Caffarra: un ricordo “al contrario”

di: Aimone Gelardi

Carlo Caffarra

La memoria del card. Caffarra di Lorenzo Prezzi è pervasa di cortesia, equilibrio e anche di qualche generosità, come del resto si suole fare ricordando chi non è più. Anche la nobile, commossa rievocazione dell’arcivescovo Matteo Maria Zuppi nelle esequie del predecessore è stata garbata e generosa. Il defunto arcivescovo emerito di Bologna meritava queste memorie tra loro diverse per i contesti in cui sono risuonate e per il genere letterario di ognuna. Meritava anche tutte le altre, variamente orientate, tutte rispettose e tutte generose, come era giusto.

A Prezzi riconosco tuttavia di avere fatto spazio, con garbo, anche agli aspetti problematici di una personalità complessa. A differenza di lui non ero presente quando l’arcivescovo Caffarra visitò il Centro Dehoniano e non fu un caso che rimanessi negli uffici amministrativi, in una sede separata da quella delle redazioni. Non ho però difficoltà ad associarmi al suo riconoscimento della signorilità dell’uomo. Anzi, aggiungo volentieri la sottolineatura della sua semplicità e modestia, ricordando quando a Roma, ospite di Villa Aurelia presso la Curia generale dei Dehoniani, prendeva posto nei banchi della cappella e, come un prete qualunque, concelebrava con grande pietà.

L’incidente del 1988

Sostieni SettimanaNews.itDal teologo Caffarra ho talora dissentito, un paio di volte a mezzo stampa, da modesto insegnante di teologia morale e giornalista (cf. Settimana n. 45, 11.12.1988, p. 4), non solo in materia di contraccezione o paternità responsabile che dir si voglia. Echi di questo dissenso si ebbero subito e, in seguito, all’epoca della nomina di mons. Caffarra ad arcivescovo di Bologna (cf. ADISTA, 17.1.2004, n. 32149, p. 4).

In quella occasione ADISTA aveva richiamato il mio scritto e tacciato tranquillamente di integrista l’arcivescovo di Ferrara, promosso a Bologna. Faceva ciò sulla scia di una consimile attribuzione fatta anni prima dal teologo tedesco Klaus Kienzler (Fondamentalismi religiosi. Cristianesimo, ebraismo, islam, Carrocci, Roma 2003), che aveva scritto: «Il risvolto fondamentalista di una certa teologia morale può oggi essere studiato attraverso il caso esemplare di Carlo Caffarra. È stato lui a sostenere la discutibile conclusione secondo la quale chi evita una gravidanza va equiparato ad un assassino».

Kienzler rimandava, ma non solo, a quello che io oggi ritengo un incidente occorso a Caffarra in occasione del II Congresso internazionale di Teologia morale (1988), nel ventennale di Humanae vitae (25 luglio 1968). Non importa dilungarsi qui in particolari tecnici, ma diciamo che il teologo Caffarra con quella sua tesi azzardata si riteneva in buona compagnia, rifacendosi al Codex juris canonici del 1917, dove c’erano parole ferme contro chiunque impedisse la gravidanza: tamquam homicida habeatur («sia ritenuto omicida»; si veda il resoconto di D. Del Rio, «Non abbiamo cambiato idea…», in Repubblica 1.11.1988; disponibile nell’archivio digitale del quotidiano).

Incidente ho detto, perché il Codice era cambiato già dal 1983. Non era più quello degli studi di Diritto del canonista Caffarra, in cui quella comparazione era riferita primariamente all’aborto. In quel Congresso Caffarra aveva polemizzato anche, o soprattutto, con il teologo Bernard Haering, maestro di molti docenti di morale. Avendogli quello chiesto che udienza avrebbe avuto il suo rigorismo, gli aveva risposto che questa cosa poco gli interessava rispetto alla verità («Noi proclamiamo la verità»).

Per completezza – anche noi amiamo la verità – aggiungiamo qui che, durante una conferenza stampa con altri della sua parte, Caffarra aveva sostenuto quella cosa dell’omicidio rifacendosi a venerandi testi di morale di un passato in cui, con qualche impegno volenteroso, qualcuno poteva considerare anche la contraccezione come un omicidio, tenendo per buona l’antica convinzione che il seme umano fosse o contenesse una sorta di homunculus. Nonostante la mutata percezione scientifica della realtà, alcuni infatti ritenevano che al più mutassero le motivazioni della condanna, non il giudizio di condanna.

Insomma, essendo l’omicidio soppressione di una vita umana già esistente, esso è, moralmente parlando, odio alla vita. A livello di volontà la contraccezione sarebbe la stessa cosa, perché non vuole che venga all’esistenza una nuova vita. Caffarra, certo della sua tesi e severo nel giudizio su altri teologi a suo avviso dissenzienti dalle posizioni di Humanae vitae e dal magistero del papa, – magari, come lui, soltanto in onesta ricerca – non condannava comunque i ricorrenti alla contraccezione, perché la Chiesa non condanna nessuno, solo dichiara ciò che è male e ciò che è bene, faceva la verità.

«Omicidi o crocifissi?»

Si deve dire, tuttavia, che nel suo insieme quella comparazione era risultata tremenda e persino fastidiosa. Un corsivo su Settimana di quei giorni, a firma di questo scrivente (vedi sopra), era stato intitolato: «Omicidi o crocifissi?». Polemizzava, infatti, proprio con ciò che il teologo Caffarra aveva argomentato al citato Congresso e ribadito in un’intervista a La Stampa (28.9.1988, pp. 1s). Davvero a me e ad altri quella tesi era parsa epigona di un rigorismo già rigettato da G. Martelet (cf. Amour conjugal et renouveau conciliaire, Xavier Mappus, Lyon 1968, p. 36), che non esitava a parlare di «atteggiamento disumano nei confronti delle debolezze dell’amore coniugale».

