A Charles Taylor il “Premio Ratzinger”

di: Luca M. Possati (a cura)

Charles Taylor non sembra affatto un filosofo accademico, irrigidito e impettito nei panni istituzionali. Quando lo incontriamo in un piccolo hotel a Borgo Pio, ci saluta come se ci conoscessimo da sempre e si sottopone a un confronto aperto, a tutto tondo, senza note o domande prestabilite. Il filosofo canadese, giunto a Roma per ricevere il premio Ratzinger, è uno dei pensatori più importanti e complessi nel mondo cattolico, e non solo. Insieme al direttore de L’Osservatore Romano, Andrea Monda, e al professore Gaetano Lettieri, che insegna Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma, abbiamo avuto con lui un dialogo su alcuni temi cruciali della sua opera filosofica e, più in generale, del mondo contemporaneo.

Lettieri: Il centro della sua ricerca è il rapporto tra la secolarizzazione e la modernità. Qual è la sua concezione della secolarizzazione?

Tutto è cominciato nel dopoguerra, quando i sociologi hanno iniziato a studiare la secolarizzazione come il fenomeno dell’abbandono della religione, la chiara tendenza alla scomparsa della religione. E questo è stato fatto nella scia dei lavori di Weber, ma anche di altri studiosi. Negli anni Sessanta-Settanta i sociologi identificavano la secolarizzazione con la fine della religione.

Tuttavia, negli anni Ottanta qualcosa è cambiato. Il racconto della secolarizzazione che era stato fatto fino a quel momento non reggeva più perché la religione non stava affatto scomparendo. Io da molto tempo non credevo nella sociologia ufficiale e quindi ho deciso di offrire un’altra storia. È quel che ho fatto in A Secular Age. Il nocciolo di questa nuova narrazione è che i rapporti tra religione e spiritualità sono profondamente cambiati. Dobbiamo pensare insieme religione e spiritualità. Prima, nel nostro mondo occidentale, questo rapporto veniva pensato e realizzato in società interamente cristiane, non solo nelle loro credenze comuni, ma anche nel loro modo di fare politica e cultura: era un modo di vivere la religione tutti insieme, una sorta di automatismo.

Oggi questo quadro è scomparso, ma non è scomparsa la spiritualità, il desiderio di trovare qualcosa di più grande, la spinta all’eternità. Queste cose non abbandoneranno mai l’uomo. Il punto è che tale desiderio ha trovato un altro modo di esprimersi. Per questo ho distinto tre tempi della secolarizzazione. I primi due sono la scissione tra Stato e Chiesa, e la diminuzione della pratica religiosa. Il terzo tempo della secolarizzazione occidentale è invece questo nuovo modo in cui le persone si cercano e si aggregano condotte da un certo “appetito” spirituale che si realizza in molti modi. Sono cambiate le condizioni della credenza. Questo è un fenomeno del mondo occidentale cristiano. Non pretendo di parlare del mondo musulmano.

È un altro grande errore delle teorie della secolarizzazione il pretendere che la secolarizzazione sia una categoria universale. Non è così. L’essere umano è costituito dalla sua cultura, dalla sua storia e dalla società in cui vive. Dunque, non è vero che l’essere umano è sempre stato uguale a sé stesso e che oggi ha perso le sue illusioni. Dobbiamo capire che oggi l’uomo è diverso e vive in modo diverso la sua spiritualità e il suo rapporto con la religione.

Lettieri: Possiamo dire che nella modernità secolarizzata siamo passati dal cristianesimo come necessità al cristianesimo come possibilità e rischio? È questo l’aspetto positivo della secolarizzazione?

Sì, possiamo senz’altro dire così. Dobbiamo cercare la profondità. Ci sono un certo numero di passi che devi percorrere e che danno senso al tuo cammino. Credo che quel che è veramente importante nell’epoca attuale sia il concetto di itinerario. Le persone seguono itinerari che sono molto diversi; anche se il cammino è quello cristiano, le persone oggi sono mosse da interessi e passioni diverse.

