Enzo Franchini: i dehoniani e la Chiesa italiana

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Ho visto per l’ultima volta il nostro confratello dehoniano p. Enzo Franchini (16 giugno 1930 – 8 luglio 2021) sabato, 3 luglio. Ormai prossimo alla morte, in un momento di grande lucidità, mi ha sollecitato ai comuni ricordi di lavoro alla rivista Il Regno e poi la collaborazione a Settimana e a Testimoni.

Divertendosi quando gli facevo notare che le sue posizioni in redazione erano spesso motivo di vivace dialettica. Dopo qualche mese erano patrimonio comune, ma lui era già altrove, su altri fronti e in altre indagini.

Nell’effervescenza del post-concilio mostrava una sorta di intuizione magnetica sui temi e gli argomenti che attraversavano la Chiesa, mai stanco di indagare e lieto di essere sorpreso dalle novità come dalle tradizioni riprese con prospettive inusuali.

Ricordo alcuni passaggi fra i molti possibili. Il convegno sui mali di Roma (1974) venne avvertito da lui in tutta la sua valenza sia ecclesiale che sociale. La questione della città e delle sue periferie, il concentrarsi di molte delle istituzioni centrali cattoliche nella capitale, le povertà e le sperimentazioni pastorali erano motivo di riflessione.

Ma, in particolare, emergeva una Chiesa locale romana con una propria identità, figure nuove, esperienze interessanti. Roma non era solo il Vaticano. E in quella occasione vide all’opera la libertà di parola nella Chiesa, la maturità del laicato e l’interlocuzione con il mondo dei non credenti e dei laici. Esperienza che prese dimensione nazionale due anni dopo con il primo convegno nazionale della Chiesa. Titolò il suo articolo con: Comincia il concilio in Italia.

Volontariato e Caritas

Molto nota era la sua attenzione al movimento catechistico e la sua partecipazione diretta alla stesura del catechismo per gli adulti. Era affascinato dalla sua dimensione (300.000 catechisti e catechiste), ma anzitutto dalla possibilità di uscire dalle definizioni e dalle formule per fare entrare nella fede il vissuto dei credenti.

Guardava con attenzione alle forme del dissenso cattolico in Italia, ma con molta più partecipazione ad un fenomeno che albeggiava: il volontariato. Il moltiplicarsi di libere attività sociali dava vigore e consistenza alla dimensione sociale e innovava alcuni temi della Costituzione.

La geniale interpretazione pastorale operata dalla Caritas di mons. G. Nervo (e poi di mons. G. Pasini) costruì un terreno di lavoro comune dentro nel tessuto del paese e un luogo efficace di formazione dell’ethos collettivo.

Il racconto partecipe di p. Franchini illuminava le scelte relative all’obiezione di coscienza, alle comunità di accoglienza, alle emergenze civili (terremoto), ai gemellaggi fra comunità cristiane, all’accoglienza dei migranti, alla de-istituzionalizzazione delle marginalità. Fino a fare della carità non solo un elemento centrale della prassi cristiana, ma propriamente la sua radice originale. La Chiesa nasce dalla carità.

La sua sensibilità politica non era legata ai partiti e alle ideologie, ma alla dottrina sociale e alla tradizione dehoniana verso le classi subalterne. Seguiva con interesse le vicende parlamentari, ma si fidava delle interpretazioni degli altri in redazione. Pur schierato per il “no” al referendum sul divorzio (1974), non fece mai delle sue opzioni politiche una bandiera.

Nel 1970 partecipò ad una delegazione della sinistra italiana in occasione del processo di Burgos (Spagna) per solidarietà alle richieste di autonomia dei baschi (16 persone erano alla sbarra e fra essi 2 preti) e contro il potere dittatoriale di Franco. Si sorrideva, nelle riprese delle memoria, del suo scontro verbale con la guardia civile che circondava il tribunale e lo qualificava come «cinico». Tutto, ma non cinico. Per l’Italia il suo orizzonte era il compiersi del processo democratico: la fine dell’esclusione del PCI del governo. Senza alcuna concessione rispetto all’indagine critica.

Nell’ultimo colloquio quando affermavo che la Chiesa italiana gli doveva un posto nella ricezione del concilio si è fatto serio: «Sono parole molto pesanti!». Profondamente convinto della grazia del concilio Vaticano II, fu all’origine dell’Enchiridion vaticano che raccoglie i testi delle Costituzioni e dei decreti e che aveva anticipato inventando la parte documentaria della rivista Il Regno.

Era, ad esempio, convinto della centralità della Chiesa locale e sollecitava i religiosi ad entrare in sintonia con i progetti pastorali dei vescovi. Così nei confronti dei movimenti ecclesiali. Senza alcuna preclusione, ma anche senza concessioni a pretese indebite.

Sempre interessanti le discussioni con un confratello allora in redazione. p. Mario Panciera, che ha avuto un ruolo importante nel Rinnovamento nello Spirito. Quando tornai da un giro fra le istituzioni dei Focolari e scrissi che non potevano essere iscritte nella tradizione intransigente, e andavano più attentamente considerate, lui apprezzò. Contrariamente a quanto diceva circa l’entrismo politico di Comunione e Liberazione.

Sorrideva senza alcun risentimento rispetto alle decisioni dei superiori di non averlo avviato agli studi romani ed era consapevole di non avere una formazione accademica strutturata. Aveva trasformato l’esclusione in una libertà invidiabile nell’approccio alle teologie che il concilio aveva sdoganato. Seguiva soprattutto l’emergere di una teologia italiana. I suoi protagonisti maggiori lo stimavano per l’efficacia con cui raccontava la ricerca accademica, in particolare quella più direttamente coinvolta nei processi pastorali.

La Congregazione, la Chiesa, la Tradizione

La tradizione missionaria della congregazione lo aveva abituato ad uno sguardo mondiale e all’emergere di Chiese locali nei paesi più lontani e nelle culture più distanti. Più nuova per lui la dimensione ecumenica. Dopo un viaggio in Unione Sovietica (organizzato dall’associazione Italia – Russia) raccontò la Chiesa ortodossa nel suo sforzo di sopravvivenza, incappando nelle ire degli anti-comunisti più convinti come p. Scalfi e Russia cristiana.

Sembrava non avvertire quello che stava costruendo, certo non da solo: lo spazio di un’opinione pubblica nella Chiesa. C’era un modo di raccontare il farsi della tradizione cristiana che poteva serenamente archiviare le inutili enfasi sullo splendore delle cerimonie come la sola attenzione alla dimensione gerarchica. La Chiesa meritava di più e l’informatore cattolico non poteva limitarsi alla difesa e alla ripetizione.

In uno dei divertenti momenti del lavoro redazionale, il caffè di mezza mattina, gli ricordai la sua reiterata affermazione che eravamo davanti ad «una svolta della Chiesa». Gli dissi: «quando ti deciderai di uscire dalla rotonda?». Si fece una grande risata. In realtà non di un cerchio si trattava, ma di una spirale, verso il basso e verso l’alto, verso la comprensione dei fatti e le intuizioni spirituali, verso la profondità della coscienza e l’attesa del Signore. Riposi in pace.

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Un commento

  1. Antonino Villani Conti 9 luglio 2021

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