«Fa’ come Dio, diventa uomo!»

di:
Don Giovanni Giorgis

Don Giovanni Giorgis

Un anno fa, nella festività della Trasfigurazione, moriva don Giovanni Giorgis, straordinaria figura di presbitero della diocesi di Mondovì e apprezzato biblista che ha fatto dello studio rigoroso uno strumento di crescita per un’intera generazione di laici e laiche. Dopo il perfezionamento degli studi teologici e biblici a Roma al Pontificio Istituto Biblico, ha insegnato per molti anni sacra Scrittura, prima nel seminario della diocesi di Mondovì e, successivamente, presso la Facoltà di teologia di Torino.
Sabato, 6 agosto 2016, don Giannino Piana ci ha offerto una stimolante rievocazione del suo pensiero. Di questa rievocazione pubblichiamo ampi stralci della parte iniziale. Bastano per capire il pensiero di questo appassionato studioso della Parola.

L’espressione «Fa’ come Dio, diventa uomo!» che dà il titolo a questa rievocazione del pensiero di Giovanni Giorgis ha chiare e ampie risonanze patristiche ed è stata ripresa, sia pure in una forma diversa, dalla Gaudium et spes al n. 21.

L’uso frequente che ne fa don Giorgis nei suoi scritti sta a significare che si tratta di un leit-motiv costitutivo della sua esperienza di credente e di prete, oltre che del suo insegnamento e della sua predicazione. La formula, nella sua concisione, condensa l’essenza (e la «novità») del «mistero cristiano». Il rinvio è anzitutto all’evento dell’incarnazione, al farsi uomo del Figlio di Dio; dunque alla conformazione integrale di Dio all’essere dell’uomo, non esclusa la dimensione materiale, il «corpo», o meglio la carne (sarx), come afferma l’apostolo Giovanni…

Una teologia “negativa”

Don Giorgis connette strettamente questo imperativo alla visione di Dio presente nella Bibbia. Da studioso del testo sacro, mai incline a dissociarne l’approccio scientifico rigoroso dall’applicazione alla vita, egli trae da esso l’invito ad abbandonare le false immagini di Dio, che costituiscono una tentazione permanentemente in agguato anche nell’ambito del mondo cristiano. Per questo, mettendo le mani avanti per anticipare ogni possibile obiezione, egli osserva che «Dio non è mai da discutere, ma sono sempre da discutere le immagini che l’uomo si fa di Dio»[1]

Si direbbe che la teologia che don Giorgis privilegia è la teologia «apofatica» (o «negativa»), che tende a dire soprattutto ciò che Dio non è, nella consapevolezza che, nonostante la rivelazione e gli interventi successivi della patristica, della scolastica e del magistero ecclesiale, di Dio è sempre più quello che non conosciamo di quello che conosciamo. Questa relatività del discorso religioso, in quanto discorso su Dio, è espressa, con accenti duri e chiarissimi in una lettera dell’ultimo periodo della sua vita, che ha quasi il carattere di un testamento personale.

«Mi sento – egli scrive – estremamente libero e non legato per nulla a vecchi schemi. Li ho superati tutti da tempo. Ho dato addio a tutte le religioni, filosofie e ideologie… che hanno inventato un Dio che non può essere vero, hanno inventato il peccato, hanno inventato le mediazioni senza le quali non potresti accedere a Dio, anche se sei suo figlio, hanno inventato la distinzione tra sacro e profano facendo credere che per essere di Dio non puoi più essere di te stesso e degli altri. Un dio del genere morirà del tutto perché non è mai esistito e non può esistere, se non soprattutto nella mente di chi, in suo nome, vuole dominare sugli altri. Questo Dio per noi è quello dell’Antico Testamento, totalmente ricostruito nella chiesa, ignorando la novità di Gesù che ha portato «vino nuovo in otri nuovi». La religione è tutto quello che possiamo fare noi per Dio. Ma Gesù ci ha detto che Dio non vuole nulla dall’uomo se non che si accorga del suo amore. A Natale e a Pasqua, Dio è a servizio dell’umanità perché l’uomo invece di considerare peccato il desiderio di essere simile a lui possa sentire ciò come l’anelito più importante del cuore umano. La santità non si realizza più con la sacralità ma con la comunione, l’incontro con gli altri. È questione di fede, non di religione!»[2].