E qui c’è qualcosa di veramente straordinario. In un certo senso, nel mondo attuale l’intera tradizione cristiana è vissuta in modo contemporaneo. Voglio dire che in questa epoca c’è un’enorme quantità di ricerca spirituale e questa ricerca si concentra su fonti di epoche molto diverse, appartenenti a tradizioni diverse. Le persone sono attratte da cose diverse nel loro itinerario. Questo aspetto era stato colto anche dalla teologia del concilio Vaticano II. Grandi teologi come De Lubac o Congar erano insoddisfatti della polemica antimodernista di Pio X perché non aveva senso. Questi teologi hanno riabilitato molta parte della nostra tradizione e quindi hanno permesso l’accesso a nuove fonti. Hanno garantito la libertà di rapporto con la tradizione. È un approccio diverso, una diversa conservazione. Per me è stato molto importante leggere questi teologi. Ho letto i teologi del concilio Vaticano II ancora prima del concilio, e sono rimasto sorpreso del fatto che alcuni libri erano pubblicati e potevano circolare. Ma leggerli mi ha aiutato moltissimo.

Lettieri: Avete trovato la libertà e il pluralismo nella tradizione cristiana. Questo è il vostro insegnamento.

Certo, è vero. È questo quel che credo profondamente.

Lettieri: Non amate molto Agostino. Forse dal vostro punto di vista è troppo duro. La libertà non ha molto spazio. Che cosa ne pensate?

Credo sia una voce importante. Il problema è quando l’agostinismo diventa un’esagerazione ed è troppo concentrato sul peccato. Mi riferisco a certi aspetti della tradizione protestante e dell’iper-agostinismo. Certamente, anche al giansenismo. Pascal è diverso. È un grandissimo pensatore, ma è un mondo a parte. Trovo che certi scrittori nella tradizione calvinista, in particolare quando parlano della doppia predestinazione, siano spaventosi. Ma questo è soltanto un aspetto. Agostino è diverso. È una figura indispensabile, soprattutto per il mondo contemporaneo.

Lettieri: Che cosa pensa di questo Papa? Qual è il rapporto tra questo Papa e la nostra età secolare? 

Ammiro profondamente questo Papa. Lo ammiro perché egli ha capito che la cosa importante oggi non è la difesa della tradizione, ma la comunicazione, far entrare aria fresca nella Chiesa dandole un nuovo respiro. Personalmente, sono stato sorpreso dalla sua elezione e ancora non riesco a capire come il suo nome sia emerso. È lo Spirito Santo, ed è totalmente imprevedibile. Ma sono veramente entusiasta di questo Papa.

Lettieri: Lei parla del totalitarismo nella tradizione cristiana. Questo è un Papa contrario al totalitarismo cristiano. 

Assolutamente sì, è vero. L’eccessiva difesa della tradizione e le derive totalitarie del cristianesimo hanno fatto fuggire molte persone, che hanno abbandonato la fede. Nella storia le reazioni al potere politico della Chiesa, come la Rivoluzione francese o altro, sono perfettamente comprensibili, anche se hanno prodotto disastri. Tanto il totalitarismo della Chiesa quanto la reazione a esso sono comprensibili, ed entrambi deprecabili. Perfino un Papa come Giovanni Paolo II, che ammiro e apprezzo, è stato però eccessivamente difensivo e conservatore sotto tanti punti di vista.

Credo che la vera differenza stia nel rapporto con la Teologia della liberazione. Ovviamente, in questa forma di teologia ci sono molti errori. Ma c’è anche molto altro: guardiamo a quel che muove le persone e le fa incontrare. Guardiamo alle loro differenze. Non c’è soltanto marxismo. L’atteggiamento difensivo spesso può essere eccessivo e impedire la strada verso l’imitatio Christi. Questo atteggiamento invece non lo vedo in Francesco. Sono molto incoraggiato da questo.

Possati: In questo Pontificato, una delle parole chiave scelte da Papa Francesco è “riforma”. A suo giudizio, è possibile riformare la Chiesa nell’età secolare? 

Ogni riforma introduce un nuovo cammino spirituale che può essere magnifico e positivo. Guardiamo, ad esempio, Lutero e la dottrina della giustificazione per fede. Il problema è che spesso questo processo è accompagnato da aspetti molto negativi. Ogni spiritualità è avvelenata dalla violenza, dall’arroganza e dall’ignoranza. Oggi nella Chiesa abbiamo bisogno di una riforma che metta in primo piano quello che è davvero importante nella fede.

Possati: Lei pensa che la riforma della Chiesa passi anche attraverso il dialogo con l’islam?

