Bettazzi, bolognese

di: Paolo Tomassone

Quel giorno che mediò con il rettore dell’università perché il cardinale non voleva stringere la mano al sindaco comunista durante l’inaugurazione dell’anno accademico. E quello scambio epistolare con Berlinguer per ragionare su marxismo e ateismo. Poi la “scuola di laicità” a pane e filosofia, accanto agli studenti della Fuci e tra i lavoratori della Olivetti, del cotonificio Vallesusa e della Lancia. E «la gioia nel vedere rilanciato il Vaticano II da papa Francesco» a cinquant’anni dalla sua conclusione. È un fiume in piena mons. Luigi Bettazzi mentre ricorda il primo incarico da assistente di Lercaro ai tempi del Concilio e l’esperienza a Ivrea dove è stato vescovo per 32 anni durante i quali si è speso per la nonviolenza e il disarmo in prima fila nel movimento di Pax Christi. Cronache precisissime che riconducono spesso in Emilia: «mi sono sempre sentito un po’ bolognese».

Sotto le Due Torri

Infatti «la reminiscenza più antica della mia vita è di Bologna». È il 1927, «a settembre, durante il Congresso eucaristico nazionale»; il piccolo Luigi non ha ancora compiuto quattro anni e tiene per mano la nonna (di origine romagnola) mentre cammina in via Rizzoli. Davanti a loro «la Torre degli Asinelli illuminata da piccole lampadine dalla base alla cima: è il ricordo più antico che ho». Il liceo in seminario, il contatto diretto con «il terribile bombardamento del 25 settembre 1943» e il «ricordo di tutte quelle vittime lungo via Irnerio». E dopo la parentesi romana per la laurea in teologia e la licenza in filosofia, è di nuovo a Bologna per l’ordinazione sacerdotale nel 1946 a San Domenico, la laurea all’Alma Mater e i primi insegnamenti alle Dorotee e al Galvani, l’assistenza alla Fuci e all’Azione cattolica. Dal capoluogo emiliano si è allontanato nel 1966 per andare a guidare la diocesi di Ivrea, pur tornando spesso a San Lazzaro per visitare i parenti e incontrare i compagni di corso in seminario regionale.
Mons. Bettazzi – come ha ricordato il sindaco felsineo Virginio Merola – «in gioventù ha piantato un seme che sicuramente ha portato frutti» e si è «adoperato per l’affermazione di una cultura di pace e di solidarietà nelle nostre comunità e nel mondo». Di questo gliene è riconoscente Bologna che lo ha insignito della “cittadinanza onoraria” con una cerimonia in consiglio comunale il 4 aprile. Un’occasione per il vescovo di ripercorrere alcuni dei passaggi più significativi della sua esperienza pastorale, che coincidono con fasi epocali della vita della Chiesa cattolica.

Scuola di laicità

«Ebbi a scrivere che fu la filosofia la prima scuola di laicità, non come alternativa alla religione – quello sarebbe il cosiddetto laicismo – bensì come livello di cultura che permette di dialogare e collaborare con ogni altro essere umano prescindendo dalla religione che peraltro aiuta ad attingere gli ideali dell’umanità e a sollecitarne le attuazioni. Penso a come Gesù Cristo e il cristianesimo, al di là delle strutture storiche, abbiano orientato la nostra cultura e quella dell’umanità. Non a caso la Carta dei Diritti umani dell’Onu del 1948, benché laica, da qualcuno è stata definita “il vangelo secondo l’Onu”. E il concilio Vaticano II – me lo si lasci citare come ultimo vescovo italiano superstite – nella costituzione Gaudium et spes, parlando dei discepoli di Cristo afferma che “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”».
La seconda scuola di laicità per mons. Bettazzi è stata durante l’incarico di assistente alla Fuci e in Azione cattolica. E la terza, invece, cominciò il 4 ottobre 1963 con l’ordinazione episcopale e la nomina a vescovo ausiliare del card. Lercaro, impegnato in quei mesi nei lavori del concilio Vaticano II, quel «grande evento che trasformò definitivamente la Chiesa cattolica romana da Chiesa chiusa in se stessa, nei suoi dogmi e nelle sue strutture, a Chiesa aperta agli altri cristiani, alle altre religioni, a tutti gli uomini di buona volontà».
Lo ricorda così l’ex presidente di Pax Christi: «Ebbi la grande grazia di vivere il concilio come ausiliare del card. Lercaro allora divenuto uno dei quattro moderatori delle assemblee, il quale aveva chiamato a Roma come suo aiutante don Giuseppe Dossetti. E Dossetti non solo aiutava il suo arcivescovo nei suoi discorsi, soprattutto alla luce della Chiesa dei poveri – e qualcuno non gli ha perdonato di aver sostenuto il card. Lercaro nelle sue aperture -, ma nel pomeriggio lui e Raniero La Valle, direttore dell’Avvenire d’Italia allora stampato a Bologna, preparavano il paginone sul concilio che la mattina dopo illuminava i 2.500 vescovi su quello che “forse” era loro sfuggito il giorno antecedente. Devo dire che il concilio è stato la grande luce e la grande forza della mia vita e del mio apostolato. Per me è una grande gioia riscontrare quanto esso, dopo i validi incoraggiamenti degli ultimi papi, venga rilanciato dall’esempio e dalle parole di papa Francesco».

