Severino: in attesa del risveglio della “gioia”

di: Piero Coda

morte di emanuele severino

La lezione di Emanuele Severino non cessa di stupire e interrogare. Non solo per la vertiginosa altezza di pensiero che l’accredita a vetta inviolata del tragitto culturale dell’Occidente che infine però oltrepassa se stesso. Né solo per lo stile: nobile, rigoroso, misurato, che le dà veste con signorile eleganza. Ma anche perché esibisce col vigore più acuminato la spina destinata a piagare la carne di quel sapere che s’origina dal e si vuole fedele al noûs Christoû, il “pensiero di Cristo” (cf. 1Cor 2,16).

Generare pensiero

Severino nasce a Brescia il 26 gennaio 1929, si laurea a Pavia nel 1950 con un indiscusso maestro della rinascita del pensiero metafisico, Gustavo Bontadini, con una tesi su “Heidegger e la metafisica”. L’anno successivo ottiene la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1970 insegna filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da cui è allontanato per l’incompatibilità che allora viene riconosciuta tra il suo ardito pensiero speculativo e la metafisica considerata irrinunciabile per esprimere l’intelligenza della fede cristiana.

Dal 1970 è ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove dà vita all’Istituto di Filosofia e poi al Dipartimento di Filosofia e Teoria delle scienze. Sino allo scorso anno ha insegnato Ontologia fondamentale presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È stato accademico dei Lincei e Cavaliere di Gran Croce. Ha collaborato con “Il Corriere della sera” come una delle voci più autorevoli e ascoltate della cultura pubblica in Italia.

Massimo Cacciari lo ha definito “un gigante” del pensiero: l’unico filosofo che, nel Novecento, possa meritare il confronto con Martin Heidegger. Il suo pensiero ha propiziato il sorgere e l’affermarsi non di una scolastica arida ma di un vivaio rigoglioso di filosofi e pensatori non di rado di primo piano.

L’incontrovertibile

La sua straordinaria e coerente avventura di pensiero e di scrittura filosofica e, più latamente, culturale (egli la qualifica “compatta” perché la «compattezza» è «fedeltà a un tema iniziale – che d’altra parte è il tema essenziale: il senso della verità»), è descritta nel lungo tragitto che prende le mosse da La struttura originaria del 1957. Da ricordare almeno: Essenza del nichilismo, 1972; Gli abitatori del tempo, 1978; Legge e caso, 1979; Téchne, 1979; Destino della necessità, 1980; La tendenza fondamentale del nostro tempo, 1988; Tautótes, 1995; Il destino della tecnica, 1998; La gloria, 2001; Oltrepassare, 2007; Intorno al senso del nulla, 2013… Di recente è uscita un’affascinante autobiografia: Il mio ricordo degli eterni.

«Per quanto riguarda la mia attività di docente – ha affermato – mi sono soprattutto proposto di far apparire nel modo più chiaro e convincente il carattere decisivo della filosofia nella vita dell’uomo», rimettendo a fuoco «la verità come sapienza incontrovertibile». Ecco il punto: «il tema centrale della mia riflessione filosofica (è): che cos’è quella “verità definitiva, incontrovertibile”, di cui tutta la filosofia degli ultimi due secoli afferma la morte? La morte delle sue forme storiche è la morte di ogni senso possibile dell’incontrovertibile? (…) E l’incontrovertibile in che cosa consiste, finalmente?».

Il destino dell’Occidente

In questo orizzonte, riflettendo con pensiero lucido e acuminato sugli esiti della civiltà occidentale, Severino invita a guardare in faccia l’illusorietà del paradiso della tecnocrazia e ad assumersi la responsabilità del tempo presente nel quale – per dirla con Nietzsche – “Dio è morto”. Se è vero, infatti, che “gli dèi sono fuggiti” (come scriveva Hölderlin), non si può più sperare, come Heidegger, in un loro ritorno. «Sì – confessa Severino – mi sono messo in tensione con forze che condizionavano e condizionano la mia esistenza: mettendo in questione non solo il mondo cattolico e in genere religioso, la società capitalistica, la democrazia, la tecnica, ma anche l’ateismo, il comunismo, il totalitarismo, la stessa critica rivolta dalla “nostra” cultura alla tecnica. (…) L’urto ha sollecitato il mio interesse filosofico: una specie di letizia, una galoppata della mente».

Di qui, Severino si è fatto testimone di una “salvezza” alla quale l’uomo è destinato nel superamento dell’angoscia, del dolore e dell’orrore della morte – una salvezza che risiede nel “paradiso” della verità che da sempre appare e a cui la filosofia presta il linguaggio.

Il cristianesimo alla prova

Ecco il peso e la provocazione del pensiero di Severino anche alla intelligenza dell’evento di Gesù Cristo e della fede cristiana che riconosce (e ne gioisce) l’immane sfida di pensare il senso di ciò che Gesù dice di sé nel quarto vangelo: «Io sono la via, la verità, la vita». Sono d’accordo con chi ha percepito e detto che la filosofia di Severino «dev’essere considerata un punto di non ritorno anche per ogni revisione dell’ontologia classica nell’ambito del pensiero teologico» (Pierangelo Sequeri).

Qui sta il punto decisivo di un dialogo e, diciamo pure, di una reciproca risolutiva stimolazione tra la filosofia di Severino e l’intelligenza della fede cristiana. La critica che egli ha rivolto lungo gli anni, con puntiglioso rigore e decisa parresia, alla forma assunta dalla teologia cattolica soprattutto nella sua versione neoscolastica – con ciò che quest’opzione ha comportato in termini di posizionamento dell’intelligenza della fede entro le coordinate stabilite da quella che Severino ama definire la “scacchiera” dell’ontologia greca – si mostra convergente, per certi versi, con il lavorio di rinnovamento ontologico che interessa un consistente e promettente filone del pensiero filosofico e teologico d’ispirazione cristiana.

morte emanuele severino

Severino stesso, nell’appassionante dibattito che con lui ho avuto l’opportunità di sviluppare in questi decenni, ha riconosciuto che “se la scacchiera proposta dalla teologia è un tipo di riflessione intorno all’essere che non è quello greco, allora possiamo instaurare un dialogo”. Non a caso alcune delle sue ultime pagine attestano, insieme alla ferma critica delle forme storiche assunte dall’intelligenza della fede cristiana, anche una «possibile consonanza – così ha scritto – della parola pronunciata da Gesù».

Sono convinto che la filosofia di Severino imponga all’intelligenza della fede cristiana un vigoroso ripensamento: necessario per abbozzare una nuova scacchiera ontologica, partorita – direbbe Antonio Rosmini – “dalle viscere stesse della rivelazione”.

Per questo vale la pena, anzi, è necessario dialogare con Severino: anche se ciò è arduo e costoso. Perché la sua avventura speculativa è ingaggiata nel servizio della verità per la salvezza dell’uomo nell’oltre-uomo (come amava dire, in un senso tutt’affatto altro di quello nietzschiano) e della realtà intera. Sino al “risveglio” della gioia senza tramonto della “gloria”.

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