Sì, ne sono convinto. E ci sono due ragioni per questo. Dobbiamo riconoscere che c’è una pluralità delle spiritualità; per noi la strada è il cristianesimo, ma per altri no. Dobbiamo accettarlo. Possono esserci molte somiglianze e, sulla base di queste somiglianze, possono esserci ragioni per dialogare. Il problema è che a queste ragioni si legano spesso aspetti negativi, la violenza anzitutto. Facilmente ricadiamo nella reciproca ostilità. Sul versante islamico ci sono molti movimenti violenti, ad esempio il Wahhabismo.

Anche nel mondo occidentale è diffusa un’insensata islamofobia. Dunque, ci sono anche molte ragioni per evitare questo dialogo. Dobbiamo condannare fortemente queste pericolose derive. Dobbiamo cercare la comprensione reciproca. Nell’islam ci sono queste risorse. Ad esempio, nella tradizione mistica del sufismo esiste una autentica ricerca della spiritualità. La prima motivazione dei sufi non è dire all’altro “hai sbagliato”, ma “andiamo avanti nella ricerca comune”. Ho molti amici sufi e dialogo bene con loro. Dobbiamo combattere insieme contro letture limitate delle nostre tradizioni e identità.

Lettieri: Per noi cristiani è molto facile accettare l’errore e aprirci all’altro in forza della nostra tradizione. Tuttavia, in altre culture che non hanno attraversato la secolarizzazione, questo è molto più difficile. Come possiamo avere un reale multiculturalismo con culture che impongono la loro legge su altre culture? Come si può essere aperti con chi non lo è?

In India c’è una lunga tradizione di coesistenza tra religioni molto diverse. Oggi questa tradizione è minacciata, ed è la tragedia che stiamo vivendo con il governo di Modi e del  BJP che attua una politica nazionalista in difesa dell’identità induista. È folle e insensato. Stanno distruggendo il lavoro di Gandhi. Anche nell’islam ci sono stati momenti di coesistenza, ad esempio in Andalusia.

Sono forme di coesistenza sotto leggi musulmane che però, anche loro, oggi sono messe a rischio da gruppi di violenti. Purtroppo, nell’islam la modernizzazione politica è stata accompagnata da letture dell’islam molto limitate. Questo è avvenuto soprattutto in Pakistan, dove la situazione è oggi molto complessa. Dove invece non c’è nessuna tradizione di coesistenza tra culture è la Cina. In questo paese esiste una ideologia dominante: possiamo chiamarla “socialismo con caratteristiche cinesi”, e si sta muovendo in una direzione spaventosa.

Lettieri: Lei ha detto che possiamo avere un futuro soltanto se ritorniamo al Vangelo. Possiamo dire che esiste una profonda connessione tra il Vangelo storico, il Gesù storico, e la secolarizzazione? 

Non si può comprendere l’etica della società occidentale senza comprendere il Vangelo. L’intera concezione dei diritti umani non potrebbe esistere senza il cristianesimo. Bisogna però distinguere. C’è un Vangelo che è contro la religione. Gesù stesso è contro la religione intesa come insieme di norme. Nel Vangelo c’è molta religione, ad esempio l’attenzione ossessiva ai precetti che vengono imposti dalla tradizione: “non puoi guarire quella persona il sabato”. Il cristianesimo autentico ci spinge ad andare oltre, supera questa idea e guarda allo spirito.

Lettieri: Questo mi fa pensare alla famosa distinzione proposta da Bergson tra religione chiusa e religione aperta. Possiamo percorrere un cammino spirituale soltanto se restiamo aperti agli altri e liberi. Il Vangelo apre la religione. Quindi la secolarizzazione è più Vangelo che religione.

Assolutamente, sono convinto di questo.

Possati: Come pensa l’impegno politico dei cristiani oggi? Qual è il loro ruolo?

Penso che i cristiani debbano essere impegnati in politica. Questo è inevitabile. I cristiani debbono agire direttamente in politica per un senso di responsabilità propria e comune. Come cristiano, mi sento sempre legato a certi valori e certe posizioni, e voglio difenderle anche in ambito politico. Ma è importante capire in quale situazione è bene agire e quali invece evitare.

Possati: Pensa che il concilio Vaticano II possa essere ancora una fonte di ispirazione per i cristiani in politica?

