Ciampi, la bandiera e la Costituzione

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Di Carlo Azeglio Ciampi sono tante le qualità politiche e umane che sono state giustamente ricordate nell’occasione del suo privatissimo congedo da questo mondo. Ma un’enfasi speciale è caduta soprattutto sull’impegno che egli profuse, come Presidente della Repubblica, per riaffermare in tutte le sedi pubbliche il valore del concetto di Patria, con il corollario di inni e bandiere, emblemi di un apparato simbolico che la breve storia repubblicana non aveva considerato come una propria priorità.

Oltre che un radicato, personale convincimento, a muovere Ciampi era l’incombere sull’Italia di una minaccia secessionista – quella della Lega di Bossi – che non gli pareva adeguatamente bilanciata dalla simbiosi di governo con Berlusconi.

Il pericolo di rottura dell’unità nazionale era aggravato dal fatto che ne erano protagonisti i territori più prosperi del paese, nella persuasione di poter vivere meglio senza la zavorra di un “Mezzogiorno” che, secondo le convenienze, si faceva cominciare da Bologna o da Firenze come antemurali di… “Roma ladrona”.

La “Bibbia civile”

L’iniziativa di Ciampi aveva il significato di una salutare profilassi che fosse in grado di attivare l’immaginario collettivo producendo un’onda di contrasto in nome dell’unità nazionale, cioè della repubblica «una e indivisibile» come descritta dalla Costituzione. E giustamente trovò riscontro in molti ambienti, oltre quelli degli apparati militari per loro natura più sensibili a quei richiami.

Giustamente, in occasione delle commemorazioni, si sono ascritti a merito di Ciampi il ripristino della parata militare del 2 giugno, il canto dell’Inno nazionale in tutte le circostanze pubbliche, l’esposizione delle bandiere, gli onori ai “sacrari” dei caduti a partire dall’“Altare della patria”. Ma a me pareva che, limitato a questi aspetti, il discorso fosse incompleto.

Curavo all’epoca (a cavallo dei due secoli) le iniziative culturali dell’associazione degli ex parlamentari e avevo stretto un rapporto con un organismo di derivazione sindacale che si dedicava alla diffusione della Costituzione nelle scuole. Mi parve naturale prendere alla lettera un’affermazione del Presidente per completare l’impresa: non solo bandiera e inno, ma anche la Costituzione propriamente detta; non solo i simboli, ma anche la sostanza.

Aveva detto il Presidente Ciampi: «La Costituzione è la mia Bibbia civile». A me e ai colleghi sembrò fisiologico immaginare che potesse essere questa la motivazione di quello che non ci parve azzardato definire come “catechismo costituzionale”. Non solo nelle scuole, ma in tutto il paese.

Educazione civica e buone maniere

Le nostre analisi fornivano argomenti per una scelta in tal senso. Alla domanda “che cos’è per te la Costituzione?”, molti rispondevano: la raccolta delle leggi dello Stato. Spiegare la differenza tra la Gazzetta Ufficiale e la Carta Fondamentale ci sembrava impresa meritoria e utile. Che cercammo di lanciare in vari modi, compresa l’indicazione di una data – il 16 gennaio – come ricorrenza evocativa dei simboli della Repubblica e dei contenuti della Costituzione. Un apposito disegno di legge fu presentato al riguardo ed ebbe persino, anni dopo, l’approvazione del Parlamento.

Ma la Costituzione della Repubblica – come tale, cioè come corpo di principi, valori e scelte operative – è rimasta fuori dal perimetro degli insegnamenti obbligatori dei nostri cicli scolastici.

Vi furono, che io ricordi, tentativi di rilanciare l’“educazione civica” come l’ambito più adatto per stabilire un collegamento tra le giovani generazioni e gli orientamenti fondamentali delle comunità. Ma non si trovò il modo di collocare tale materia tra gli insegnamenti curricolari o se ne depotenziò il significato, facendo coincidere l’educazione civica con la coltivazione delle buone maniere nelle relazioni interpersonali.

Un deficit operativo

A questo punto però è necessario sdoppiare gli itinerari, nel senso di precisare che l’impulso presidenziale rispondeva ad un’ispirazione profonda imperniata sul valore globale (biblico addirittura) della Costituzione, mentre la sua attuazione si è concentrata, per non dire esaurita, sugli aspetti più coreografici e di maniera. Ma di questo non si può fare addebito a Ciampi: il deficit operativo appartiene per intero ai soggetti politici e culturali, incluso il mondo associativo, che non hanno saputo o potuto produrre una conseguente pedagogia costituzionale a tutto campo.

Delle conseguenze di questo stato di cose ci si rende conto alla vigilia del referendum confermativo della riforma approvata dal Parlamento. C’è chi riduce la Costituzione al solo “regolamento di condominio” e pretende che su di esso si combatta una battaglia di civiltà; e c’è chi dilata il significato delle modifiche al “regolamento” per mettere in allarme tutti i sensori della repubblica. Il tutto mentre pare impossibile rimettere in campo la connessione fisiologica tra la prima e la seconda parte della Carta, dove quest’ultima trova la sua ragion d’essere solo se svolge una funzione di servizio dei principi e dei valori della prima.

È persino troppo facile, col senno di poi, sostenere che le cose sarebbero andate diversamente se i primi tre lustri del secolo fossero stati impiegati anche per divulgare in mezzo al popolo sovrano il messaggio della Costituzione nella sua natura di orientamento etico-politico di questa repubblica. E per rendersi conto di quanto, su questo e su altro, Ciampi sia stato saggio e lungimirante.

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Un commento

  1. Luciano Corradini 2 ottobre 2016

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