A Denis e Nadia il Nobel per la pace

di: Antonio Dall'Osto

Il 5 ottobre 2018 a Oslo è stato assegnato il Premio Nobel per la pace 2018 a Denis Mukwege, congolese, e a Nadia Murad, una donna yazida. Due persone sconosciute al gran pubblico, ma di grande spessore civico e morale.

Il Comitato norvegese per il Nobel ha voluto così premiare i loro sforzi per porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e di conflitto armato. Reiss-Andersen, presidente del Comitato, annunciando il nome dei due vincitori, ha affermato: «Hanno coraggiosamente messo a rischio la loro vita combattendo una guerra contro i crimini e cercando giustizia per le vittime». «Entrambi – dice la motivazione – hanno dato un contributo fondamentale nel richiamare l’attenzione e nel combattere questo tipo di crimini di guerra in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni».

«Se vogliamo che la gente dica “stop alla guerra”, dobbiamo mostrare quanto questa sia brutale» – ha aggiunto.

Mukwege, è un ginecologo e chirurgo congolese, 63 anni, è considerato il principale esperto mondiale nel trattamento degli stupri di gruppo e un attivista contro le violenze sessuali. Ha dedicato la sua vita ad aiutare le donne del Congo. Ha saputo del premio mentre stava compiendo un intervento chirurgico nel suo ospedale, a Bukavu, e ha voluto dedicare questo riconoscimento a tutti i sopravissuti della violenza sessuale in ogni parte del mondo.

Nadia Murad è una donna yazida, sopravvissuta agli orrori dei terroristi dell’ISIS in Iraq e oggi ambasciatrice presso l’UNU per la difesa delle persone scampate alla tragica esperienza della tratta degli esseri umani in Iraq.

Nobel per la pace

Denis Mukwege

Denis Mukwege

Mukwege è nato nel 1955, figlio di un pastore di Bukavu, nella Repubblica democratica del Congo. Dopo aver studiato medicina in Burundi, proseguì la sua formazione come ginecologo in Francia. Nel 1999 fondò l’ospedale Panzi a Bukavu nell’est del Congo.

«Qui – ha detto – ogni anno vengono curate migliaia di donne vittime di abusi e violenze sessuali la maggior parte delle quali commesse lungo il corso di una guerra civile, costata la vita a più di sei milioni di congolesi, ufficialmente terminata nel 2002, ma che vede ancora fronteggiarsi l’esercito regolare e gruppi armati che cercano di controllare le ricchezze del Paese, oro, diamanti e rame».

Il principio che da sempre lo ispira si può riassumere nella frase: La giustizia è affare di tutti. Nel 2014, Mukwege ha ricevuto il “Premio Sacharov” dal Parlamento europeo.

«È stato un incubo», ha affermato ricordando quei fatti. Assieme alla sua équipe, ha trattato più di 50.000 donne vittime di questa esecrabile violenza.

Attualmente si occupa della guarigione non solo delle ferite fisiche, ma anche di quelle psicologiche delle vittime. Ed è anche un attivista in campo politico per cercare di porre fine allo stupro come arma di guerra.

Nel 2012 corse il grave rischio di essere ucciso. Alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua abitazione, a Bukavu, in cui fu ucciso un suo amico.

Anche oggi sia lui che la sua équipe corrono gravi pericoli. Lo scorso anno rimase ucciso un suo collega. «Ma questa volta – ha dichiarato – ho provato un sentimento diverso: quello della rivolta. Dobbiamo finirla con questa guerra».

Saputo del conferimento del premio Nobel, ha dichiarato: «Per quasi 20 anni sono stato testimone dei crimini della guerra compiuti su donne, ragazze e perfino bambine, non solo nel mio paese, ma anche in molti altri paesi. Ai sopravvissuti di tutto il mondo vorrei dire che attraverso questo premio, il mondo vi ascolta e non rimane indifferente, e che rifiuta di starsene indolente davanti alla vostra sofferenza».

Mukwege, parlando con l’agenzia statunitense CNN, già nel 2009 aveva sottolineato quanto fosse vitale per le donne brutalizzate poter trovare un sostegno e un riconoscimento: «Non potete immaginare, ha detto, quanto sia importante per loro un sorriso, una stretta di mano, un sentirsi dire “coraggio”, e far sentire che sono amate, che alla fine avrebbero trovato amore e affetto».

Nobel per la pace

Nadia Murad Basee Taha (Karl Rabe photo)

Nadia Murad

Nadia Murad è una donna yazida della città irachena di Sinjar, sopravissuta alle violenze e alle stragi dei terroristi delle’ISIS. Lo scorso anno, parlando con l’agenzia CNN, raccontò come si svilupparono i fatti: l’ISIS attaccò la sua comunità il 3 agosto 2014. Circa 6.500 donne e bambini furono rapiti e 5.000 persone della comunità furono uccise. «Per otto mesi – ha narrato – ci separarono dalle nostre madri e dalle nostre sorelle e dai nostri fratelli; alcuni furono uccisi e altri scomparvero».