Il concilio ci ha consegnato l’idea fondamentale che ci troviamo in un mondo nel quale siamo responsabili per noi stessi e per gli altri. Ci ha consegnato una visione precisa dei rapporti tra gli esseri umani. E questo è valido anche, e forse soprattutto, nel mondo di oggi.

Lettieri: Penso che un cristiano in politica debba avere un approccio ermeneutico ai nostri comuni valori. Non abbiamo la chiave della verità, ma dobbiamo dare ogni volta un’interpretazione della realtà. 

Il dialogo è la via principale. Avere un’identità aperta. Dobbiamo avere una certa umiltà e pensare che forse anche noi possiamo sbagliare. Ma alla fine, in quanto cittadini, dobbiamo agire con quel che abbiamo, con le nostre credenze e interpretazioni.

Monda: L’identità cristiana viene spesso utilizzata in politica in una maniera strumentale. Come ci dobbiamo orientare?

Il fatto che oggi, nel nostro mondo occidentale contemporaneo, le persone cercano la loro identità personale è qualcosa di molto vicino alla tradizione cristiana e alla domanda: qual è la mia vocazione? Qual è il senso della mia vita? Tuttavia, quando la religione diventa un’identità politica, quando viene piegata per scopi politici, accadono cose terribili. Questo sta accadendo nel mondo musulmano e in alcune parti del mondo buddista. Si pensi, ad esempio, a quel che accade oggi in Sri Lanka e in Myanmar, dove un buddismo radicale e violento discrimina ed espelle i musulmani.

Possati: Oggi viviamo in un mondo dominato dalla tecnologia. Lei crede che la fede può migliorare il confronto con la tecnologia, e quindi permettere di viverlo in maniera più produttiva e originale? 

Credo che dobbiamo guardare alla enciclica Laudato si’. La tecnologia e il rapporto con la natura deve fare parte della dimensione spirituale della nostra vita. Apparteniamo a questo mondo che ci nutre e protegge, e dobbiamo comprenderlo e viverlo in maniera adeguata. Ognuno dovrebbe avere un senso di gratitudine per questo. Quel che fa paura nelle persone che negano l’emergenza del riscaldamento climatico, come Trump, è che sembrano essersi totalmente dimenticate questa dipendenza e quindi la pietà verso la natura che a essa è connessa. Per noi cristiani la gratitudine verso la Terra è la gratitudine verso Dio. Ma non solo: in realtà ogni essere umano dovrebbe essere consapevole di questo. Perché solo grazie a questa consapevolezza possiamo evitare che la tecnologia diventi distruttiva.

Discorso di papa Francesco in occasione del conferimento del Premio Ratzinger – giunto alla sua 9ª edizione –  a Charles Margrave Taylor, filosofo, professore emerito della McGill Univeristy di Montréal (Canada), e a Paul Béré, s.j., professore di Antico Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma e all’Institut de Théologie dei Gesuiti di Abidjan (sabato 9 novembre 2019).

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di consegnare personalmente anche quest’anno i “Premi Ratzinger”. È per me una gradita circostanza. Anzitutto esprimo il mio apprezzamento per le due illustri personalità che ci sono state ora presentate dal Cardinale Amato, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Joseph Ratzinger – Benedetto XVI. Saluto con riconoscenza il Prof. Charles Taylor e il P. Paul Béré, S.J., come pure i loro parenti ed estimatori, che li accompagnano in questo momento di festa, e i responsabili e gli amici della Fondazione.

Ma sono anche lieto di avere questa bella occasione per esprimere ancora una volta stima e affetto per il mio Predecessore, il caro Papa emerito Benedetto XVI.

Gli siamo grati per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo.

Questo è stato sempre desiderio intenso di Joseph Ratzinger, teologo e pastore che non si è mai chiuso nell’ambito di una cultura puramente concettuale e disincarnata, ma ci ha dato l’esempio di una ricerca della verità in cui ragione e fede, intelligenza e spiritualità, sono continuamente integrate. Tutte le discipline e le arti concorrono in tal senso nel dare il loro contributo alla crescita dell’umano verso la sua pienezza. Questa, infine, si trova solo nell’incontro con la persona vivente di Gesù Cristo, il Logos incarnato, la rivelazione di Dio che è amore.

Essere e restare in dialogo attivo con le culture, che cambiano nel corso dei tempi e si diversificano nelle diverse parti del mondo, è un dovere per la teologia, ma è allo stesso tempo condizione necessaria per la vitalità della fede cristiana, per la missione di evangelizzazione della Chiesa.