I sindaci e la città

È travolgente il racconto del vescovo Luigi alle prese con i sindaci di Bologna negli anni 50. Con il “mitico sindaco Dozza” cui il card. Lercaro, secondo gli stili della guerra fredda, non voleva dare la mano in pubblico: «a una manifestazione dove ci fosse il sindaco comunista ci andava l’ausiliare o un altro monsignore salvo l’inaugurazione dell’anno accademico all’università, questa ci teneva ad andare lui»; in quell’occasione, d’accordo con il rettore magnifico Felice Battaglia, il cardinale fu fatto entrare con 15 minuti di ritardo, quando le autorità erano già sedute, per evitare l’imbarazzante cerimonia dei saluti.
Poi le mediazioni col sindaco Fanti che aveva proposto la cittadinanza onoraria per il card. Lercaro. «Da Roma mi avevano chiesto se era il caso di accettare e io risposi che a Bologna avrebbero capito e gradito. Il cardinale chiese a don Dossetti di preparare il discorso e affermò poi che risaliva le scale del Palazzo d’Accursio non con il potere del cardinal legato, ma solo con il vangelo in mano che d’ora in poi solo quello avrebbe curato». Fu quello il giorno in cui venne annunciata a Bettazzi la nomina a Ivrea e l’addio a Bologna.

Dialogo con i potenti

«Con l’investitura di Pax Christi mi trovai fra l’altro ad aprirmi a dialoghi e a lettere aperte con uomini pubblici, lettere laiche anche se sempre radicate nel Vangelo. Da quella all’onorevole Berlinguer segretario del Partito Comunista – nella risposta dichiarò che non erano automaticamente materialisti e atei, pur partendo da Marx erano invece laici e che si impegnavano accanto ai lavoratori ed ai settori più in difficoltà –; a quella al presidente italiano Pertini sugli stili del mondo militare; al presidente dell’Olivetti per i licenziamenti». Ma queste lettere, ci tiene a precisare mons. Bettazzi, erano partite in qualche modo da Bologna; «la prima lettera aperta era stata rivolta all’on. Zaccagnini appena nominato segretario della Democrazia Cristiana per rifare il volto al partito scosso dallo scandalo di tangenti internazionali. Zaccagnini era di Ravenna, ma l’avevo conosciuto a Ravenna nell’incontro di ex fucini e laureati cattolici».

Il football

«Bologna dunque è stata determinante nella mia vita e, come ho detto, sono sempre stato considerato un bolognese nel Veneto della mia adolescenza e nell’oltre metà della mia vita in Piemonte. Un po’ per il timbro della mia parlata – è la mamma che insegna a parlare, non a caso si dice “la lingua materna”! – e un po’ per i richiami che mi veniva di fare e non solo alla Bologna della Madonna di San Luca e degli addobbi ma a quella che si descriveva come “Bologna la dotta, Bologna la grassa, Bologna la rossa”… non per la politica, ma per il colore delle sue case».
Nel discorso alla cerimonia in consiglio comunale, non poteva mancare un riferimento calcistico, che ha lasciato spiazzati i presenti in aula: negli anni vissuti in Piemonte «i preti erano metà per la Juve e metà per il Toro e mi salvavo dicendo che io ero per il Bologna e mi guardavano con un po’ di commiserazione… ma io dicevo che ero per il Bologna degli anni 1930, quello che vinceva la Mitropa, la coppa Europa, “lo squadrone che tremare il mondo fa” quella di Gianni, Monzeglio, Gasperi, Milenni, Donati, Maini, Sansone, Schiavio, Fedullo, Reguzzoni…».
Se fosse servita una prova d’esame per meritare la cittadinanza, con la citazione a memoria della “rosa” del Bologna FC sarebbe stata superata senza alcun dubbio. «Ora sono oltremodo lieto e orgoglioso di essere considerato bolognese a pieno titolo. Un grazie al sindaco e tutto il consiglio comunale. Grazie Bologna. E un grande augurio dal tuo cittadino Luigi Bettazzi».

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