Croce: culturalmente cristiano

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«Provo grande sdegno contro quei cattolici che si mettono sul piedistallo della loro religione (non sempre sentita) ed osano gridare contro di Lei. Certo, i cristiani devono sempre affermare intera la propria Fede. Ma questo non dà loro il diritto a criticare l’opera immane di un filosofo che è tutto delucidazione, specie quando dimostrano la più grande incompetenza».

Queste parole della credente Maria Curtopassi (cf. carteggio Croce-Curtopassi, edito col titolo Dialogo su Dio. Carteggio 1941-1952, Archinto 2007, p. 128), rendono bene la peculiarità di un pensatore che la cultura cattolica ufficiale aveva spesso osteggiato per il suo hegelismo dichiarato e il suo liberalismo, nonché per la vicenda politica, che l’aveva dapprima condotto a collaborare al quinto governo Giolitti come ministro della Pubblica Istruzione (1920-21) e poi l’aveva visto assistere all’ascesa del fascismo.

Anche se al fascismo il filosofo Croce non concesse nulla dal punto di vista ideologico, non solo sostenne l’utilità di quel movimento politico, ma appoggiò il governo Mussolini fino a dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti.

Nel corso del suo sodalizio col ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, più volte Croce ricordò la necessità dello studio serio e documentato sui testi, senza procedere per generalizzazioni.

Come racconta nel Contributo alla critica di me stesso (1915), Croce, per una crisi religiosa, si era allontanato dal cattolicesimo familiare, pur avendo compiuto gli studi liceali a Napoli nel liceo “La Carità”, fondato dal francescano Lodovico da Casoria.

Diventato piuttosto critico nei confronti del clero e della cultura cattolica partenopea e italiana, egli era rimasto comunque in debito di gratitudine con il suo professore di filosofia nei tre anni di liceo, don Giuseppe Prisco, poi arcivescovo di Napoli.

Perciò volle andare personalmente a ringraziarlo per quanto ricevuto, recandosi a casa del monsignore, sita in Napoli, al Vico Pazzariello ai Banchi nuovi n. 16, dove l’abate Prisco teneva lezioni private di Filosofia del diritto agli studenti di giurisprudenza (non senza osservare, il Croce, con la solita finezza letteraria, la dissonanza tra l’acume speculativo di Prisco e la stramba denominazione della via in cui si era trovato ad abitare).

Croce, personalmente, conserva un gratissimo ricordo dell’abate e neotomista Prisco, di cui sottolinea, anzi, la capacità di spiegare con chiarezza le difficoltose problematiche speculative ai giovani studenti e, dal punto di vista didattico, ne loda la grande tolleranza nei confronti dei giovani allievi e delle loro enormità, dovute allora a inesperienza. Ma critica il pensiero di quei cattolici che si riducono a fare filologia anziché filosofia.

Croce, un cristiano atipico?

«Tra i guai della vecchiaia», scrive Benedetto Croce, da Napoli il 1° febbraio 1949, a Maria Curtopassi, «c’è anche questo: che la mano non si presta allo scrivere con chiarezza». Il che svela con chiarezza alcuni punti fermi (teorici e politici) del senatore e filosofo, a cui viene, a settant’anni dalla morte, giustamente riconosciuto di essere stato, comunque, colui che ha portato l’hegelismo in Italia e che, altrove – esattamente ne “La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce” 40 (1942), pp. 289-297 – giunge a scrivere: «Perché non possiamo non dirci cristiani».

Del resto, l’abate Prisco e il suo antico allievo Benedetto Croce producevano testi in una città per così dire filosofica, dove aveva operato il grande Vico, definito da Croce «nemico dell’aristotelismo e dello scolasticismo» e dove, intorno al 1860, le numerose opposizioni e contrasti tra diverse vie filosofiche, non erano altro che vita filosofica, ovvero filosofia diffusa nell’ambiente, come annota testualmente lo stesso Croce nel 1909.

In ogni caso, alla sua corrispondente Curtopassi, il Senatore non manca di chiedere se «sia venuto sott’occhio nel “Mondo” (n. 4 mi sembra) un mio articolo, nel quale io affronto la fede, o, per meglio dire, la verità dell’esistenza di Dio, con argomenti non teologici. Ma forse lei non ne prenderà scandalo, perché, se mai, la mia dimostrazione non nega, ma integra la fede» (dal carteggio, p. 126).

L’entusiasta risposta della Curtopassi consente di rileggere con altri occhi questo intellettuale che, con la sua dichiarazione di cristianesimo, intendeva, come scrive ne “La Critica”: «unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità».

