Dom J.M. Pires patriarca della Chiesa dei poveri

di: Francesco Strazzari

La sera di domenica 27 agosto è deceduto, a 98 anni, il «patriarca della Chiesa dei poveri», dom José Maria Pires, arcivescovo emerito di Paraiba (PB). È morto nello stesso mese e giorno di dom Helder Camara (Recife, 1999) e di dom Luciano Mendes de Almeida (San Paolo Mariana, 2006), personaggi di spicco della Chiesa brasiliana, avviati agli onori degli altari.

Un vescovo del concilio

Dom José Maria Pires nacque il 15 marzo del 1919 nella piccola città di Corregos (Minas Gerais). Figlio di gente povera tanto da sentirsi fiero di essere andato per lungo tempo a piedi scalzi per la strada.

Nel 1957 divenne vescovo di Araçuai, città nel nord-ovest dello stato brasiliano di Minas Gerais, nella poverissima valle del fiume Jequitinhonda e fu promosso alla sede di Paraiba, parte nord-orientale del paese, sulla costa atlantica nel 1965. Rinunciò nel 1995.

Fu un vescovo indio che continuò a sorprendere per la sua età e per la sua attività. Straordinariamente lucido fino alla fine, viaggiò da un posto all’altro, percorse per ben due volte addirittura il Cammino di Santiago, mantenne fino all’ultimo rapporti con le istituzioni della Conferenza episcopale brasiliana.

Partecipava agli incontri di un gruppo di vescovi a Embu, a un centinaio di chilometri da San Paolo, facendosi stimare e applaudire per il suo coraggio. Gridava che nella Chiesa di oggi manca la profezia, puntando il dito sulle sue arretratezze.

Lo incontrai a Embu un paio di volte e toccò temi a lui cari e urgenti: il ruolo della donna nella Chiesa e nella società, il conferimento del sacerdozio a uomini sposati, la celebrazione dell’eucaristia nelle comunità cristiane.

Partecipò alle sessioni del Vaticano II e sottoscrisse il famoso Patto delle catacombe, che impegnava i vescovi a condurre una vita sobria nello spirito del Vangelo. Non era molto soddisfatto del post-concilio. «Manca ancora molto – mi diceva – per tradurre in pratica ecclesiale le aperture indicate dal concilio». Parlava con passione del Vaticano II: «Il concilio non venne a modificare i dogmi, però permise che la Chiesa scuotesse la polvere del tempo, che impediva alle persone di intravvedere il segno di come deve essere per mostrare Cristo al mondo. Il fine non è la Chiesa: è Cristo, del quale essa è segno e strumento, cioè sacramento».

Manca la profezia

Sostieni SettimanaNews.itCriticava la posizione del Codice di diritto canonico (canone 230, primo paragrafo), là dove si dice: «I laici di sesso maschile, che abbiano l’età e le doti determinate, con decreto della Conferenza episcopale possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e accoliti». «Usando il termine viri (sesso maschile) – osservava – sono automaticamente escluse le donne. Esse non possono essere istituite. È una vergogna!».

Riguardo alla collegialità episcopale, il suo giudizio era altrettanto duro. «Speravamo che il sinodo dei vescovi, periodicamente convocato dal santo padre, fosse questa espressione vera della collegialità. Diversamente, divenne appena una specie di consiglio del papa in modo tale che perfino il documento finale non è opera del sinodo, ma un’esortazione post-sinodale di responsabilità esclusiva del papa. Si sente che la curia romana molto più che il sinodo dei vescovi è in realtà la vera portavoce della gerarchia». Andò mutando il suo severo giudizio con l’apparire sulla scena di papa Francesco.

Riguardo alle comunità cristiane, che per la mancanza di presbiteri non possono celebrare l’eucaristia domenicale, accorato il suo grido d’allarme: «Le comunità cristiane come possono celebrare l’eucaristia se manca il ministro ordinato per presiedere e dare autorità alla celebrazione eucaristica? E come avere ministri ordinati in numero sufficiente dato che la Chiesa latina ammette solamente un tipo di presbitero, cioè uomini dotati dei due carismi, ministero e celibato?».

La questione lo ossessionava talmente che la Conferenza episcopale brasiliana, che lo aveva in grande considerazione, gli chiese di accompagnare il movimento dei preti sposati con le proprie famiglie, chiedendo ripetutamente alla Santa Sede che fosse concesso a chi lo volesse di ritornare ad esercitare il ministero. Condusse una vera battaglia affinché la Chiesa aprisse le porte al ministero ordinato di uomini sposati.

Le radici africane

Fu inoltre un grande animatore della pastorale afro-brasiliana e del movimento dei preti e vescovi di radici africane, che guadagnò spazi nella vita del Brasile e anche dell’America Latina e dei Caraibi attraverso il CELAM. Appassionato di ecumenismo, fu uno dei soci fondatori del CESEEP (Centro ecumenico di servizi all’evangelizzazione ed educazione popolare) e membro della sua assemblea che, per 33 anni, accompagnò con saggi e coraggiosi orientamenti.

Così lo storico e teologo José Oscar Beozzo, coordinatore generale del CESEEP: «La Chiesa e la società brasiliana perdono una grande figura, la cui maggior gloria è essere stato dom José Maria Pires un fedele seguace del vangelo e di Gesù Cristo a servizio dei più poveri, delle loro cause e liberazione».

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