In questa prospettiva i nostri due Premiati hanno offerto un notevole apporto, di cui diamo loro atto oggi con ammirazione e gratitudine.

Nel corso della sua lunga vita di ricerca, insegnamento e azione, il Prof. Taylor ha spaziato in molti campi, ma in particolare ha dedicato l’impegno della sua mente e del suo cuore per comprendere il fenomeno della secolarizzazione nel nostro tempo. Essa pone effettivamente una grande sfida per la Chiesa Cattolica, anzi per tutti i cristiani e possiamo dire per tutti i credenti in Dio. Papa Benedetto ci ha ripetuto più volte che la priorità del suo pontificato era riannunciare Dio – il Dio di Gesù Cristo – in un tempo in cui sembra tramontare all’orizzonte di vaste aree dell’umanità. Ora, pochi studiosi si sono posti il problema della secolarizzazione con tanta ampiezza di sguardo quanto il prof. Taylor. Gliene siamo grati, per la profondità con cui se lo è posto, analizzando con attenzione lo sviluppo della cultura occidentale, i movimenti dello spirito umano nel corso del tempo, individuando le caratteristiche della modernità nella loro complessa articolazione, nelle ombre e nelle luci. Così egli ci aiuta a leggere in modo non riduttivo le ragioni dei cambiamenti avvenuti nella pratica religiosa; ci invita a intuire e a cercare vie nuove per vivere ed esprimere le dimensioni trascendenti dell’animo umano, le dimensioni spirituali nelle quali lo Spirito Santo continua ad operare anche quando noi a prima vista non ce ne accorgiamo. Tutto ciò ci permette di confrontarci con la secolarizzazione occidentale in modo non superficiale o fatalisticamente scoraggiato. E questo è necessario non solo per una riflessione sulla cultura del nostro tempo, ma soprattutto per un dialogo e un discernimento in profondità nel suo contesto, per assumere gli atteggiamenti adeguati per vivere, testimoniare, esprimere, annunciare la fede nel nostro tempo.

Il p. Paul Béré è il primo africano che riceve il Premio Ratzinger ed è uno stimato studioso della Sacra Scrittura. Con questo riconoscimento sono lieto di esprimere il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento a tutti coloro che si impegnano per l’inculturazione della fede in Africa con un contributo di studio originale e approfondito. Nei primi secoli del Cristianesimo l’Africa settentrionale ha dato alla Chiesa figure gigantesche – come Tertulliano, Cipriano, Agostino –, ma poi la diffusione dell’Islam e quindi secoli di colonialismo hanno impedito una vera inculturazione africana del messaggio cristiano fino alla seconda metà del secolo scorso. Perciò la teologia africana contemporanea è ancora giovane, ma appare dinamica e ricca di promesse. Il p. Béré ce ne dà un esempio lavorando sull’interpretazione dei testi dell’Antico Testamento in un contesto di cultura “orale”, mettendo così a frutto l’esperienza delle culture africane; come pure impegnandosi per la conoscenza, la comprensione e la recezione nel contesto africano dei Sinodi ai quali ha preso parte.

Nella sua grande esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il santo papa Paolo VI affermava: «Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa» (n.18). Ciò vale per tutte le culture: l’accesso alle dimensioni dell’umanità in cerca di redenzione va cercato in tutte le direzioni, con creatività, con immaginazione; deve esprimersi con i linguaggi appropriati in tutti gli ambiti e gli spazi in cui l’umanità vive le sue pene, le sue gioie, le sue speranze.

In questo senso, per quanto i due Premiati provengano da continenti e ambiti culturali diversi, il loro messaggio è molto più simile di quanto non appaia a prima vista. Nella varietà delle culture, nel loro differenziarsi nel tempo e nello spazio, si può e si deve sempre cercare e trovare la via dell’accesso a Dio e all’incontro con Cristo. Questo è stato ed è l’impegno del professor Taylor e del padre Béré, questa è la missione di tutti coloro che, seguendo l’insegnamento del teologo Joseph Ratzinger e papa emerito Benedetto XVI, si propongono di essere “cooperatori della Verità”.

Auguro quindi ai premiati e a tutti voi presenti di poter continuare con entusiasmo e con gioia il cammino su questa strada. Grazie.

 

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