Posto che il cristianesimo, continua Croce, ben più delle rivoluzioni artistiche e filosofiche della Grecia e giuridiche della romanità, «è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta», ci si può legittimamente domandare fin dove possa giungere questa sua dichiarazione di cristianesimo, certamente non coincidente con quanto professato dalla gerarchia e dalla cultura cattolica del tempo.

Il nucleo del cristianesimo sta in Gesù

Come precisa il Senatore, il cristianesimo ha successo perché opera nel centro dell’anima, ovvero nella coscienza morale: «La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvivò, esultò e si travagliò in modi nuovi, tutt’insieme fervida e fiduciosa, col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza, che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire al Signore la letizia».

Questo giustifica anche – continua nella sua disamina Croce – le vicende storiche del cristianesimo, la sua periodizzazione, i rischi di corruzione, la creazione di scuole dottrinali. Distinguendo, insomma, tra nucleo originario del cristianesimo e uomini delle Chiese cristiane, Croce può pure distinguere tra la sua ferma polemica contro le Chiese e la loro cultura arretrata e la sua simpatia per il fondatore del cristianesimo.

Infatti, ribadisce: «La continua e violenta polemica antichiesastica, che percorre i secoli dell’età moderna, si è sempre arrestata e ha taciuto. riverente al ricordo della persona di Gesù, sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé medesima, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore».

Figli del cristianesimo

Sincera, ci sembra, la professione di fede del Senatore e neo-hegeliano, esposta dalle colonne de “La Critica”: «Perciò, specificamente, noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo», che Hegel definiva religione assoluta. «E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi».

Sincera e affine a quanto, all’inizio del Novecento, scriveva Ernesto Buonaiuti, esponente del cosiddetto modernismo neo-cattolico, il quale incorse poi negli strali della Santa Sede, perdendo tonaca e cattedra: «Noi possiamo a buon diritto dirci cristiani: anzi più cristiani dei cattolici ufficiali. Il cattolicismo infatti, sebbene rappresenti la continuazione storica del vangelo, non ne costituisce però la continuazione psicologica, perché lo stato d’animo che esso suppone, fatto di ascetismo e di mortificazione, non corrisponde affatto allo stato d’animo che Gesù modellò con la speranza del regno e con la gioia del trionfo imminente. Gesù ha lanciato il più alto invito all’idealità del progresso del mondo, inculcando di ricercare la verità e la giustizia; al seguito delle quali pervengono agli uomini le più nobili soddisfazioni e i più grandi tesori. Dopo ciò tu riconoscerai, amico, che noi siamo pienamente logici quando ci affermiamo cristiani. Il cristianesimo infatti ci appare come la più pura manifestazione della religiosità, e noi crediamo che ogni uomo religioso, veramente religioso, è un Messia, dinanzi ai cui occhi brilla l’ideale del regno profetico, che i giusti implorano, ogni giorno, sulla terra» (E. Buonaiuti, Lettere, lettera IX, 24.3.1907).

Ieri e oggi

Nei suoi appunti, Croce non getta alle ortiche l’intera cultura cattolica, pur criticandone l’arretratezza linguistica: «C’erano anche, a Napoli, alcuni teologi tomisti: il Savarese, Anton Günther l’Antisavarese, il Sanseverino, Don Giuseppe Prisco, poi cardinale arcivescovo di Napoli, il prete Lilla, il prete Don Giuseppe Memola; e il Talamo, che diresse la Rivista internazionale di scienze sociali. Tutti costoro erano avversari dichiarati dell’Hegel, o, com’essi dicevano, della filosofia germanica e del panteista Hegel; e avevano, quasi tutti, come caratteristica, il non conoscere un rigo di tedesco, e neppure mezzo rigo del tedesco dell’Hegel».

È, questa, una grande e attuale lezione per l’oggi, soprattutto per quanto concerne la preparazione e formazione sui testi degli intellettuali cristiani, che dovrebbero essere anche i preti.

Papa Francesco, parlando a braccio, il 22 settembre 2022, ai partecipanti al Congresso tomistico internazionale, ha, non a caso, raccomandato di studiare bene anche i giganti della cultura cristiana, come Tommaso d’Aquino, evitando le possibili degenerazioni o le enfasi di scuola: «Tante interpretazioni – penso a una per esempio – casistiche, del tomismo, che è stato schiavo del pensiero casistico. Ricordo quella di uno spagnolo che ha scritto tanti libri, un tale Losada, credo che si chiamasse così, non ricordo bene [si chiamava Luis de Lossada, ndr], che, per spiegare il “continuo metafisico” secondo san Tommaso, inventò i “puncta inflata”. Così un’interpretazione di tipo casistico, di tipo opportunistico diminuisce e rende ridicolo il pensiero del maestro».

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Un commento

  1. Giuseppe Guglielmi 5 dicembre 2022

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