In quel corsivo avevo scritto di ritenere che non fosse il caso di «disquisire sulle argomentazioni che Caffarra adduceva a sostegno della propria tesi, pur riconoscendo egli di vedere nel comportamento esterno “una differenza essenziale” tra l’uccidere una persona e impedire a una persona di esistere, differenza che, a suo avviso, si annulla quando, scendendo più in profondità, ci si chiede “qual è la volontà, l’intenzione, il cuore di chi ricorre ai due comportamenti”». Trovavo comunque, e trovo ancora, a dir poco singolare soprattutto la pretesa di sapere «che cosa ci sia nel cuore dell’uomo», in quanto per i più «è Dio soltanto a saperlo». Sono poi sempre rimasto dell’idea che stabilire certe analogie fosse in sé «operazione presuntuosa se mira a un caso individuale, sterile operazione intellettuale, atta a confondere le idee, se resta sul piano generale», come scrissi allora.

Avevo infine citato, a conforto dei lettori e di quanti avrebbero potuto sentirsi crocifissi da tanto rigore, il testo: «Le particolari circostanze che intervengono in un atto umano oggettivamente cattivo, mentre non possono trasformalo in oggettivamente virtuoso, possono renderlo incolpevole o meno colpevole o soggettivamente difendibile» (Il caso Washington, EV 4/698). Tale citazione era stata ripresa qualche mese dopo nel corsivo a tre asterischi in prima pagina de L’Osservatore romano (16.2.1989), che era una Nota della Congregazione per la dottrina della fede (Non sono mancate…, EV 11/2149-2153). Quel testo deplorava le trascorse polemiche tra teologi, faceva il punto su «La norma morale di Humanae Vitae e il compito pastorale», ribadendo sia i punti fermi dell’enciclica sia il ruolo della coscienza del soggetto nella valutazione della responsabilità personale.

Doveroso insegnamento

Non avrebbe molto senso oggi ricordare quelle lontane disquisizioni polemiche tra diverse opinioni di scuola se non fosse che quello che era stato il presupposto, la vera materia del contendere di quegli anni, almeno nella percezione di alcuni, era la verità – che talora si rischia di fare coincidere con ciò che si pensa, o che ritiene la propria scuola teologica – e se la stessa questione non si fosse riproposta più recentemente anche a proposito di Amoris laetitia… ma anche di questo si è parlato e scritto quanto basta, pure su Settimana News.

Va da sé che, sopraggiunto il silenzio della morte, si sospendano polemiche e contese teologiche personalizzate. Di qui il mio apprezzamento dei silenzi eleganti nelle rievocazioni. Il cardinale e teologo Carlo Caffarra la verità ora la conosce, anzi la contempla. Per chi resta, è però doveroso ricordare e trarre insegnamento anche dalle contese e polemiche di ieri. Non subito, chiaro, con calma, dando al tempo l’agio di stemperare gli umori.

Lo si può fare, ad esempio, ritornando a talune delle cose dette dal grande teologo morale che Prezzi ha citato rifacendosi a Il Regno, a proposito di intolleranza teologica e semplificazioni deduttive in nome di una pretesa abilitazione/missione a essere custodi dell’ortodossia della fede e della verità, nonché in qualche modo fiduciari del papa. Così fece a suo tempo il teologo Caffarra e fu il caso di Humanae vitae… salvo esigere chiarimenti se lo stesso papa insegna qualcosa che suscita qualche sommovimento al proprio sistema di certezze teologiche, ed è stato il caso dei dubia su Amoris laetitia.

Spesso si difende il diritto/dovere di pensare con la propria testa, se onestamente si arriva alla conclusione opposta a quella condivisa dal 99 per cento («io devo dire: secondo me il 99 per cento sbaglia», aveva affermato Caffarra in quei tempi lontani). Chi mai potrebbe non dirsi d’accordo in un’epoca di delega generalizzata del pensare a maestri presunti e presuntosi e a media pilotati da centri di potere più o meno occulti. Solo che, oggi come ieri, invaghiti della propria verità accade che si stenti a consentire agli altri di fare la stessa cosa, dimenticando che la verità non è data in esclusiva a nessuno, cammina piuttosto incontro a chi la ricerca con onestà.

In verità

Ci si chiederà cosa mai c’entri la verità in questo che potrà apparire un ricordo al contrario, meno generoso di quelli citati, ma che non intende esserlo. Ebbene, quando si pretende che la verità coincida abitualmente con le proprie idee si ha un apparentamento del proprio sentire con quella presunzione che segna un po’ tutti.

Per questo, approfondimenti teologici ed eventuali ingiunzioni a chi pensa diversamente dalle proprie conclusioni – si parla dei teologi e anche dei vescovi teologi – richiedono che ci si ponga in posizione di terzietà rispetto alla verità e rispetto alle conclusioni altrui. Di fronte al magistero autentico, infine, ci si pone riconoscendo cordialmente che la presunzione di verità è da quella parte e insieme ad esso si ricerchi come farla propria, sui tempi lunghi, per meglio proporla al popolo di Dio, senza ingiunzioni di sorta.

Vale per la Verità, le verità e anche la verità delle persone che abbiamo conosciuto.

Carlo Caffarra

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