Nella sua vita non avrebbe però mai immaginato ciò che sarebbe successo dopo. Il suo desiderio da ragazza del villaggio Kocho, nel nord dell’Iraq, era di aprire, al termine della scuola, un salone di cosmetici. Poi, nel 2014, avvenne la catastrofe con l’arrivo nel suo villaggio dei terroristi dell’ISIS. Assieme a molti altri fu portata nella città di Mosul. Sua madre e sei suoi fratelli furono uccisi. Complessivamente i terroristi sterminarono 40 membri della sua famiglia.

Mosul Nadia fu venduta a un uomo al mercato degli schiavi; poi fu rivenduta come schiava del sesso. Dopo una fuga rocambolesca dalla casa di Mosul dove era detenuta da tre mesi, con l’aiuto di una famiglia musulmana riuscì a passare nel territorio dei curdi dove trovò rifugio in un campo di profughi vicino a Dohuk.

Una volta libera, iniziò la sua personale battaglia contro le violenze dell’ISIS, raccontando con coraggio quanto aveva provato sulla propria pelle. «Ad un certo punto, non restano altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio», scrive nella sua autobiografia – L’ultima ragazza – pubblicata quest’anno da Mondadori.

Le cicatrici lasciate sul suo corpo dai carnefici dello Stato Islamico non le hanno tolto la dignità e non le hanno impedito di perseguire i suoi scopi: divulgare lo sterminio della sua gente e portare alla sbarra i suoi aguzzini. A tale riguardo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha istituito un team per raccogliere le prove dei crimini dello Stato Islamico.

«Spero che questo premio aiuti a portare giustizia per quelle donne che hanno subito violenza sessuale» – ha detto Murad, parlando attraverso il sito del premio Nobel: «La giustizia è fondamentale».

«Questo premio – ha aggiunto – è anche per tutte le donne del Medio Oriente, per tutti gli iracheni, i curdi e le minoranze perseguitate in tanti angoli del mondo. Bisogna continuare a lottare, perché la mentalità dello Stato Islamico può annidarsi ovunque».

Oggi Murad vive in Germania, nel Baden-Württemberg, dove hanno trovato accoglienza circa un migliaio di yazidi del nord Iraq e dove si dedica instancabilmente a risvegliare l’attenzione pubblica sui suoi conterranei. Nel 2016, all’età di 23 anni, è stata nominata “Ambasciatrice di buona volontà” delle Nazioni Unite. Nel 2016 è stata insignita del titolo di “Donna dell’Anno” e ha ricevuto il “Premio Sacharov” dal Parlamento europeo. Il premio Nobel, equivalente a nove milioni di corone svedesi (un milione di dollari), sarà consegnato a Oslo il 10 dicembre.

Coraggio, compassione e umanità

Reiss-Andersen annunciando il premio, ha affermato che il comitato non era riuscito a contattare né Mukwege né Murad per far comunicarglielo, prima che la notizia fosse annunciata al mondo. E ha aggiunto: «Se mi stanno osservando, rivolgo loro le mie cordiali congratulazioni».

Murad in quel momento si trovava negli Stati Uniti. «Spero – ha detto – che questo premio cooperi a rendere giustizia a quelle donne che hanno sofferto di violenza sessuale.

Congratulazioni per l’assegnazione del premio sono giunte loro dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il quale ha elogiato «il coraggio, la compassione e l’umanità dimostrata nella loro lotta quotidiana». Anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Iraq, Jan Kubis, ha affermato che Nadia Murad ha dimostrato «eroismo, coraggio e resistenza».

E l’ambasciatore statunitense a Bagdad ha espresso anch’egli le sue congratulazioni a Murad per l’opera compiuta a sostegno dei sopravissuti del traffico umano e delle vittime dell’atrocità.

Il Physicians for Human Rights (Medici per i diritti umani), un gruppo con sede negli Stati Uniti, si è congratulato con ambedue i vincitori. «Il dr. Mukwege – hanno affermato – non è solo un medico straordinario, ma anche un coraggioso leader dei diritti umani che incarna perfettamente il ruolo critico del personale sanitario nel testimoniare l’abuso e i discorsi contro la giustizia».

Da parte sua, il presidente dell’Opera internazionale cattolica delle missioni Missio di Aquisgrana, Klaus Krämer, ha sottolineato che è importante che il premio sia stato conferito a Mukwege per il fatto che il Congo è considerato per le donne una delle regioni più pericolose del mondo, nel senso che un gran numero di donne sono vittime di stupri brutali.

E il presidente di Missio di Monaco di Baviera, Wolfgang Huber, ha detto di vedere nel premio a Mukwege un importante segnale di solidarietà con le vittime delle guerra e della violenza in Congo. Inoltre, ha sottolineato che il premio rafforza e incoraggia le minoranze religiose del Medio Oriente. Anche Nadia Murad – ha aggiunto – conferisce al suo popolo un volto e una voce. Gli yazidi avrebbero probabilmente perso la loro patria per sempre. E «un destino simile minaccia la minoranza cristiana non solo in Iraq ma in tutto l’Oriente». Anche la situazione dei profughi in Libano, Turchia e Grecia appare drammatica.

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Un commento

  1. Nino 13 ottobre 2018

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