Elisabetta II

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L’arcivescovo Antonio Mennini, nunzio apostolico a Londra dal 2010 al 2017, traccia un personale, affettuoso ritratto della regina Elisabetta II.

La recente scomparsa della regina Elisabetta II ha suscitato grande emozione non soltanto nel Regno Unito, ma anche in tutti i Paesi del Commonwealth e – direi – di tutto il mondo.

Da tanti è stata sottolineata la sua esemplare dedizione nel compiere la sua missione, insieme al suo alto senso del dovere nell’espletare i propri compiti istituzionali fino alla fine.

Due giorni prima di morire, nel castello di Balmoral, aveva ricevuto la nuova premier britannica, Liz Truss, cui aveva affidato l’incarico di formare il nuovo Governo.

Vorrei soffermarmi su alcuni ricordi più personali, relativi alla mia conoscenza della sovrana nel corso del mio servizio di circa sette anni di nunzio apostolico in Gran Bretagna.

Ricordi personali

Il 28 marzo 2011, la incontrai al palazzo reale di Londra per presentarle le lettere credenziali. Durante il colloquio, Elisabetta II, accennando alla mia lunga missione di rappresentante pontificio nella Federazione Russa, mi chiese di cercare di fare nel Regno Unito ciò che mi ero sforzato di fare in Russia: cioè, di lavorare per l’unità di tutti i cristiani perché – rilevò – «tutti i seguaci di Gesù devono camminare insieme».

E mi invitò a visitare non soltanto le diocesi cattoliche ma pure quelle anglicane e di stabilire cordiali rapporti con i musulmani e con gli ebrei presenti nel Regno. Cosa che mi sono sempre sforzato di attuare, creando relazioni di fraterna amicizia con l’intero episcopato cattolico e con molti presuli anglicani e con vari esponenti dell’ebraismo e dell’islam, visitando sinagoghe, moschee e centri culturali islamici.

La regina era solita incontrare il Corpo Diplomatico due volte all’anno: per il ricevimento di Natale e per i Garden Parties nei giardini della residenza reale.

La sovrana, oltre a salutarmi cordialmente, si informava sulla mia missione e sui contatti da me stabiliti con le varie Chiese cristiane, non nascondendo il proprio compiacimento.

Nel 2012, in occasione delle celebrazioni per i 60 anni di regno, a Lambeth Palace, residenza dell’arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa anglicana, la regina aveva predisposto un’esposizione di tutti i vari oggetti che erano stati utilizzati per la sua incoronazione nel 1953.

Il sottoscritto, insieme ad altri esponenti cattolici e cristiani, aveva trovato posto in una sala in cui era stata posta l’ampolla con l’olio crismale con il quale Elisabetta era stata “unta” regina. L’olio crismale ricorda le “sacre” dei re, una specie di vera e propria consacrazione dei sovrani; consacrazione che – per esempio, in Francia – aveva luogo in modo molto solenne nella cattedrale di Reims.

La regina, poi, tenne un breve discorso in cui rilevò che la vera missione della Chiesa anglicana, di cui lei era governatore generale, doveva consistere nell’accogliere e nel creare solidi rapporti con le altre fedi cristiane e con le fedi in genere, per offrire a tutti i credenti un senso di appartenenza e di identità e un prezioso stimolo per l’azione sociale in favore dei più poveri e più indigenti.

Elisabetta e i cattolici

Da ricordare che, anni fa, Elisabetta II promosse una modifica della legge di successione al trono britannico: con la nuova normativa, il principe o la principessa del Galles – cioè gli eredi al trono – possono sposare non solo un anglicano/a ma pure un cattolico/a. Pertanto, non possiamo escludere che prima o poi sul trono britannico sieda un re o una regina cattolici.

La sovrana è stata spinta a questo passo dalla consapevolezza che ormai la maggior parte dei propri sudditi, non solo nel Regno Unito, ma anche in molti Paesi del Commonwealth non sono più seguaci della Chiesa anglicana.

Elisabetta nutriva una forte ammirazione per la Chiesa cattolica: anni or sono aveva compiuto una visita ufficiale alla cattedrale cattolica di Westminster e aveva invitato l’allora arcivescovo di Westminster, il card. Basil Hume OSB – che ella chiamava il «mio cardinale» – a predicare un ritiro quaresimale a Palazzo Reale.

Rammentiamo pure che la sovrana aveva sempre visitato i pontefici romani: da principessa del Galles, papa Pio XII e poi, di seguito, fino a papa Francesco nel 2014. In tutto, ha reso visita o incontrato cinque papi.

La nuova normativa aveva sollevato obiezioni pure in alcuni membri della famiglia reale, i quali si domandavano cosa sarebbe successo nel caso di un sovrano cattolico dal momento che il re/regina è Governatore generale della Chiesa anglicana. Obiezioni non prese in considerazione da Elisabetta II.

Elisabetta II, pur rifuggendo da manifestazioni pubbliche, non ha mai omesso di assistere, la domenica, al servizio liturgico domenicale, anche quando era in viaggio. E, in tutti i suoi messaggi natalizi alla Nazione, non ha mai mancato di citare qualche versetto della Bibbia a lei caro. La Bibbia era da lei definita la “casa del tesoro”.

Ricordo ancora le sue parole pronunciate nel messaggio del 2016, in cui la regina spiegava che l’esempio di Cristo Signore la aiutava ad apprezzare il bello delle piccole cose fatte con grande amore, «chiunque le faccia e qualunque cosa possa credere».

Si può affermare che Elisabetta II è stata senza dubbio una “grande regina”, sempre sostenuta nel suo diuturno e dedicato servizio da una fede profonda e costantemente alimentata.

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