 E, in un altro contesto, con parole non meno pesanti, passando in rassegna una lunga serie di figure idolatriche, aggiunge: «Molti rifiutano Dio, perché non possono credere nel dio che viene loro presentato da tanti cosiddetti credenti. Un dio castigamatti, un dio tappabuchi, un dio vendicatore, un dio razzista, un dio amante dei privilegi, un dio raggiungibile solo con il culto, un dio monopolio degli uni e degli altri, un dio al quale si fa dire solo ciò che conviene, chi lo può ancora accettare? Siamo sinceri: molti sono atei solo perché non possono credere in un dio assurdo».[3]

Ritrascrivere la Parola

Ma quale è il contenuto autentico del messaggio biblico? Quale la proposta di umanizzazione da esso scaturente? E attraverso a quali percorsi è possibile metterla in atto?

Prima di rispondere a questi importanti interrogativi è necessario fare una premessa che riguarda il modo con cui siamo chiamati ad accostarci alla Parola, se vogliamo coglierne il senso profondo e ricuperare il significato che essa ha per l’oggi. Don Giorgis insiste sull’importanza di questo criterio metodologico, richiamandolo di frequente. «Come fare – si chiede – a discernere la parola di Dio attraverso la parola dell’uomo, i fatti che ci rivelano la presenza di Dio, la comunione con Dio e con il prossimo?».[4]

Si tratta di dare vita a un duplice e simultaneo movimento, a una sorta di «circolo virtuoso», che parte dalla Parola scritta – la Bibbia – per andare alla vita, e ritornare dalla vita alla ritrascrizione attualizzante della Parola, creando così quello che don Giorgis, rifacendosi al famoso racconto di Pomilio, non esita a definire come un «quinto evangelio». Egli scrive infatti: «Attraverso le mani, gli occhi, l’intelligenza, la Bibbia deve entrare nel cuore e trasformarsi in vita».[5]

 E, in un’altra circostanza, aggiunge: «È nell’intimo di noi stessi che ci deve raggiungere la Parola di Dio per costruire una mentalità, un modo di sentire e vivere biblico. A che serve leggere e meditare tanto la Scrittura se ciascuno di noi non arriva, bene o male, a scrivere il Vangelo nella sua vita, il quinto da aggiungere a quelli ufficiali?».[6]

Questa chiave interpretativa di chiaro stampo esistenziale non è soltanto astrattamente delineata da don Giorgis, ma è frutto della sua ricerca personale e della sua testimonianza quotidiana. «Ho percorso – scrive – gran parte della strada della mia vita con la Bibbia in mano e nel cuore e, spero, un poco anche nell’esistenza di tutti i giorni. Così mentre cercavo Dio, sentivo Dio che cercava me».[7]


[1] Giovanni Giorgis, I passi del mio vagare, Incontri biblici – Nuova raccolta n. 6, pro manoscritto, giugno 1995, p. 49.
[2] Lettera indirizzata ad un’amica il 18 dicembre 2003 e conservata nell’archivio informatico di G. Giorgis.
[3] Giovanni Giorgis, Itinerario di conversione con il libro di Giona, Incontri biblici, n. 1, maggio-giugno 1985, p. 14.
[4] Giovanni Giorgis, Come si può diventare re andando in cerca di asine, Incontri biblici – Nuova raccolta n° 2, pro manoscritto, marzo 1995, p. 31.
[5] Giovanni Giorgis, Arrivò una donna di Samaria ad attingere acqua, Incontri biblici, n. 15, giugno 1987, p. 2.
[6] Giovanni Giorgis, I passi del mio vagare, cit., p. 3.
[7] Giovanni Giorgis, Sulla strada, Incontri biblici – Nuova raccolta n. 15, aprile 2013 p. 12.

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