terra natale, in Svizzera, Germania, Canada e Stati Uniti, molto meno in Italia.

La strada per il monastero

Benoît-Joseph Labre era nato nel 1748 ad Amettes nei pressi di Arras, Pas-de-Calais (una zona nota lo scorso anno alla cronaca per la questione del campo profughi sulla Manica, sgomberato con la forza). Primogenito di 15 figli, due zii preti in famiglia, fin da piccolo un po’ fragile di salute, sempre immerso nella lettura di libri sacri e affascinato dalle storie dei santi, sembrava avviato verso la vita sacerdotale, tuttavia negli anni dell’adolescenza si fa strada in lui il desiderio di diventare monaco trappista.

Sul suo cammino da quel momento non si contano gli ostacoli, tanto che oggi verrebbe definito un ragazzo disadattato: prima il rifiuto netto dei genitori, poi, al dirottamento verso la vita contemplativa dei certosini per intercessione dello zio materno parroco, una serie di porte chiuse, e non solo dall’esterno. Se, infatti, una Certosa lo respinge causa un incendio che aveva distrutto gran parte della struttura, altre lo accolgono, ma è lui, Benoît, a non accettare la vita in una cella: assalito da attacchi di panico e conati di vomito, incubi notturni e febbre alta, è costretto più volte a ritornare sui suoi passi («Dio vi aspetta altrove» gli dirà un abate).

Longuenesse, Valsainte, Montreuil-sur-Mer, Neuville sono solo alcune tappe prima che i genitori, preoccupati seriamente per la salute del figlio, nel 1767 gli concedano finalmente il permesso di bussare, dopo quasi 300 km a piedi, alla porta della Grande-Trappe de Soligny in Normandia, dove però non sarà accolto perché di età inferiore ai 24 anni stabiliti. Dopo altri rifiuti (ma almeno era riuscito a diventare terziario francescano), riesce finalmente ad essere ammesso alla trappa di Sept-Fons – postulante col nome di Urbain – ma, una volta lì, si ripresentano gli attacchi di panico ed è costretto ad abbandonare ogni idea di vita monastica (anche se per tutto il resto della sua vita indosserà sempre tunica e scapolare).

Prostrato dal fallimento, decide di recarsi in pellegrinaggio a Roma: ha 22 anni e per il resto della sua vita continuerà a camminare lungo le strade che conducono ai santuari di mezza Europa. «Occorre abbandonare patria e famiglia per condurre una nuova vita di estrema penitenza, in mezzo al mondo, visitando in pellegrinaggio i santuari cattolici più frequentati»: le parole di sant’Alessio che, nel IV secolo, si era ritirato mendicante sull’Aventino, diventeranno le sue. «Cercatore di Dio sulle strade della terra» lo definì il filosofo Maritain.

Vestito di saio, corda ai fianchi da cui pendeva una ciotola, in testa un cappello di feltro, crocifisso e rosario al collo, una bisaccia – contenente l’Imitazione di Cristo, il Nuovo Testamento, il Breviario, la Regola di san Benedetto e il Memoriale di Luigi di Granada –, percorse almeno 30 mila km in 13 anni. Raggiunge Roma passando per La Verna e poi Loreto e, devotissimo alla Madonna, alla Santa Casa resterà particolarmente legato tanto che, negli ultimi anni della sua vita, in condizioni di salute sempre più precaria, riuscirà ugualmente a portarsi almeno là ogni anno.

Un tozzo di pane e un po’ di erbe selvatiche erano il suo pasto (perché non chiedeva neppure l’elemosina), il riparo di un ponte o il cielo aperto il suo alloggio. A chi, vedendolo vestito di stracci e ricoperto di insetti, gli diceva «Povero disgraziato!» rispondeva «Perché mai? Disgraziati sono piuttosto quelli all’inferno che hanno perduto Dio per sempre!».

La spiritualità del vagabondo

Chieri, La Verna, Camaldoli, Montecassino, San Michele al Gargano, San Nicola di Bari, Valverde a Catania, San Romualdo a Fabriano, Einsiedeln in Svizzera, Santiago de Compostela in Spagna, Paray-le-Monial, Lione, Chambery in Francia le sue mete attraverso l’Europa, ma Roma era nel suo cuore e lì ritornava trovando riparo sotto un arco del Colosseo, da cui l’appellativo di «penitente del Colosseo».

Ma anche «povero delle Quarantore», perché neanche lì poteva fermarsi e trascorreva le sue giornate peregrinando da una basilica all’altra tenendo bene in mente l’orario dell’esposizione del Santissimo per sostare in preghiera, sovente con una tale intensità da non accorgersi di nient’altro (e non di rado si scioglieva in lacrime quando si comunicava).

Sfinito dalla penitenza, accettò il consiglio di cercare alloggio presso l’ospizio di San Martino ai Monti e lì tornerà ogni notte fino al 16 aprile 1783, giorno della sua morte. Le cronache raccontano di una folla immensa ai suoi funerali dal momento che la notizia della morte del “santo” aveva fatto rapidamente il giro della città: poveri mendicanti, gente semplice che gli aveva offerto un aiuto, tutti in lacrime per la «prematura dipartita del pio francese».

Poco più di un mese dopo cominciarono a circolare voci di guarigioni miracolose avvenute per sua intercessione, in Francia e Germania si diffusero immagini e statue che lo raffiguravano pellegrino (con l’aureola) e neppure tre mesi dopo venne aperta la causa di beatificazione che si concluse con la proclamazione il 20 settembre 1859 da parte di papa Pio IX.
Di lui, «vagabondo di Dio», «zingaro di Cristo», «martire della penitenza», mendicante e senzatetto – oggi verrebbe chiamato “homeless” – il poeta francese Paul Verlaine (1844-1896) poteva dire di «san Benedetto Joseph Labre, l’unica gloria francese del XVIII secolo, ma quale gloria!» e gli dedicava i suoi Souvenirs, ispirati dalla canonizzazione, avvenuta l’8 dicembre 1881 da papa Leone XIII.

Oggi la sua memoria liturgica è fissata al 16 aprile: san Benoît-Joseph Labre, il protettore dei mendicanti, i barboni senzatetto, i pellegrini, i viaggiatori, e le persone disadattate.

In Francia, anche un’associazione (Les amis de saint Benoît) e un sito web www.amis-benoit-labre.net

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